📌 In Sintesi
- Le Filippine vogliono diventare un hub digitale dell’Asia-Pacifico, ma PLDT denuncia permessi frammentati e ritardi che ostacolano la riparazione dei cavi sottomarini.
- Il Canada cerca una connessione diretta con l’Europa senza attraversare gli Stati Uniti: Bulk Infrastructure propone il sistema Leif Erikson, un progetto da oltre 620 milioni di dollari ancora in cerca di finanziamenti.
- La sicurezza delle dorsali digitali diventa una questione di sovranità nazionale, tra tensioni con la Cina nel Pacifico, dipendenza dalle infrastrutture statunitensi e necessità di diversificare le rotte.
Le Filippine vogliono diventare uno dei principali snodi delle telecomunicazioni dell’Asia-Pacifico, mentre il Canada cerca una nuova strada per collegarsi direttamente all’Europa senza attraversare gli Stati Uniti. Due iniziative geograficamente lontane che raccontano la stessa trasformazione: i cavi sottomarini sono diventati infrastrutture strategiche sulle quali si misura la sovranità digitale degli Stati. Manila deve affrontare burocrazia, autorizzazioni lente e tensioni marittime con la Cina; Ottawa guarda invece alla Norvegia per realizzare una dorsale alternativa alle reti americane. Al centro della competizione si trovano investimenti miliardari, data center, traffico Internet, sicurezza nazionale e il controllo delle rotte fisiche lungo le quali viaggiano le informazioni. La questione non riguarda soltanto quanti cavi costruire, ma chi li possiede, chi autorizza le riparazioni e quali territori attraversano prima di raggiungere la destinazione.
Cosa leggere
Le Filippine vogliono diventare uno snodo digitale dell’Asia-Pacifico
Durante l’Archipelagic Governance for Subsea Cables Forum, il presidente e amministratore delegato di PLDT Global, Albert Villa-Real, ha chiesto una maggiore cooperazione tra le amministrazioni pubbliche e procedure più semplici per realizzare e riparare le infrastrutture sottomarine. L’obiettivo è evitare che le Filippine rimangano un semplice punto terminale delle dorsali internazionali, trasformandole in un luogo di interconnessione tra reti provenienti da Paesi differenti. La posizione geografica dell’arcipelago, composto da oltre 7.600 isole e collocato tra Cina, Taiwan, Giappone e Sud-est asiatico, rende questa strategia plausibile. I sistemi Apricot e Jupiter, ai quali partecipa PLDT, rappresentano già collegamenti importanti per la capacità internazionale dell’area, ma l’esistenza di punti di approdo non basta a trasformare un Paese in un hub digitale. Servono data center, infrastrutture cloud, dorsali terrestri ridondanti, disponibilità energetica e procedure affidabili per la manutenzione. L’esigenza assume un significato ancora più importante nella competizione tra Big Tech e potenze globali per il controllo dei cavi sottomarini, dove il trasporto delle informazioni costituisce una risorsa economica e geopolitica. Per Manila, attirare nuovi investimenti significa anche assumere responsabilità crescenti nella protezione delle reti internazionali, garantendo agli operatori la possibilità di intervenire quando un’infrastruttura subisce un’interruzione. La capacità di ripristino diventa così importante quanto quella di trasmissione dei dati, soprattutto quando banche, amministrazioni pubbliche e aziende dipendono dalla continuità dei collegamenti.
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La legge Konektadong Pinoy non basta a risolvere il problema dei permessi
Il problema filippino non dipende dall’assenza di una legislazione sulle telecomunicazioni. Nel 2025 Manila ha approvato il Konektadong Pinoy Act, Republic Act 12234, una riforma destinata ad aumentare la concorrenza, semplificare l’accesso alle infrastrutture e favorire nuovi investimenti nella trasmissione dei dati. La legge pubblicata dalla Corte suprema filippina disciplina il settore della connettività e comprende i collegamenti sottomarini nella definizione delle infrastrutture di trasmissione internazionale. Nel luglio 2026 il Bureau of Customs è intervenuto anche sulle procedure doganali con il Customs Administrative Order 02-2026, introducendo regole più favorevoli all’ammissione temporanea delle navi straniere specializzate nella posa e riparazione dei cavi. La comunicazione ufficiale dell’autorità doganale descrive agevolazioni per le imbarcazioni autorizzate e procedure semplificate per gli spostamenti tra porti e cantieri. Le riforme sono quindi reali, ma non eliminano automaticamente la frammentazione amministrativa denunciata dagli operatori: una nave incaricata di intervenire su un collegamento danneggiato può dover ottenere ulteriori autorizzazioni marittime, ambientali e di sicurezza. Il vicepresidente PLDT per la progettazione e l’ingegneria di rete, Arvin Siena, ha evidenziato proprio la necessità di accelerare queste procedure senza compromettere la tutela delle infrastrutture nazionali. Una dorsale interrotta non rappresenta soltanto un guasto tecnico: se i permessi ritardano l’intervento, il problema può trasformarsi in una perdita di capacità trasmissiva prolungata, con ripercussioni sui servizi digitali e sulle attività economiche. Il nodo riguarda il coordinamento tra autorità pubbliche e soggetti privati prima ancora della disponibilità delle navi di riparazione.
Riparare una dorsale sottomarina diventa un problema di sicurezza nazionale
Un cavo sottomarino può essere danneggiato da terremoti, frane marine, attrezzature da pesca, ancoraggi e incidenti navali, senza che ogni interruzione debba essere interpretata come un sabotaggio. Tuttavia, la crescente importanza delle reti internazionali ha trasformato i tempi di riparazione in una variabile di sicurezza nazionale. Localizzare il guasto, mobilitare una nave specializzata, recuperare il cavo, sostituire il tratto danneggiato e verificare la trasmissione sono operazioni complesse, ulteriormente rallentate quando occorrono autorizzazioni rilasciate da amministrazioni differenti. Per un arcipelago esteso come quello filippino, la protezione delle dorsali non può limitarsi alla sorveglianza del fondale, ma richiede percorsi alternativi e protocolli di intervento rapidi. Il Cable Connectivity and Resilience Centre australiano ha già collaborato con le autorità filippine per migliorare la resilienza dei collegamenti e il coordinamento istituzionale, mentre la stessa questione è stata affrontata in Europa attraverso iniziative NATO dedicate a satelliti di backup e sistemi marittimi per la protezione delle comunicazioni sottomarine. Il principio è comune: nessuna infrastruttura può essere considerata invulnerabile e la capacità di instradare il traffico lungo percorsi differenti diventa indispensabile quando una tratta smette di funzionare. La resilienza non coincide con la semplice presenza di più cavi, perché collegamenti apparentemente indipendenti possono condividere punti di approdo, infrastrutture terrestri o fornitori critici. È proprio il tentativo di ridurre queste dipendenze a collegare la situazione delle Filippine con il progetto che il Canada sta cercando di rilanciare nell’Atlantico settentrionale.
Canada ed Europa preparano una rotta transatlantica che evita gli Stati Uniti
Mentre Manila cerca di rendere più efficiente la gestione dei propri collegamenti, Bulk Infrastructure Group, società norvegese specializzata in reti in fibra ottica e data center, punta a realizzare una nuova dorsale transatlantica tra Canada e Norvegia. Il progetto si chiama Leif Erikson e prevede una connessione sottomarina tra la costa meridionale norvegese e Happy Valley-Goose Bay, nella regione canadese di Terranova e Labrador, proseguendo successivamente sulla terraferma attraverso il Québec fino a Montréal. La documentazione ufficiale di Bulk Infrastructure presenta il sistema come una rotta indipendente dai principali corridoi transatlantici, progettata per collegare due regioni caratterizzate da una forte disponibilità di energia rinnovabile. Secondo la ricostruzione pubblicata da Bloomberg il 19 ottobre 2026, la società sta cercando un partner canadese disposto ad assumere la maggioranza della proprietà del progetto, il cui costo previsto supera 620 milioni di dollari, circa 552 milioni di euro al cambio indicativo del 19 ottobre.

Le valutazioni più recenti descrivono un percorso sottomarino di circa 4.600 chilometri, al quale si aggiungerebbero circa 1.900 chilometri di infrastruttura terrestre fino a Montréal. La dimensione geopolitica è evidente: una parte significativa del traffico canadese continua a dipendere da collegamenti che attraversano gli Stati Uniti, mentre il nuovo sistema offrirebbe una rotta diretta verso l’Europa. Il Canada non sta cercando soltanto maggiore capacità Internet, ma anche una diversa distribuzione del controllo sulle infrastrutture di trasporto dei dati. La distinzione resta però fondamentale: Leif Erikson è ancora un progetto, non un cavo operativo né un investimento definitivamente autorizzato.
Leif Erikson nasce nel 2021 ma la nuova ambizione è la sovranità canadese
L’iniziativa non nasce dalle tensioni geopolitiche del 2026. Bulk Infrastructure aveva annunciato già il 9 ottobre 2021 l’avvio degli studi di fattibilità con WFN Strategies, descrivendo una connessione diretta di circa 4.200 chilometri tra Norvegia e Canada. Il comunicato originario del progetto Leif Erikson individuava nella disponibilità di energia rinnovabile e nella diversificazione delle rotte i principali vantaggi industriali. La novità del 2026 riguarda quindi soprattutto la ricerca di una struttura proprietaria canadese e il rilancio politico dell’infrastruttura come alternativa ai percorsi controllati o attraversati dagli Stati Uniti. Il fondatore di Bulk, Peder Nærbø, ha collegato la necessità di costruire una dorsale sovrana alla vulnerabilità delle comunicazioni canadesi e al mutamento dei rapporti con Washington. Ma il progetto deve ancora superare ostacoli sostanziali: finanziamenti, studi sul percorso, autorizzazioni, accordi commerciali con i futuri utilizzatori e coinvolgimento delle comunità indigene interessate dalla tratta terrestre. La stessa documentazione aziendale conserva precedenti indicazioni temporali ormai superate, dimostrando quanto il passaggio dalla progettazione alla realizzazione sia complesso. Anche la disponibilità di un azionista canadese nel capitale di Bulk non equivale automaticamente alla proprietà canadese del futuro cavo. L’autonomia richiede una governance effettiva dell’infrastruttura, non soltanto investitori provenienti dal Paese che intende utilizzarla. È un elemento che accomuna il progetto transatlantico alla questione filippina: costruire una rete affidabile significa risolvere preventivamente chi può decidere, finanziare, autorizzare e garantire la continuità dei collegamenti.
Le attività cinesi vicino alle Batanes e la dipendenza americana riaprono la partita geopolitica
Le due vicende mostrano come la geografia dei cavi sottomarini sia diventata parte della competizione internazionale. Nel Pacifico occidentale, le autorità filippine osservano con attenzione le attività navali cinesi nei corridoi prossimi a Taiwan e allo stretto di Luzon. Alla fine di settembre la Guardia costiera filippina aveva segnalato la presenza della nave da ricerca Jia Hai Ke 7 nelle vicinanze delle isole Batanes, un’area strategica per le comunicazioni verso l’Asia nordorientale. Manila aveva espresso preoccupazioni per il comportamento dell’imbarcazione e per possibili incongruenze nei segnali di identificazione automatica, senza tuttavia produrre prove pubbliche di operazioni di sabotaggio o intercettazione dei cavi. La distinzione rimane essenziale: una nave oceanografica può raccogliere dati scientifici e informazioni potenzialmente utilizzabili per finalità militari, ma la presenza in un’area sensibile non dimostra un attacco. La Cina ha inoltre sviluppato tecnologie capaci di intervenire su cavi sottomarini fino a profondità di 3.500 metri, circostanza che aumenta l’attenzione sul potenziale dual-use degli strumenti disponibili, senza dimostrare che siano stati impiegati contro infrastrutture filippine. Nel Nord Atlantico, invece, il problema canadese è differente: non esiste una denuncia di sabotaggio statunitense, ma la volontà di ridurre una dipendenza infrastrutturale considerata strategicamente vulnerabile. La scelta delle rotte assume così un significato politico anche tra Paesi alleati, perché una dorsale può funzionare perfettamente sul piano tecnico ed essere comunque percepita come una concentrazione eccessiva del rischio.
Europa e Canada cercano nuovi collegamenti per proteggere il traffico dei dati
La ricerca di alternative transatlantiche non è un’iniziativa isolata di Bulk Infrastructure. Il tema compare già nella dichiarazione congiunta del Consiglio per il partenariato digitale Canada-Unione Europea dell’8 dicembre 2025, nella quale Ottawa e Bruxelles riconoscono la necessità di rafforzare le infrastrutture di comunicazione affidabili, esplorare nuove rotte internazionali e aumentare la resilienza delle connessioni, comprese quelle artiche. La questione dovrebbe tornare nell’agenda del confronto Canada-UE previsto a Montréal il 29 e 30 ottobre 2026, ma il sostegno istituzionale allo studio di nuove rotte non rappresenta automaticamente un’approvazione del sistema Leif Erikson. Il quadro europeo è comunque coerente con una strategia che punta a moltiplicare i collegamenti internazionali e a ridurre i punti di concentrazione del traffico. Parallelamente, le grandi piattaforme tecnologiche stanno investendo in capacità trasmissiva sempre più elevata, come dimostra il progetto Meta Petal per portare una capacità di un petabit al secondo attraverso l’Atlantico. L’obiettivo dei grandi operatori è soddisfare la crescita della domanda proveniente da cloud, streaming e intelligenza artificiale, ma per gli Stati il problema comprende anche giurisdizione, sicurezza dei collegamenti e continuità dei servizi. Possedere capacità trasmissiva non significa necessariamente controllare il percorso fisico o la governance del sistema, soprattutto quando l’infrastruttura appartiene a soggetti privati internazionali. Per l’Europa, e quindi anche per l’Italia, la diversificazione dei collegamenti transatlantici può contribuire alla resilienza delle reti, senza garantire automaticamente una diminuzione della dipendenza dai grandi fornitori di cloud e servizi digitali.
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Il controllo delle rotte diventa la vera misura della sovranità digitale
Le Filippine e il Canada si trovano davanti a due problemi differenti che conducono alla medesima conclusione. Manila dispone di una posizione geografica privilegiata, ma deve rendere più rapide le procedure amministrative per garantire la continuità delle dorsali; Ottawa vuole invece una nuova infrastruttura per ridurre la dipendenza da percorsi che attraversano gli Stati Uniti. Da una parte il rischio è che un guasto si trasformi in un’interruzione prolungata per effetto della burocrazia, dall’altra che la concentrazione delle rotte limiti le possibilità di scelta di un Paese durante una crisi politica o commerciale. Il progetto Leif Erikson dimostra inoltre che la sovranità digitale non nasce semplicemente dall’annuncio di un cavo: servono capitali, accordi proprietari, autorizzazioni, capacità operative e una domanda commerciale sufficiente a sostenere l’investimento. Le tensioni tra Cina e Filippine aggiungono una dimensione militare che rende ancora più delicata la protezione delle infrastrutture civili, mentre le scelte canadesi confermano che anche i rapporti tra alleati possono generare nuove esigenze di indipendenza tecnologica. Il controllo di Internet non si esercita soltanto attraverso piattaforme, algoritmi, data center e servizi cloud, ma anche sul fondo degli oceani, dove passano le connessioni indispensabili per far funzionare l’economia digitale. E la capacità di un Paese di definire il proprio futuro tecnologico dipende sempre più da una domanda concreta: quando un cavo viene danneggiato o una rotta diventa strategicamente indesiderabile, esiste davvero un’alternativa sotto il proprio controllo?
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