📌 In Sintesi
- L’EDPB avverte che smart glasses con telecamere, microfoni e AI possono registrare persone inconsapevoli e creare rischi elevati per la privacy.
- Produttori e fornitori non possono scaricare ogni responsabilità sugli utenti quando determinano finalità e mezzi del trattamento dei dati.
- Indicatori luminosi e acustici, limiti alle registrazioni, oscuramento dei volti e restrizioni nei luoghi sensibili diventano misure centrali.
Gli smart glasses entrano ufficialmente nel radar dei Garanti europei della privacy. Il Comitato europeo per la protezione dei dati, EDPB, ha adottato una dichiarazione che individua i rischi derivanti da occhiali dotati di telecamere, microfoni e sistemi di intelligenza artificiale, soprattutto quando permettono di registrare immagini e conversazioni senza che le persone circostanti ne siano consapevoli. Il documento non introduce un nuovo divieto europeo né una disciplina specifica per gli occhiali intelligenti, ma chiarisce un principio destinato a pesare sull’intero settore: più questi dispositivi diventano indistinguibili dagli occhiali normali, maggiore diventa il problema della trasparenza verso chi viene osservato, ascoltato o registrato.
Cosa leggere
Gli smart glasses diventano una videocamera che le persone possono non vedere
Il comunicato del Garante per la protezione dei dati personali, pubblicato al termine della plenaria EDPB del 14 ottobre 2026, richiama esplicitamente registrazioni occulte, dirette sui social, riconoscimento facciale e riconoscimento vocale tra gli utilizzi che possono produrre rischi significativi. Gli stessi dispositivi possono naturalmente essere impiegati per telefonare, tradurre conversazioni, documentare eventi o assistere persone con disabilità, ma la combinazione di fotocamera, microfono e AI sempre disponibili sul volto dell’utente modifica radicalmente il rapporto tra chi utilizza il dispositivo e le persone presenti intorno. Il problema cresce proprio mentre prodotti come i Ray-Ban Meta stanno diventando strumenti quotidiani per navigazione, audio, fotografia e interazione con l’intelligenza artificiale: più diminuisce la necessità di estrarre lo smartphone dalla tasca, più diventa difficile per un terzo comprendere quando una funzione di acquisizione è attiva.
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Il privato può essere escluso dal GDPR ma produttori e servizi restano responsabili
L’EDPB distingue nettamente l’utilizzo esclusivamente personale o domestico dagli impieghi che escono da quel perimetro. Chi usa gli occhiali nella propria sfera privata può beneficiare dell’esenzione domestica prevista dalla disciplina europea; la situazione cambia quando immagini e video vengono pubblicati su profili social accessibili al pubblico oppure quando gli smart glasses vengono utilizzati in ambito professionale. In questi casi l’utilizzatore può diventare titolare del trattamento con gli obblighi conseguenti. Il passaggio più importante riguarda però produttori, sviluppatori di applicazioni e fornitori di servizi AI: quando determinano finalità e mezzi del trattamento possono essere titolari autonomi o contitolari e non possono trasferire semplicemente sull’utente i propri obblighi, compreso quello di trasparenza. È un punto cruciale perché impedisce di ridurre la questione a “chi indossa gli occhiali deve comportarsi bene”. Quando il dispositivo integra riconoscimento, classificazione o analisi biometrica, il problema riguarda direttamente l’architettura del servizio. Il precedente più evidente resta quello del riconoscimento facciale di Clearview, sanzionato dal Garante italiano con 20 milioni di euro: negli smart glasses una capacità simile può spostarsi dai database consultati a posteriori a dispositivi presenti costantemente nello spazio fisico.
Una piccola luce sulla montatura non basta se può essere ignorata o disattivata
La trasparenza diventa così un requisito di progettazione. Secondo i Garanti europei, chi si trova nelle vicinanze deve poter comprendere quando viene ripreso o registrato. L’EDPB indica segnali luminosi e acustici, notifiche di prossimità e caratteristiche estetiche che rendano distinguibili gli smart glasses dagli occhiali tradizionali, precisando che queste misure devono essere efficaci e difficili da disattivare. Anche la base giuridica resta problematica: ottenere il consenso delle persone riprese inconsapevolmente può essere concretamente impossibile, mentre il legittimo interesse richiede una valutazione tra finalità perseguite, diritti delle persone e loro ragionevole aspettativa di non essere registrate. Il Comitato suggerisce quindi di intervenire prima ancora che i dati vengano raccolti o diffusi: limitare la registrazione continua e i tempi di conservazione, oscurare i volti, pseudonimizzare i dati, introdurre restrizioni geografiche nei luoghi sensibili e creare meccanismi che rallentino la pubblicazione immediata sui social. La privacy diventa quindi una funzione hardware e software del prodotto, non una semplice informativa mostrata durante la configurazione.
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Il confine diventa ancora più delicato in ospedali, scuole, spogliatoi e ambienti di lavoro, indicati espressamente dal Garante tra i luoghi nei quali i rischi possono aumentare. Qui una registrazione apparentemente banale può coinvolgere minori, informazioni sanitarie, conversazioni professionali o persone che non hanno una possibilità realistica di sottrarsi all’inquadratura. L’EDPB chiede una tutela particolare per i minori e ricorda che l’utilizzo degli smart glasses può incrociare non soltanto il GDPR, ma anche norme penali, civili, lavoristiche e altre discipline settoriali. Il messaggio per il mercato è quindi più ampio della privacy in senso stretto: gli occhiali intelligenti non possono essere progettati come se tutto ciò che il sensore riesce tecnicamente a vedere possa automaticamente essere acquisito, elaborato e condiviso. La corsa agli smart glasses cerca di rendere la tecnologia sempre meno visibile; i Garanti europei chiedono esattamente il contrario quando il dispositivo osserva gli altri: rendere evidente che una macchina sta guardando, ascoltando o elaborando ciò che accade intorno all’utente.
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