Divieto federale per DeepSeek

DeepSeek fuori dalle agenzie federali USA: il bando coinvolge i software di terzi

🛡️ Executive Summary

  • Il DHS vieta alle agenzie federali civili di acquistare prodotti DeepSeek e impone di rimuoverli dai propri sistemi informatici.
  • La misura include società affiliate e prodotti di terzi sviluppati usando implementazioni DeepSeek, ampliando il controllo alla filiera software.
  • L’ordine è datato 24 luglio 2026, ma è stato depositato il 19 ottobre per la pubblicazione del 20: non introduce un divieto generale per privati o UE.

Gli Stati Uniti formalizzano l’esclusione di DeepSeek dai sistemi informatici delle agenzie federali civili, estendendo la misura anche ai prodotti di terzi sviluppati con implementazioni del modello cinese. Il Department of Homeland Security (DHS) dispone lo stop agli acquisti e la rimozione delle tecnologie interessate, trasformando il problema della provenienza dell’intelligenza artificiale in un obbligo di controllo della supply chain software. La precisazione temporale è decisiva: l’ordine è stato emesso il 24 luglio 2026, mentre l’avviso pubblico è stato depositato il 19 ottobre per la pubblicazione del 20. Non si tratta di un nuovo divieto indiscriminato per tutti gli utilizzatori americani.

Il divieto è stato firmato a luglio e pubblicato soltanto a ottobre

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Il provvedimento originale del DHS pubblicato nel Federal Register contiene l’Exclusion and Removal Order 2026-01, firmato dal segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin con data originale del 24 luglio. L’avviso depositato il 19 ottobre e destinato alla pubblicazione il giorno successivo non coincide quindi con il momento in cui le agenzie hanno ricevuto l’ordine. La base giuridica è il Federal Acquisition Supply Chain Security Act del 2018, che permette di escludere prodotti e servizi ritenuti rischiosi dalle acquisizioni federali e di imporne la rimozione dagli ambienti informatici. Dopo aver esaminato le raccomandazioni del Federal Acquisition Security Council, il DHS ordina alle agenzie federali civili di cancellare dalle procedure di approvvigionamento i prodotti DeepSeek e delle società affiliate, compresi gli elenchi di prodotti autorizzati e dei fornitori. La rimozione dai sistemi era richiesta immediatamente dopo l’emissione dell’ordine, salvo eccezioni approvate: non decorre un nuovo periodo di tolleranza dalla pubblicazione di ottobre. Il perimetro esclude i sistemi di sicurezza nazionale e quelli destinati alle informazioni compartimentate, soggetti ad autorità distinte, mentre non riguarda automaticamente le aziende private americane.

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Il problema non è soltanto il chatbot ma chi usa i modelli DeepSeek

La parte più incisiva del provvedimento riguarda la tecnologia integrata da fornitori esterni. Il DHS non si limita all’applicazione ufficiale o alle API gestite dall’azienda: impone di rimuovere dai sistemi civili anche i prodotti e servizi di terzi sviluppati utilizzando implementazioni DeepSeek. Per un’amministrazione, individuare la presenza di un chatbot installato è relativamente semplice; stabilire quale modello alimenti un assistente documentale, un’applicazione di ricerca, un agente di automazione o una funzione incorporata in una piattaforma enterprise richiede invece un inventario delle dipendenze applicative. Il testo non definisce come vietato qualsiasi software per il solo fatto che una riga di codice sia stata generata con DeepSeek, né estende automaticamente il provvedimento al mercato commerciale mondiale. Identifica piuttosto una categoria di prodotti da escludere dagli ambienti federali interessati e lascia alle amministrazioni il compito di individuare le implementazioni effettivamente presenti. La dimensione industriale emerge anche dalla collaborazione tra DeepSeek e l’ecosistema Huawei Ascend: i modelli possono circolare attraverso stack e soluzioni di aziende differenti, rendendo insufficiente il solo controllo del nome del fornitore principale.

I rischi indicati dal DHS non equivalgono a prove di ogni compromissione

L’ordine attribuisce a DeepSeek molteplici vettori di rischio. Il DHS osserva che i servizi ospitati in Cina possono raccogliere dati personali e informazioni inviate dagli utenti, mentre il contesto normativo cinese permette ampi poteri di accesso alle infrastrutture private da parte delle autorità. Per dipendenti e fornitori federali, l’inserimento di prompt o documenti sensibili in applicazioni ospitate potrebbe quindi trasferire informazioni riservate verso sistemi soggetti a una giurisdizione estera. Il testo richiama inoltre la possibilità che i modelli contengano vulnerabilità o componenti malevoli e cita ricerche sulle debolezze dell’app iOS. Si tratta di motivazioni e valutazioni di rischio espresse dal governo statunitense, non della dimostrazione che ogni installazione locale di DeepSeek sia stata compromessa, né che tutti i servizi di terzi incorporino malware. L’analisi delle vulnerabilità di DeepSeek su iOS e dei rischi dei modelli AI permette di ricostruire la questione della sicurezza applicativa senza confondere difetti specifici con una compromissione universale. Nell’intervallo necessario alla rimozione, il DHS indica come misure temporanee il monitoraggio del traffico, logging rafforzato e controlli contro l’esfiltrazione dei dati, prevedendo assistenza tecnica della CISA.

Gli USA avevano risparmiato DeepSeek dall’Entity List: cosa cambia adesso

La decisione introduce un elemento politico perché arriva dopo una linea non sempre uniforme nelle restrizioni commerciali verso la Cina. A giugno gli Stati Uniti avevano scelto di non inserire DeepSeek nell’Entity List del Dipartimento del Commercio, come emergeva dal precedente sulla mancata inclusione nella blacklist commerciale. Il nuovo ordine non rappresenta una smentita giuridica di quella scelta: Entity List e divieto di approvvigionamento federale sono strumenti differenti, adottati con competenze, destinatari ed effetti diversi. Il DHS limita l’acquisto e l’utilizzo negli ambienti civili federali, senza dichiarare illegale in generale l’esecuzione del modello negli Stati Uniti. La procedura prevede richieste motivate di eccezione, da presentare entro 60 giorni dall’emissione dell’ordine, con valutazione e risposta scritta da parte delle autorità competenti. Anche questo termine va riferito al 24 luglio, non alla pubblicazione del 20 ottobre. La possibilità di eccezioni non attenua la natura vincolante della misura, ma riconosce che alcune amministrazioni potrebbero dover gestire dipendenze tecnologiche già esistenti.

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Il provvedimento americano non impone alcuna rimozione automatica alle pubbliche amministrazioni italiane, ma evidenzia un problema concreto per chi acquista software, piattaforme cloud e servizi di intelligenza artificiale. In Italia il Garante Privacy era già intervenuto su DeepSeek per chiarire il trattamento dei dati personali, mentre il nuovo caso statunitense sposta l’attenzione sull’intera catena di fornitura. Quando un’amministrazione utilizza un servizio AI, non basta conoscere il nome commerciale della piattaforma: deve sapere quali modelli vengono impiegati, dove sono eseguiti, quali dati ricevono, se questi vengono conservati e quali subfornitori possono intervenire nel trattamento. Un modello open-weight installato localmente presenta un profilo diverso rispetto a un servizio ospitato in Cina, ma richiede comunque verifiche su sicurezza, licenze, manutenzione e aggiornamenti. Il punto per la PA non è copiare automaticamente il bando statunitense: è rendere verificabile la provenienza dei componenti AI, prima che una dipendenza non dichiarata si trasformi in un problema di sicurezza, conformità o continuità operativa.

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