📌 In Sintesi
- CPU, DRAM e SSD rappresentano ormai circa il 68% del costo BOM di un notebook mainstream da 900 dollari.
- Se i rincari verranno trasferiti ai consumatori, TrendForce vede il calo delle spedizioni 2027 peggiorare da low-single-digit a high-single-digit.
- La quota di notebook prodotti fuori dalla Cina, salita per ridurre il rischio geopolitico, potrebbe scendere sotto il 20% nel 2027 perché produrre altrove costa di più.
La corsa all’intelligenza artificiale sta iniziando a produrre un effetto industriale paradossale: mentre governi e aziende chiedono filiere tecnologiche meno dipendenti dalla Cina, il costo crescente di CPU, DRAM e storage rende nuovamente più conveniente produrre proprio nell’ecosistema manifatturiero cinese. TrendForce stima che i tre componenti rappresentino ormai circa il 68% del BOM di un notebook mainstream da 900 dollari e prevede per il 2027 una domanda ancora sotto pressione. La vera novità non è quindi soltanto che i computer potrebbero costare di più. È che memoria cara, logistica e supply chain stanno iniziando a mettere in discussione il de-risking geografico costruito negli ultimi anni.
Cosa leggere
CPU, DRAM e SSD si prendono il 68% del costo del notebook
La ricerca pubblicata da TrendForce prende come riferimento un notebook mainstream con prezzo di listino di circa 900 dollari e mostra quanto sia cambiata la sua struttura industriale. Nel terzo trimestre 2026 CPU, DRAM e SSD rappresentavano complessivamente circa il 68% del BOM, dopo oltre un anno di aumento dei prezzi dei componenti core. Per i produttori rimangono tre strade, tutte problematiche: aumentare il prezzo finale e rischiare di allungare ulteriormente il ciclo di sostituzione, assorbire i rincari comprimendo i margini oppure ridurre RAM e storage rendendo il prodotto meno competitivo. È l’evoluzione già visibile nella crisi che ha colpito contemporaneamente iPhone 18 Pro e mercato PC, ma il dato TrendForce permette ora di misurare quanto profondamente il rincaro sia entrato nella distinta base.

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Nel 2027 il problema non sarà trovare componenti ma riuscire a venderli
TrendForce prevede attualmente per il 2027 un calo delle spedizioni globali di notebook nell’ordine del low-single-digit, ma lo scenario peggiora se i produttori scaricheranno sul consumatore una quota troppo elevata dei nuovi costi. In quel caso la contrazione potrebbe arrivare nella fascia high-single-digit. È un passaggio importante perché modifica la natura della crisi. Nel 2026 una parte del mercato aveva ancora dovuto gestire disponibilità irregolare delle CPU e acquisti anticipati per assicurarsi componenti; nel 2027 il collo di bottiglia rischia di diventare la capacità del cliente finale di accettare il prezzo. La DRAM resta particolarmente esposta perché la domanda di server AI continua ad assorbire capacità dei processi avanzati, mentre l’offerta destinata ai PC cresce più lentamente. La fine della RAM low-cost già segnalata da Lenovo sta quindi diventando una condizione strutturale dell’intero mercato client, non più un’anomalia temporanea della filiera.
Produrre fuori dalla Cina costa abbastanza da frenare il de-risking
Il dato più interessante riguarda però la geografia industriale. Negli ultimi anni i produttori hanno trasferito una parte dell’assemblaggio verso Vietnam, India e altri Paesi per ridurre esposizione a dazi, tensioni tra Stati Uniti e Cina e possibili interruzioni della supply chain. TrendForce stima però che la quota globale di notebook prodotti fuori dalla Cina sia già scesa dal 24% del 2025 al 21% nel 2026 e possa cadere sotto il 20% nel 2027. La ragione è economica: nei nuovi hub produttivi pesano maggiormente logistica, approvvigionamento dei componenti e gestione di una catena meno completa. Se la pressione tariffaria non dovesse aumentare ulteriormente, i produttori potrebbero quindi privilegiare nuovamente costo ed efficienza rispetto alla diversificazione geografica. È il movimento opposto rispetto alla strategia con cui Google sta tentando di spostare la produzione Pixel dalla Cina verso India e Vietnam: uno smartphone premium può giustificare parte del costo della ridondanza, mentre nel notebook mainstream pochi punti di margine possono decidere dove assemblare milioni di unità.
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La contraddizione finale riguarda la stessa logica del de-risking. Diversificare la produzione significa accettare una parte di inefficienza in cambio di una maggiore resilienza geopolitica: più fornitori, più Paesi, più rotte e quindi minore dipendenza da un singolo territorio. Ma questa ridondanza ha un costo. Quando CPU, DRAM e SSD assorbono una quota crescente del BOM, ogni costo aggiuntivo di logistica e gestione diventa molto più difficile da sostenere, soprattutto in un mercato nel quale la domanda è già debole. La Cina conserva inoltre un vantaggio che non coincide soltanto con salari o capacità di assemblaggio: possiede un ecosistema estremamente denso di fornitori, componentisti, infrastrutture e competenze capace di comprimere tempi e costi operativi. L’intelligenza artificiale entra in questa equazione indirettamente ma con forza, perché server e data center continuano a contendersi capacità produttiva e memoria con il mercato consumer. Il risultato è un paradosso industriale: la stessa corsa tecnologica che spinge Stati Uniti ed Europa a ridurre le dipendenze strategiche può rendere economicamente più costoso costruire l’hardware lontano dalla Cina. Nel 2027 la sfida dei notebook non sarà quindi soltanto vendere computer più cari, ma decidere quanto rischio geopolitico le aziende siano davvero disposte a pagare pur di non tornare verso la filiera più efficiente.
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