Meta nuovi termini e crawler AI

Meta, nuovi termini: i siti degli editori possono finire nel training AI

📌 In Sintesi

  • Dal 30 ottobre i nuovi termini commerciali di Meta autorizzano sistemi automatici a raccogliere contenuti dai siti associati agli account business.
  • Tre esperti legali consultati da Nieman Lab ritengono che la formulazione possa consentire a Meta di utilizzare anche i contenuti degli editori per sviluppare e addestrare prodotti AI.
  • Meta sostiene che la modifica consolidi autorizzazioni già esistenti e che robots.txt continuerà a essere rispettato, ma per gli account business non è previsto un opt-out specifico dai nuovi termini.

Meta potrebbe ottenere attraverso una modifica contrattuale ciò che il mercato dell’intelligenza artificiale sta cercando di comprare attraverso accordi con gli editori: l’accesso ai contenuti dei loro siti. Dal 30 ottobre entreranno in vigore nuovi Commercial Terms per le imprese che utilizzano Facebook, Instagram, Messenger e WhatsApp attraverso account e strumenti business. La formulazione autorizza Meta e soggetti che operano per suo conto a utilizzare crawler, bot e altri software automatizzati per accedere, indicizzare, analizzare e raccogliere materiale dai domini e dalle pagine associati ai prodotti o servizi dell’impresa. Il passaggio più delicato arriva subito dopo: i contenuti ottenuti attraverso questi sistemi potranno essere utilizzati per sviluppare, migliorare, ricercare e addestrare i prodotti Meta. Per un normale e-commerce significa cataloghi e prodotti; per un editore significa potenzialmente articoli, archivi e produzione giornalistica.

Gli account business possono aprire a Meta anche il sito esterno

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L’inchiesta di Nieman Journalism Lab parte dalla formulazione inserita nei nuovi termini commerciali e la sottopone a tre esperti di diritto digitale e proprietà intellettuale. Il risultato è tutt’altro che marginale. La licenza non riguarda soltanto ciò che un editore pubblica direttamente su Facebook o Instagram: comprende domini, pagine e URL associati ai prodotti e ai servizi dell’account business. Meta si riserva inoltre la possibilità di creare credenziali di test per accedere ai siti. Secondo James Grimmelmann, docente di Digital and Information Law alla Cornell, una lettura ampia della clausola consentirebbe di costruire archivi di contenuti utilizzabili anche nello sviluppo dei sistemi AI. Meta non ha confermato questa interpretazione, ma la società non ha nemmeno limitato contrattualmente il termine “train” alla sola pubblicità o ai cataloghi commerciali.

Leggi anche: AGCOM vince contro Meta sull’equo compenso agli editori

Meta dice che robots.txt resta valido, ma il contratto apre un altro problema

La posizione ufficiale della società è più prudente. Meta sostiene che le nuove condizioni riorganizzino autorizzazioni già distribuite in altri termini commerciali e che non modifichino il modo in cui verranno effettuate le scansioni dei siti. Un portavoce ha inoltre dichiarato a Nieman Lab che i proprietari continueranno a poter gestire l’accesso dei crawler attraverso robots.txt. Il problema giuridico individuato dagli esperti è diverso: un file robots.txt esprime una preferenza tecnica nei confronti dei crawler, mentre l’accettazione dei Commercial Terms costituisce un rapporto contrattuale diretto. Diventa quindi rilevante stabilire cosa accadrebbe qualora un editore vietasse tecnicamente il crawling ma avesse contemporaneamente accettato termini che lo autorizzano. Non esiste ancora una decisione giudiziaria su questa specifica clausola e sarebbe scorretto sostenere che Meta possa semplicemente ignorare robots.txt. È però evidente che la formulazione crea una base contrattuale che prima risultava molto meno esplicita.

Per gli editori la scelta è accettare oppure lasciare gli strumenti business

Il punto più aggressivo dei nuovi termini è l’assenza di un opt-out dedicato. Chi non accetta l’aggiornamento deve interrompere l’utilizzo dei prodotti Meta per finalità commerciali. Per una piccola impresa può significare rinunciare a strumenti pubblicitari e gestionali; per una testata significa mettere in discussione Facebook Page, Instagram, WhatsApp Channel, Messenger e gli strumenti Business Suite utilizzati per distribuire contenuti e raggiungere il pubblico. È qui che Benjamin Sobel, docente di diritto alla University of Wisconsin, individua un possibile problema assimilabile al “tying”: per utilizzare un servizio che può essere essenziale alla distribuzione digitale bisogna accettare anche autorizzazioni che riguardano un bene differente, cioè il contenuto presente sul proprio sito. La dipendenza degli editori dalle piattaforme è lo stesso nodo emerso quando Google AI Overviews ha iniziato a trattenere la risposta prima del clic verso la fonte.

Meta può chiedere gratuitamente ciò per cui altri stanno iniziando a pagare

La tempistica rende il caso ancora più rilevante. Il mercato sta andando verso accordi nei quali aziende AI e piattaforme cercano licenze, partnership e accesso strutturato ai contenuti editoriali. Meta stessa ha accordi con CNN, Fox News, Le Monde, People e USA Today per portare informazioni in tempo reale dentro Meta AI. Contemporaneamente, però, la nuova clausola commerciale potrebbe fornire una base molto più larga per raccogliere materiale da testate che non hanno sottoscritto alcun accordo specifico di licensing. È una differenza sostanziale rispetto al modello negoziale: un editore può decidere quanto vale il proprio archivio quando esiste un contratto dedicato; ha molto meno potere quando l’autorizzazione allo scraping viene inserita nelle condizioni necessarie per utilizzare una piattaforma dalla quale dipende una parte della distribuzione. È la stessa asimmetria che rende problematica la dipendenza dell’editoria italiana da Google e dalle infrastrutture delle Big Tech.

In Italia il paradosso si chiama equo compenso

Il caso assume un significato particolare in Italia, dove Meta ha già contestato il meccanismo dell’equo compenso per l’utilizzo online delle pubblicazioni giornalistiche. Il contenzioso con AGCOM ruota intorno alla remunerazione dovuta agli editori quando le piattaforme utilizzano contenuti protetti, mentre la Corte di giustizia UE ha rafforzato la compatibilità del modello italiano con il diritto europeo. Il nuovo contratto commerciale apre quindi un secondo livello: non più soltanto quanto debba essere pagato un contenuto quando viene utilizzato da una piattaforma, ma se l’editore possa avere già autorizzato una parte dell’utilizzo accettando le condizioni necessarie per mantenere i propri account business. I due piani giuridici non coincidono e la clausola Meta non cancella automaticamente diritti connessi, copyright o obblighi normativi europei. Ma il conflitto economico diventa evidente: l’editore sostiene il costo di produrre informazione, la piattaforma controlla distribuzione e pubblicità e ora vuole una base contrattuale per analizzare anche ciò che resta sul sito dell’editore.

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Il vero asset dell’AI non è il modello ma ciò che qualcuno ha già prodotto

La vicenda mette a nudo uno dei problemi centrali dell’economia dell’intelligenza artificiale. I modelli hanno bisogno di contenuti, ma i contenuti di qualità hanno un costo che viene sostenuto altrove. Una redazione paga giornalisti, collaboratori, fotografie, infrastruttura, archivi, verifiche, responsabilità legale e accesso alle fonti. Una piattaforma dispone invece della capacità di raccogliere quei materiali su scala enorme e trasformarli in ranking, recommendation, risposte AI o nuovi prodotti. I nuovi Commercial Terms di Meta non dimostrano che dal 30 ottobre tutti i giornali verranno automaticamente aspirati dentro il training di Llama o di un altro modello. Dimostrano qualcosa di più interessante: Meta vuole che il contratto le conceda un margine abbastanza ampio da poter utilizzare i contenuti esterni nello sviluppo e nel training dei propri prodotti. E per molti editori il prezzo per rifiutare quella clausola potrebbe essere uscire dalle piattaforme sulle quali, per anni, sono stati spinti a costruire una parte della propria audience.

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