Operazione cyber Digos a Padova

Padova, chat da 1.025 studenti pianificava violenze per il corteo del 16 ottobre

🛡️ Executive Summary

  • La Digos di Padova ha eseguito otto perquisizioni nell’indagine su una community da 1.025 partecipanti nata in vista della manifestazione studentesca del 16 ottobre.
  • Nella chat alcuni utenti avrebbero istigato a incendiare cassonetti, usare passamontagna, portare pistola, petardi e fumogeni, attaccare la Questura e saccheggiare un negozio.
  • Le SIM utilizzate da alcuni promotori erano intestate a familiari adulti ma risultavano in uso a minorenni tra 15 e 17 anni; il Questore ha disposto misure nei confronti di 14 ragazzi.

Una chat nata attorno alla manifestazione studentesca nazionale del 16 ottobre a Padova ha raggiunto in breve tempo il limite di 1.025 partecipanti e si è trasformata, secondo la Polizia di Stato, in uno spazio nel quale alcuni utenti stavano pianificando azioni violente nel centro cittadino. La Digos di Padova ha eseguito otto perquisizioni delegate dalla Procura per l’ipotesi di istigazione a delinquere aggravata dall’uso di Internet. L’intervento arriva alla vigilia del corteo e sposta il caso dal semplice monitoraggio della protesta alla prevenzione di condotte concrete: nei messaggi sarebbero comparsi riferimenti a incendi, travisamento del volto, petardi, fumogeni, una pistola, un possibile attacco alla Questura e il saccheggio di un esercizio commerciale.

Dalla chat degli studenti nasce la community “16/10”

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Secondo il comunicato della Polizia di Stato, l’attività investigativa nasce da un monitoraggio mirato dello stato di agitazione nella provincia di Padova in vista della mobilitazione studentesca. Gli investigatori hanno individuato un gruppo di messaggistica creato da ragazzi e studenti che ha rapidamente raggiunto 1.025 partecipanti, il numero massimo consentito, determinando successivamente la nascita di una community denominata “16/10”. È all’interno di questo spazio che alcuni utenti avrebbero iniziato a proporre modalità operative per trasformare la manifestazione in occasione di scontro: incendiare cassonetti, presentarsi vestiti di nero e con il volto coperto, portare petardi e fumogeni e utilizzare una pistola. Nei messaggi sarebbe stata inoltre prospettata l’idea di attaccare la Questura e saccheggiare un negozio del centro storico.

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Le SIM risultavano intestate agli adulti ma venivano usate dai minorenni

Le perquisizioni hanno permesso alla Digos di ricostruire anche l’identità di alcuni utenti dietro i numeri utilizzati nella chat. Le SIM risultavano formalmente intestate a familiari maggiorenni, ma sarebbero state utilizzate da studenti minorenni tra i 15 e i 17 anni. Il particolare è rilevante perché dimostra ancora una volta quanto l’identificazione formale di una linea telefonica non coincida necessariamente con l’identità della persona che la utilizza concretamente all’interno di gruppi digitali. L’indagine non si è quindi fermata alla lettura dei messaggi, ma ha cercato di collegare account, numeri e dispositivi alle persone che avrebbero partecipato alla diffusione degli inviti alla violenza. Il caso presenta una differenza significativa rispetto alle recenti indagini sulla radicalizzazione minorile raccontate da Matrice Digitale. A Monza un sedicenne era stato collocato in comunità dopo un percorso definito dagli investigatori di “radicalizzazione ibrida”, mentre a Verona erano emerse comunità online legate a suprematismo, accelerazionismo e propaganda neonazista. A Padova, invece, il materiale reso pubblico dalla Polizia descrive una mobilitazione costruita attorno a un evento già programmato e imminente, nella quale alcuni partecipanti avrebbero discusso direttamente delle azioni da compiere in strada.

Quattordici ragazzi raggiunti da misure di prevenzione

Il Questore di Padova ha disposto Dacur, Daspo, avvisi orali e diffide nei confronti di 14 ragazzi che avrebbero partecipato a vario titolo alla community. Il gruppo comprende gli otto soggetti segnalati nell’ambito delle perquisizioni e altri sei ragazzi convocati in Questura insieme ai genitori. Il dato anagrafico resta uno degli elementi centrali dell’operazione: una parte dei protagonisti individuati dalla Digos è composta da studenti tra i 15 e i 17 anni, quindi da minorenni che avrebbero utilizzato strumenti di messaggistica ordinari per costruire rapidamente una comunità numericamente molto ampia attorno alla manifestazione. La dinamica ricorda, pur con finalità ideologiche differenti, quanto emerso nell’indagine di Arezzo su cinque minorenni e sull’utilizzo di chat e social come strumenti di propaganda e reclutamento. Il punto comune non è il contenuto politico, ma il funzionamento dell’infrastruttura sociale: gruppi digitali che possono passare molto rapidamente dalla condivisione di messaggi alla costruzione di identità collettive e, nei casi più critici, alla discussione di comportamenti da trasferire nel mondo fisico.

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Il salto avviene quando la chat passa dalle parole alle istruzioni operative

La vicenda di Padova non deve essere trasformata nella criminalizzazione di una manifestazione studentesca né dei 1.025 partecipanti presenti complessivamente nella chat, perché il comunicato della Polizia concentra le contestazioni su specifici promotori e partecipanti individuati nell’indagine. Il dato rilevante è un altro: all’interno di uno spazio digitale nato attorno alla protesta alcuni utenti avrebbero iniziato a tradurre l’agitazione in indicazioni operative per commettere violenze durante un evento già fissato nel calendario. È precisamente questa transizione che rende l’attività di prevenzione diversa dal semplice controllo delle opinioni espresse online. Non l’adesione a una protesta, non il linguaggio politico radicale, ma la pianificazione di incendi, travisamenti, armi e attacchi contro obiettivi determinati. Nel passaggio dalla conversazione alla preparazione dell’azione, la chat smette di essere soltanto uno spazio di discussione e diventa un elemento investigativo del mondo reale.

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