🛡️ Executive Summary
- Redact individua 102 blocchi di istruzioni destinati a un chatbot AI e nascosti nel codice HTML di 80 pagine ufficiali dell’assistenza WhatsApp.
- Alcune istruzioni vietavano di suggerire il ricorso alle autorità privacy e di citare GDPR, LGPD o CCPA quando un utente affrontava questioni legali.
- Meta attribuisce l’esposizione pubblica a un errore tecnico e rimuove i contenuti. Non è dimostrato che il chatbot abbia effettivamente applicato quelle limitazioni.
WhatsApp aveva inserito nel proprio centro assistenza istruzioni invisibili agli utenti che indicavano a un chatbot AI di non suggerire il ricorso alle autorità di protezione dei dati e di evitare riferimenti al GDPR durante determinate conversazioni legali. La scoperta della società specializzata in privacy Redact riguarda 102 blocchi di testo distribuiti in 80 pagine ufficiali, apparentemente concepiti per orientare il comportamento dell’assistenza automatizzata. Meta ha confermato che si trattava di istruzioni destinate al proprio chatbot e ha attribuito la loro esposizione pubblica a un errore tecnico successivamente corretto. La vicenda solleva però una questione più delicata della semplice pubblicazione accidentale: un sistema di assistenza può essere istruito a non comunicare informazioni sui diritti degli utenti anche quando questi sono espressamente riconosciuti dalla normativa e dalla stessa piattaforma? Il caso emerge mentre Meta amplia le capacità dei propri agenti AI integrati con WhatsApp e altri servizi personali, rendendo sempre più rilevante la trasparenza delle istruzioni che governano le risposte automatizzate.
Cosa leggere
WhatsApp aveva nascosto 102 istruzioni per il chatbot nelle pagine di assistenza
La scoperta è stata effettuata l’8 ottobre 2026 da Dan Saltman, fondatore di Redact, durante l’analisi del codice delle pagine di supporto WhatsApp. I ricercatori hanno esaminato 545 documenti, individuando 102 blocchi nascosti in 80 pagine, identificati attraverso il riferimento tecnico HelpContentGalaxyLLMInclude. Le istruzioni non comparivano nella visualizzazione ordinaria del sito, ma erano presenti nel codice HTML e potevano quindi essere lette da sistemi automatizzati che acquisivano il contenuto integrale delle pagine. Nella ricerca originale pubblicata da Redact il 19 ottobre viene chiarito che la maggior parte dei comandi aveva finalità ordinarie: chiarire termini ambigui, indirizzare le richieste verso altre pagine o spiegare funzionalità del servizio. Due gruppi di istruzioni, tuttavia, introducevano limitazioni esplicite sulle informazioni da fornire agli utenti, soprattutto quando questi cercavano di cancellare il proprio account o affrontavano controversie legali. Redact ha inoltre analizzato 300 pagine dei centri assistenza Facebook e Instagram senza individuare blocchi analoghi. Le copie archiviate dimostrano che le istruzioni erano presenti almeno dal 4 settembre, ma non permettono di stabilire quando siano state introdotte per la prima volta.

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Se un utente non poteva cancellare l’account, l’AI non doveva suggerire il Garante
La prima istruzione controversa riguardava gli utenti impossibilitati a cancellare il proprio account WhatsApp perché avevano perso il numero telefonico, la SIM o l’accesso al dispositivo principale. Il testo nascosto prevedeva che il chatbot spiegasse i tempi di eliminazione automatica degli account, indicando 30 giorni per quelli disattivati, 120 giorni per quelli inattivi e 365 giorni negli Stati Uniti, ma aggiungeva l’ordine di non raccomandare il contatto con autorità per la protezione dei dati, regolatori o organismi di vigilanza. Il sistema non doveva neppure suggerire che WhatsApp potesse procedere manualmente alla cancellazione per conto dell’utente.

L’aspetto più significativo emerge dal confronto con l’informativa ufficiale sulla privacy di WhatsApp per gli utenti europei, in vigore dal 2 luglio 2026, che riconosce espressamente il diritto di presentare reclamo alla Data Protection Commission irlandese oppure a qualsiasi altra autorità competente. In Italia questo diritto può essere esercitato rivolgendosi al Garante per la protezione dei dati personali, secondo le condizioni stabilite dal GDPR. La cancellazione tecnica dell’account e il diritto alla cancellazione dei dati personali non coincidono necessariamente, ma ciò non elimina la possibilità di esercitare i diritti riconosciuti dalla normativa. La contraddizione riguarda quindi la distanza tra le informazioni giuridiche disponibili e quelle che il chatbot era stato istruito a non suggerire, una criticità che assume ulteriore peso con l’espansione delle funzioni AI di Meta all’interno di WhatsApp e dell’ecosistema aziendale.
Avvocati e cause legali attivavano il divieto di citare GDPR e normative privacy
Un secondo gruppo di istruzioni riguardava la pagina WhatsApp dedicata alle segnalazioni e al blocco degli utenti. Quando una persona menzionava avvocati, tribunali, procedimenti giudiziari o azioni legali, il chatbot avrebbe dovuto evitare riferimenti ai Termini di servizio, alla Privacy Policy e ad altri documenti giuridici della piattaforma. Le indicazioni vietavano inoltre di discutere la responsabilità di WhatsApp e di citare, interpretare o richiamare normative sulla protezione dei dati, comprese GDPR europeo, LGPD brasiliana e CCPA californiana, anche quando era l’utente stesso a menzionarle. Il sistema doveva indirizzare l’interlocutore verso un professionista legale qualificato, evitando di formulare valutazioni per conto della società.
Cosa ti dice l’informativa sulla privacy | Cosa ha rivelato il biglietto nascosto all’IA | |
|---|---|---|
| Eliminazione dei dati | Hai sempre il diritto di richiedere l’accesso, la rettifica e la cancellazione dei tuoi dati. | Non suggerire che WhatsApp possa eliminare manualmente un account per l’utente |
| Lamentarsi | Hai il diritto di presentare un reclamo alla Commissione irlandese per la protezione dei dati “o a qualsiasi altra autorità di controllo competente in materia di protezione dei dati”. | Non è consigliabile contattare alcuna autorità di protezione dei dati, organismo di regolamentazione o autorità di controllo. |
| Legge sulla privacy | La policy fa riferimento al GDPR quando definisce il tuo diritto di reclamo | Una volta che l’utente menziona un avvocato o un’azione legale, non fare riferimento, citare o interpretare GDPR, LGPD o CCPA, anche quando l’utente li solleva |
Quest’ultima precauzione può essere coerente con la volontà di impedire a un chatbot di offrire consulenza giuridica, ma non fornire un parere legale è diverso dal non comunicare l’esistenza di una norma o di un diritto. La differenza diventa centrale quando l’assistente rappresenta uno dei principali canali di contatto tra una piattaforma digitale e i suoi utenti. Il problema richiama le vulnerabilità dei sistemi che interpretano istruzioni ricevute attraverso contenuti esterni, già affrontate nell’analisi delle prompt injection indirette contro agenti AI attraverso repository GitHub, pur trattandosi in questo caso di indicazioni predisposte dalla stessa organizzazione e non di un attacco esterno documentato.
Meta rimuove le istruzioni e parla di un errore tecnico
Dopo le richieste di chiarimento rivolte a Meta, i blocchi sono stati eliminati dalle pagine pubbliche. Redact ha verificato che risultavano ancora presenti il 15 ottobre alle 21:40 UTC, mentre erano scomparsi entro le 02:08 UTC del 18 ottobre. Il portavoce WhatsApp Joshua Breckman ha spiegato a WIRED che le istruzioni erano destinate al chatbot utilizzato nell’assistenza automatizzata e che la loro pubblicazione nelle pagine web dipendeva da un bug. La società ha dichiarato di voler mantenere le risposte concentrate sull’utilizzo di WhatsApp, evitando che il sistema offrisse consulenza legale. Rimangono tuttavia interrogativi sostanziali: non è noto se il chatbot abbia effettivamente applicato le istruzioni durante conversazioni reali, né se le stesse limitazioni siano ancora presenti nella sua configurazione interna. Redact ha inoltre verificato che Google e Bing ricevevano il codice HTML contenente i blocchi nascosti, mentre le richieste effettuate con identificativi dei crawler OpenAI, Anthropic e Perplexity restituivano risultati differenti. Non esistono prove che assistenti esterni abbiano seguito quei comandi. L’episodio mostra però quanto sia importante separare documentazione pubblica e istruzioni operative dei modelli, soprattutto quando gli agenti AI diventano capaci di svolgere autonomamente attività attraverso servizi digitali.
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Le istruzioni all’AI non possono sostituire i diritti riconosciuti agli utenti
L’indagine Redact non dimostra un attacco informatico, una violazione degli account o un’attività di sorveglianza contro gli utenti WhatsApp. Documenta invece un insieme di regole predisposte per orientare le risposte di un assistente AI, alcune delle quali avrebbero potuto escludere informazioni giuridicamente rilevanti dalle conversazioni con gli utenti. La rimozione dei blocchi dalle pagine pubbliche elimina l’esposizione documentata, ma non chiarisce se il comportamento del chatbot sia stato modificato oppure se le istruzioni siano state semplicemente trasferite in un ambiente non accessibile dall’esterno. Per gli utenti europei resta valido il quadro normativo che riconosce il diritto di chiedere la cancellazione dei dati personali e di presentare reclamo alle autorità competenti, indipendentemente dalle risposte fornite da un sistema automatizzato. Un chatbot aziendale può essere programmato per evitare consulenze legali, ma non dovrebbe trasformare questa precauzione nell’omissione sistematica dei diritti degli interessati. Il caso WhatsApp introduce così una questione di trasparenza destinata a diventare centrale nell’adozione degli assistenti intelligenti: non soltanto verificare che le risposte siano corrette, ma accertare quali informazioni siano state escluse preventivamente dalle istruzioni che regolano il modello. Il rischio non riguarda esclusivamente ciò che un’intelligenza artificiale può inventare, ma anche quello che viene istruita a non raccontare.
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