🛡️ Executive Summary
- Europol denuncia la dipendenza europea da strumenti forensi commerciali sviluppati all’estero, con costi elevati, formati proprietari e capacità investigative disomogenee tra Stati membri.
- Due procedimenti francesi sono stati archiviati per insufficienza di prove affidabili: il rapporto collega il problema all’interpretazione delle analisi blockchain prodotte dagli strumenti commerciali.
- L’intelligenza artificiale non può diventare una scatola nera investigativa: Europol richiede tracciabilità, ripetibilità e verifiche umane, sollevando anche il problema dell’accesso ai dispositivi cifrati.
L’Europa non controlla pienamente gli strumenti tecnologici utilizzati per raccogliere e analizzare le prove digitali nelle indagini penali. È questa la conclusione più significativa del rapporto Digital Forensics: Gap Analysis, pubblicato da Europol nel 2026 e realizzato in collaborazione con la Commissione europea. Le autorità investigative affrontano una crescente dipendenza da software commerciali esteri, costi di licenza difficilmente sostenibili e procedure di verifica non uniformi, mentre la diffusione di criptovalute, intelligenza artificiale e dispositivi cifrati aumenta la complessità delle indagini. Il documento contiene anche un’ammissione particolarmente rilevante: in Francia due procedimenti sono stati archiviati per mancanza di prove affidabili, in un contesto nel quale gli investigatori non sempre possiedono competenze sufficienti per interpretare autonomamente i risultati degli strumenti di analisi blockchain.
Cosa leggere
Europol riconosce la dipendenza dai fornitori esteri di software investigativo
Il rapporto originale Europol di 25 pagine descrive un mercato nel quale le aziende europee occupano una quota relativamente modesta, pur proponendo soluzioni spesso meno costose rispetto ai concorrenti internazionali. Alcuni Stati utilizzano strumenti commerciali e open source, mentre altri dipendono esclusivamente da prodotti proprietari. L’assenza di formati condivisi rende complicato trasferire i dati tra applicazioni differenti e obbliga gli specialisti a ripetere operazioni di preparazione delle evidenze. Anche la validazione rimane frammentata: ciascun Paese applica criteri propri, duplicando verifiche e investimenti. Europol propone un organismo europeo indipendente per testare gli strumenti forensi, insieme a un catalogo comune, formati interoperabili e investimenti nelle soluzioni sviluppate nell’Unione. Tra le tecnologie già disponibili vengono citati Autopsy, The Sleuth Kit, Wireshark e Volatility, oltre ai progetti europei FREETOOL e Tools4LEAs. La difficoltà non riguarda soltanto la disponibilità del codice, ma la manutenzione, la formazione e il supporto operativo: quando manca un servizio strutturato, le autorità tendono a preferire prodotti commerciali anche se più costosi.

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Due procedimenti francesi archiviati: la blockchain non basta come prova
La sezione dedicata alle criptovalute contiene una delle valutazioni più severe. Il mercato degli strumenti di tracciamento blockchain è dominato da aziende statunitensi, alle quali vengono trasmessi anche dati investigativi sensibili. Europol segnala che soltanto poche autorità utilizzano installazioni locali dei prodotti commerciali più diffusi, mentre l’accesso a determinati dati storici delle blockchain dipende, secondo il rapporto, da un unico fornitore commerciale. Le licenze potrebbero aumentare sensibilmente nei prossimi anni, costringendo alcune amministrazioni a rinunciare ai servizi o a selezionare le indagini in funzione del budget. Il problema diventa giudiziario quando gli investigatori si affidano ai risultati dei software senza comprenderne adeguatamente i metodi. Europol riferisce di due casi recenti in Francia archiviati per assenza di prove affidabili, ma non identifica i procedimenti, gli strumenti impiegati o i provvedimenti giudiziari. Non è quindi possibile attribuire gli esiti a un produttore specifico. La questione assume particolare importanza per l’Italia, dove le operazioni EMPACT ed E-evidence hanno accompagnato anche sequestri di criptovalute per 82 milioni di euro. Una transazione tracciata non costituisce automaticamente una prova sufficiente dell’identità o della responsabilità penale di una persona.
Cloud, auto connesse e IoT mettono in crisi la catena di custodia
La difficoltà nell’acquisizione delle prove non riguarda soltanto smartphone e computer. Cloud, veicoli connessi, videocamere domestiche e dispositivi IoT distribuiscono informazioni tra sistemi e Paesi differenti, spesso attraverso servizi controllati direttamente dai produttori. Gli investigatori possono non disporre dell’hardware originale, dei log completi o della possibilità di creare immagini forensi delle infrastrutture remote. Il rapporto sottolinea che la catena di custodia rimane frequentemente gestita attraverso procedure manuali, aumentando il rischio di errori e documentazione incompleta. Nel settore automobilistico, Europol segnala l’assenza di standard comuni per infotainment, telematica e dati conservati nel cloud. Il progetto europeo EVFF permette di analizzare immagini dei sistemi di bordo, ma non comprende l’acquisizione iniziale dei dati. Per le autorità serve quindi un insieme coordinato di strumenti, procedure e competenze, non una singola applicazione. La protezione delle informazioni investigative assume inoltre una rilevanza autonoma, come dimostra il caso Qilin-ATF con la diffusione di fascicoli e dump Cellebrite. Acquisire correttamente una prova non basta se successivamente non vengono garantite integrità, tracciabilità e sicurezza della sua conservazione.
Europol ipotizza chiavi di sblocco presso i produttori: il nodo della cifratura
Il passaggio più controverso riguarda la collaborazione con i produttori. Europol osserva che affidarsi a vulnerabilità specifiche per estrarre dati dai dispositivi è una strategia sempre meno sostenibile, perché gli exploit possono smettere di funzionare dopo gli aggiornamenti e le stesse vulnerabilità possono essere sfruttate da soggetti criminali. Il problema emerge concretamente nelle tecniche GrayKey per preservare lo stato di sblocco degli iPhone, ma anche nei casi documentati di utilizzo degli strumenti Cellebrite contro attivisti politici.

Tra le possibili soluzioni il rapporto menziona la conservazione, da parte dei produttori, di una chiave o di una sua componente per sbloccare i dispositivi in circostanze legalmente giustificate. Non si tratta di una misura già adottata dall’Unione europea né di una proposta normativa formalizzata nel documento, ma di un’opzione tecnica sottoposta alla discussione. Le conseguenze sarebbero rilevanti: concentrare capacità di sblocco presso i produttori introdurrebbe nuovi rischi di compromissione e interrogativi sul controllo degli accessi. La difficoltà investigativa non elimina il problema della sicurezza della cifratura, soprattutto quando una soluzione pensata per le autorità potrebbe creare nuovi punti di attacco.
L’intelligenza artificiale può aiutare le indagini ma non sostituire la prova
Europol dedica una sezione specifica all’utilizzo dell’AI nella digital forensics e stabilisce un principio netto: un risultato statisticamente accurato non è necessariamente utilizzabile in tribunale. Il rapporto propone l’esempio di una risposta AI accurata al 99% che rimane inadeguata se non è possibile dimostrare i passaggi attraverso i quali è stata prodotta. L’analisi deve essere tracciabile, documentata, ripetibile e verificabile manualmente; i file originali devono rimanere inalterati oppure ogni modifica deve essere registrata e, preferibilmente, reversibile. Le tecniche anti-forensi possono inoltre manipolare gli input e condizionare il comportamento degli algoritmi. L’avvertimento si inserisce nel problema già emerso con i deepfake presentati nei procedimenti giudiziari e i rischi dell’AI per l’autenticità delle prove. Europol raccomanda piattaforme controllate e strumenti conformi ad AI Act, GDPR e standard tecnici applicabili, insieme a competenze capaci di distinguere l’indizio investigativo dalla dimostrazione giudiziaria. L’AI può individuare collegamenti, accelerare le analisi e orientare gli investigatori, ma non può diventare un’autorità probatoria sottratta al contraddittorio.
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Le conclusioni del rapporto delineano una priorità che riguarda direttamente anche le strutture investigative italiane: ridurre la dipendenza dai fornitori senza sacrificare l’attendibilità delle prove e le garanzie processuali. Europol chiede finanziamenti mirati, validazione indipendente, standard comuni, piattaforme condivise e programmi di formazione destinati non soltanto agli specialisti, ma anche a operatori di primo intervento, pubblici ministeri e magistrati. La Commissione europea dispone già di iniziative come il repository degli strumenti Europol e i progetti coordinati dal Joint Research Centre, ma il rapporto ne segnala la diffusione insufficiente e la necessità di renderli sostenibili nel tempo. Per l’Italia, dove l’accesso investigativo ai dati rappresenta già una priorità istituzionale, il problema non può essere ridotto alla possibilità di ottenere più informazioni dai dispositivi e dai provider. Un’indagine digitale è solida soltanto quando gli strumenti possono essere verificati, i risultati interpretati da personale competente e le evidenze controllate in giudizio. La dipendenza commerciale denunciata da Europol diventa quindi una questione di sovranità tecnologica, ma anche di qualità della giustizia: senza autonomia tecnica e capacità di verifica, il rischio non è soltanto spendere troppo per investigare, bensì fondare procedimenti penali su prove che gli stessi investigatori potrebbero non essere in grado di dimostrare.
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