Sintesi
- Russia e Ucraina hanno portato la guerra dentro i data center: Mosca ha colpito infrastrutture digitali ucraine e Kiev ha risposto contro Yandex, confermando un modello già visto nel conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti.
- Il crollo dei bot Yandex non dimostra la distruzione della propaganda russa: il dato Cloudflare riguarda traffico automatizzato, crawler e sistemi di indicizzazione. Trasformarlo nella prova dell’azzeramento delle bot farm russe significa attribuire al dato ciò che non misura.
- Il vero caso è l’informazione che amplifica la propaganda: una correlazione tecnica è diventata una vittoria nella guerra ibrida perché social e media hanno replicato la stessa lettura senza verificarla, alimentando un modello editoriale sempre più uniforme e dipendente dalle piattaforme.
Cosa leggere
Russia e Ucraina continuano a colpirsi, a rispondersi e ormai anche a bombardarsi i data center. La Russia ha iniziato colpendo infrastrutture digitali ucraine, provocando disservizi e dimostrando ancora una volta che la guerra cibernetica non ha necessariamente bisogno di un malware quando basta distruggere fisicamente il server sul quale gira un servizio. Matrice Digitale aveva raccontato proprio questo passaggio quando gli attacchi russi contro i data center ucraini lasciarono circa centomila utenze senza Internet. L’Ucraina ha risposto portando lo stesso principio dentro il territorio russo e colpendo i data center di Yandex. A quel punto la guerra sul cloud è diventata reciproca: non si tenta più soltanto di compromettere sistemi, sottrarre dati o bloccare servizi, ma si colpiscono gli edifici nei quali il digitale risiede fisicamente. L’analogia con quanto accaduto nella guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti viene quasi spontanea e, questa volta, non è nemmeno sbagliata. Nel Golfo Persico era già successo qualcosa di simile quando le infrastrutture cloud statunitensi erano finite direttamente nel perimetro della guerra, fino agli attacchi contro i data center AWS in Bahrain e negli Emirati Arabi Uniti. Matrice Digitale aveva poi descritto questa evoluzione parlando di cloud e infrastrutture digitali trasformati in bersagli strategici durante la crisi iraniana. Cambiano il teatro, gli eserciti e gli obiettivi, ma il metodo è lo stesso: se il cloud sostiene economia, servizi, comunicazioni, intelligenza artificiale e capacità dello Stato, colpire il cloud significa colpire una parte della capacità operativa del Paese.
L’Ucraina colpisce Yandex e la guerra entra nei server russi
Il punto quindi non è negare l’efficacia dell’operazione ucraina. I danni ai data center Yandex sono stati reali e rilevanti, così come sono stati reali i problemi successivamente registrati dai servizi collegati all’infrastruttura del gruppo russo. Matrice Digitale aveva seguito gli attacchi fin dall’11 ottobre, quando tre data center Yandex erano stati colpiti tra Sasovo, Kaluga e Vladimir, con strutture messe fuori servizio o parzialmente compromesse e un impatto che andava ben oltre il semplice danno immobiliare. Ed è qui che comincia la parte più interessante della storia. Perché mentre Kiev dimostrava di poter colpire una delle infrastrutture tecnologiche più importanti della Russia, si è costruita quasi immediatamente una seconda notizia, molto più efficace dal punto di vista propagandistico: l’attacco avrebbe praticamente cancellato i bot utilizzati dalla Russia per la propria attività di disinformazione sui social network.
Un successo militare diventa anche una vittoria nella guerra dell’informazione
La concatenazione era perfetta. Vengono bombardati i data center Yandex. Cloudflare registra un crollo del traffico automatizzato proveniente dalle reti della società. Subito dopo iniziano a circolare grafici e interpretazioni secondo cui sarebbero crollati i bot russi. A quel punto la conclusione viene servita già pronta: l’Ucraina non avrebbe soltanto danneggiato Yandex, ma avrebbe anche assestato un colpo devastante alla macchina della propaganda del Cremlino. Una storia del genere era troppo bella per non diventare virale.

Ed è stata infatti ripresa e amplificata come se il collegamento fosse già dimostrato. Il problema è che Matrice Digitale l’11 ottobre aveva scritto esattamente il contrario, inserendolo perfino nella sintesi del pezzo: il traffico bot dell’ASN di Yandex era crollato, ma quel dato non dimostrava affatto che fossero stati eliminati i bot utilizzati per la disinformazione russa. Non era una difesa della Russia, né un tentativo di ridimensionare l’attacco ucraino. Era semplicemente il rispetto della differenza tra ciò che il dato diceva e ciò che molti volevano fargli dire.
Cloudflare vede i bot, non stabilisce per chi fanno propaganda
Qui sta l’errore tecnico che ha trascinato dietro di sé quello giornalistico. Cloudflare osserva traffico automatizzato. Questo significa crawler, scraper, sistemi di indicizzazione, agenti, scanner e una quantità enorme di processi che attraversano la rete senza che dietro ogni richiesta ci sia una persona. La parola bot non equivale automaticamente a bot politico, troll del Cremlino o account utilizzato per condizionare un’elezione. Il caso Yandex lo dimostra in modo quasi didattico. Dopo il bombardamento dei data center crolla il traffico automatizzato proveniente dalle sue infrastrutture. Ma Yandex è un motore di ricerca. Ha crawler che attraversano Internet, indicizzano le pagine e raccolgono informazioni esattamente come fanno Googlebot e gli altri strumenti automatici dei grandi motori. Quando viene ridotta la capacità computazionale e di rete di Yandex, è quindi perfettamente logico che diminuisca anche quella parte del traffico.
Matrice Digitale lo ha ricostruito due giorni dopo, quando Leonid Volkov ha smontato la bufala sulla presunta distruzione dei bot russi. Il dato Cloudflare era reale. Era falsa o quantomeno non dimostrata l’interpretazione che gli era stata appiccicata sopra.
Se bombardassero Google calerebbero anche i bot di Google
La questione diventa ancora più evidente se si guarda alla natura attuale di Internet. Cloudflare ha rilevato che il traffico automatizzato ha ormai superato quello prodotto direttamente dagli esseri umani e Matrice Digitale aveva già raccontato come i bot e gli agenti AI fossero arrivati a rappresentare il 57,5 per cento delle richieste HTTP osservate. A quel punto il ragionamento è molto semplice. Se domani venissero distrutti alcuni grandi data center utilizzati da Google e il traffico di Googlebot crollasse, nessuno potrebbe dedurre seriamente che siano stati distrutti i bot della propaganda americana. Sarebbero diminuiti prima di tutto crawler, sistemi automatici e processi legati all’infrastruttura colpita. Con Yandex è avvenuto esattamente lo stesso salto logico, ma la nazionalità russa della società ha reso quella conclusione politicamente appetibile.
È qui che l’hype ha sostituito la verifica.
Prima il grafico, poi la storia che tutti volevano leggere
Il problema è diventato ancora più evidente quando sono cominciati a circolare sui social altri grafici nei quali il calo di attività veniva associato direttamente alla diminuzione della propaganda filorussa e perfino dei commenti favorevoli ad alcuni partiti europei. Anche in questo caso la costruzione rispondeva a un bisogno preciso: dimostrare che l’attacco ucraino non fosse soltanto efficace sul piano militare, ma producesse immediatamente un beneficio politico dentro le democrazie occidentali.

Ed è proprio questo tipo di meccanismo che dovrebbe preoccupare quando si parla di guerra ibrida. Una notizia plausibile non è necessariamente una notizia vera. E durante una guerra la plausibilità è probabilmente l’arma più potente della propaganda, perché permette di costruire una narrazione partendo da un fatto reale.
Il fatto reale erano i data center Yandex bombardati.
Il fatto reale era il crollo del traffico automatizzato.
Il passaggio non dimostrato era: quei bot erano la macchina della propaganda russa.
Eppure è stato proprio quest’ultimo passaggio a generare maggiore attenzione.
I bot russi esistono, ma non sono necessariamente l’esercito onnipotente raccontato in Occidente
Questo non significa negare l’esistenza dei bot russi. Sarebbe altrettanto sbagliato. La Russia conduce da anni operazioni di propaganda, influenza e disinformazione e Matrice Digitale ne ha documentate molte. Il problema è trasformare qualsiasi automazione proveniente dalla Russia nella prova di una campagna coordinata dal Cremlino. Già nel 2022 Matrice Digitale aveva pubblicato un approfondimento sulla ricerca australiana che analizzava milioni di interazioni social durante le prime settimane della guerra in Ucraina. La ricerca dell’Università di Adelaide mostrava un ecosistema molto più complesso di quello raccontato normalmente: bot russi, bot filoucraini, account umani, reti che si amplificavano reciprocamente e un peso dell’automazione che non poteva essere letto semplicemente dividendo il mondo tra propaganda russa e opinione pubblica occidentale. Un elemento rimane particolarmente interessante: molti bot finiscono per parlare con altri bot. Creano volume, generano una microvisibilità, producono l’impressione di una conversazione enorme, ma questo non significa automaticamente che riescano a modificare l’opinione di milioni di persone.
Gli agenti AI stanno facendo qualcosa di molto più sofisticato
Nel frattempo il problema si è evoluto. Oggi non esistono soltanto bot che pubblicano testi o rilanciano automaticamente messaggi. Esistono agenti in grado di generare contenuti, adattarli, produrre audio e video, coordinare identità e costruire materiali molto più credibili e soprattutto molto più virali. È il salto che Matrice Digitale aveva analizzato parlando di agenti AI e bot contro la democrazia, distinguendo capacità tecnologica e impatto reale. Ed è una differenza enorme rispetto alla vecchia bot farm che ripete cento volte la stessa frase. Un video sintetico credibile, costruito per essere emotivamente efficace e distribuito attraverso gli algoritmi, può avere un impatto molto superiore a migliaia di commenti prodotti da account che finiscono per interagire quasi esclusivamente tra loro.
Per questo continuare a raccontare il problema della propaganda digitale come se fossimo ancora nel 2016 rischia di essere persino controproducente.
Reddit, Google e la filiera che rende una storia virale
Una parte di queste ricostruzioni ha trovato spazio anche su Reddit. Qui però va fatta una precisazione importante rispetto alla formulazione iniziale: Reddit non è stata acquistata da Google. Esiste invece un rapporto economico e tecnologico molto stretto tra le due società, attraverso un accordo che consente a Google di accedere in maniera strutturata ai dati di Reddit e integrarli maggiormente nei propri prodotti. Matrice Digitale lo aveva raccontato già nel 2024 analizzando l’espansione della partnership tra Google, Reddit e Gemini. La correzione rafforza, anziché indebolire, il problema più generale. Reddit produce conversazioni, segnali, tendenze e materiale che può diventare rapidamente fonte per altri siti, motori di ricerca, strumenti AI e soprattutto giornali. Google controlla una parte enorme della porta di ingresso attraverso cui quei contenuti vengono trovati. Non serve che una piattaforma possieda l’altra perché si crei una filiera della visibilità nella quale la stessa narrazione possa essere amplificata da più nodi dello stesso ecosistema.
L’informazione autoreferenziale che premia chi arriva prima, non chi verifica
Ed è qui che il caso dei bot Yandex smette di essere una vicenda tecnologica e diventa un problema dell’informazione. Da anni si parla di qualità, equo compenso, tutela degli editori e rapporto con Google. Barachini, Benanti e Ciulli sono diventati protagonisti, a diverso titolo, del dibattito sul futuro dell’informazione digitale. Matrice Digitale ha dedicato più inchieste proprio a questo rapporto, fino a descrivere l’intreccio tra Google, Barachini, Benanti, Ciulli ed editoria italiana e successivamente il problema di un sistema nel quale Google controlla contemporaneamente visibilità, pubblicità e parte del rapporto economico con gli editori.
Ma se l’informazione vuole essere pagata perché produce qualità, la prima condizione dovrebbe essere produrre qualità.
La corsa all’equo compenso vale poco se tutti pubblicano la stessa bufala
Se una notizia non verificata viene presa da una piattaforma, rilanciata da una seconda fonte e successivamente replicata da decine di testate perché intercetta il trend del momento, non siamo davanti a un giornalismo che produce valore: siamo davanti a una catena industriale della ripubblicazione. Ed è il paradosso che Matrice Digitale ha sollevato più volte anche quando ha affrontato il problema di Google che deprezza economicamente gli articoli mentre l’editoria continua a dipendere dalla sua distribuzione. L’editore spera nella fiammata di traffico, nell’ingresso in Discover, nel posizionamento, nella quota pubblicitaria e contemporaneamente chiede che quel contenuto venga riconosciuto economicamente come prodotto di qualità.
Ma una notizia falsa non diventa giornalismo di qualità perché viene pubblicata da cento testate contemporaneamente.
Anzi, succede l’opposto. Ogni volta che l’informazione si uniforma alla stessa narrazione senza verificarla, svaluta il proprio prodotto. E consegna alle piattaforme un argomento perfetto per sostenere che il valore non sia nel singolo editore, ma nel sistema algoritmico capace di raccogliere, ordinare e sintetizzare tutto ciò che gli editori producono.
L’Ucraina colpisce davvero, ma ha ancora bisogno della propaganda
Alla fine resta il punto più semplice, che è anche quello dal quale bisogna partire. L’Ucraina ha colpito Yandex. L’attacco ha prodotto danni. I servizi hanno avuto problemi. Il traffico automatizzato è crollato. Era già abbastanza.
Non c’era alcun bisogno di trasformare quei crawler nella prova della distruzione della propaganda russa.
Eppure la necessità di rappresentare ogni operazione ucraina come estremamente efficace ha prodotto ancora una volta quella sovrapposizione tra guerra militare e guerra informativa che accompagna il conflitto fin dall’inizio. Kiev continua a resistere, continua a dimostrare capacità operative e continua a colpire obiettivi importanti sul territorio russo. Ma la necessità di dare a ogni attacco anche un significato simbolico superiore al suo risultato reale finisce per avere bisogno della stessa propaganda che l’Occidente sostiene di voler combattere. È questo il punto che il caso Yandex racconta meglio di qualsiasi grafico. Mosca bombarda i data center ucraini. Kiev bombarda quelli russi. I server cadono davvero, i servizi smettono davvero di funzionare e la guerra digitale diventa una guerra fisica contro l’infrastruttura.
Poi arriva la seconda guerra.
Quella nella quale un crawler diventa un troll, un grafico diventa una prova, una correlazione diventa una certezza e una notizia abbastanza plausibile da essere vera viene pubblicata prima ancora che qualcuno si chieda se lo sia davvero.
Ed è proprio lì che la disinformazione smette di avere necessariamente una bandiera russa.
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