Minaccia alle rotte sottomarine di Hormuz

Iran minaccia i cavi sottomarini di Hormuz: Internet e cloud nel mirino

📌 In Sintesi

  • I Pasdaran minacciano di includere i cavi sottomarini dello Stretto di Hormuz tra i possibili bersagli di una nuova escalation contro Stati Uniti e alleati. Non risultano confermati sabotaggi alle infrastrutture di comunicazione.
  • La minaccia riguarda collegamenti strategici per operatori telefonici, servizi cloud e transazioni finanziarie. Il danneggiamento di più cavi potrebbe provocare congestione e interruzioni regionali, senza implicare necessariamente un blackout globale di Internet.
  • L’Unione Europea ha stanziato 347 milioni di euro nel 2026 per rafforzare i collegamenti sottomarini e le capacità di riparazione, mentre la guerra trasforma le infrastrutture digitali civili in strumenti di pressione geopolitica.

L’Iran minaccia di colpire i cavi sottomarini che attraversano lo Stretto di Hormuz, aggiungendo le infrastrutture Internet ai possibili bersagli di una nuova escalation militare contro gli Stati Uniti e i loro alleati. Il portavoce dei Pasdaran, Hossein Mohebbi, ha richiamato l’esistenza di sette grandi collegamenti in fibra ottica nella regione, annunciando possibili nuovi obiettivi e armamenti, mentre il generale Yadollah Javani ha precisato che un attacco alle infrastrutture iraniane potrebbe provocare rappresaglie contro gli investimenti strategici occidentali. Le dichiarazioni del 19-21 ottobre 2026 spostano il confronto oltre petrolio e navigazione commerciale, coinvolgendo reti di telecomunicazione, data center, piattaforme cloud e servizi finanziari. Non risultano però documentati tagli deliberati ai cavi rivendicati dai Pasdaran: la minaccia è concreta sul piano politico, mentre un eventuale sabotaggio resta uno scenario.

I Pasdaran indicano i cavi di Hormuz tra i possibili nuovi obiettivi

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Il primo avvertimento arriva il 19 ottobre, durante un intervento del portavoce delle Guardie della Rivoluzione islamica, Hossein Mohebbi, successivamente ripreso dall’emittente di Stato iraniana IRIB. Secondo il resoconto delle dichiarazioni pubblicato da Anadolu Agency, il generale ha sostenuto che sette grandi cavi attraversano lo Stretto di Hormuz e che da essi dipenderebbe il traffico Internet e commerciale internazionale, prospettando l’individuazione di nuovi bersagli in caso di ulteriori operazioni militari contro Teheran. Il riferimento ai sette collegamenti deve essere attribuito al portavoce iraniano e non interpretato come un inventario indipendentemente verificato delle dorsali presenti nella regione. Il 21 ottobre interviene anche Yadollah Javani, vice politico del comandante dei Pasdaran, che attraverso un’intervista alla televisione iraniana Al-Alam descrive i possibili attacchi ai cavi come una rappresaglia contro eventuali bombardamenti delle infrastrutture nazionali. La ricostruzione pubblicata dall’agenzia iraniana Tasnim presenta quindi una minaccia condizionata a nuovi attacchi, non l’annuncio di un’operazione già eseguita. La distinzione è essenziale: l’Iran ha evocato la possibilità di colpire la connettività internazionale, ma non ha dimostrato di avere effettivamente interrotto quei collegamenti. È una nuova pressione strategica in uno scenario nel quale il controllo iraniano dello Stretto di Hormuz aveva già prodotto conseguenze sui mercati energetici e sulla filiera dei semiconduttori, trasformando il passaggio marittimo in uno strumento di negoziazione militare ed economica.

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Sette cavi non controllano Internet globale, ma il Golfo resta vulnerabile

La dichiarazione di Mohebbi contiene un’affermazione tecnicamente sproporzionata: il traffico Internet mondiale non attraversa integralmente lo Stretto di Hormuz. Secondo l’Unione internazionale delle telecomunicazioni, oltre il 99% del traffico internazionale dei dati passa attraverso cavi sottomarini, una percentuale riferita però all’insieme della rete mondiale e non ai collegamenti del Golfo Persico. La mappatura dei sistemi regionali realizzata da TeleGeography mostra una pluralità di infrastrutture che collegano Paesi del Golfo, Oceano Indiano, Mar Rosso, Mediterraneo e Asia, con percorsi differenti e collegamenti alternativi. Sistemi come FALCON e Gulf Bridge International testimoniano l’importanza delle rotte regionali, ma la loro presenza non dimostra che tutto il traffico tra Europa e Asia dipenda da un unico corridoio. Il rischio concreto riguarda la concentrazione geografica di determinate dorsali, soprattutto quando più sistemi attraversano aree esposte alle stesse minacce militari o alle medesime difficoltà di intervento. Un singolo danneggiamento può essere assorbito attraverso instradamenti alternativi, almeno quando gli operatori dispongono di capacità sufficiente, mentre guasti simultanei su più collegamenti possono aumentare latenza, congestione e costi di trasporto dei dati. Le conseguenze dipendono quindi dalla topologia effettiva delle reti, dal traffico trasportato e dalla disponibilità di capacità sostitutiva. Il precedente della guerra silenziosa sui cavi sottomarini, nella quale Big Tech e potenze globali competono per il controllo delle dorsali, permette di comprendere perché un’infrastruttura fisica apparentemente periferica sia diventata un elemento centrale della sicurezza economica.

Dal petrolio ai data center: la guerra minaccia anche il traffico digitale

La scelta di indicare i cavi sottomarini rappresenta un’estensione della pressione iraniana dalle risorse energetiche alle infrastrutture necessarie al funzionamento dell’economia digitale. Prima ancora delle ultime dichiarazioni, esponenti della sicurezza iraniana avevano evocato la possibilità di colpire data center e strutture legate all’intelligenza artificiale riconducibili agli interessi statunitensi. L’elemento comune non è soltanto il valore economico degli impianti, ma la capacità di produrre effetti indiretti su una quantità elevata di servizi civili e industriali. Un’interruzione significativa dei collegamenti può incidere sulle comunicazioni delle imprese, sulla sincronizzazione tra infrastrutture cloud distribuite, sulle connessioni degli operatori finanziari e sui sistemi aziendali che dipendono da piattaforme remote. Non significa che il taglio di un cavo determini automaticamente la sospensione di tutti i pagamenti bancari o il blocco di un’intera regione: la resilienza dipende dalle rotte disponibili, dalle architetture applicative e dai piani di continuità operativa. Tuttavia, il semplice rischio di interrompere più collegamenti nello stesso teatro geografico può aumentare i costi di protezione, assicurazione e ripristino. La minaccia si inserisce in una dinamica già visibile nella guerra contro i data center Yandex, dove infrastrutture informatiche e capacità di calcolo sono entrate direttamente nel confronto militare. Il caso di Hormuz aggiunge una dimensione differente: non è necessario colpire fisicamente il centro di elaborazione se si riesce a comprometterne in misura significativa i collegamenti di comunicazione, anche se la riuscita di uno scenario simile dipende dall’architettura delle reti e non può essere presunta sulla base delle sole dichiarazioni iraniane.

Sabotaggio fisico e guerra cibernetica: due minacce da non confondere

Un eventuale danneggiamento intenzionale delle dorsali sottomarine costituirebbe innanzitutto un attacco fisico contro infrastrutture di telecomunicazione, anche quando le conseguenze si manifestassero attraverso indisponibilità di applicazioni, rallentamenti dei servizi cloud e interruzioni delle comunicazioni digitali. Il fenomeno rientra nella più ampia competizione sulle infrastrutture critiche e può essere combinato con operazioni cibernetiche, informative o militari, ma non coincide automaticamente con un cyberattacco. Questa distinzione permette di valutare correttamente anche le capacità offensive: l’individuazione pubblica di un’infrastruttura non dimostra il possesso dei mezzi necessari a neutralizzarla, così come un’interruzione di connettività non dimostra da sola un sabotaggio. I guasti possono derivare da ancoraggi, attività di pesca, terremoti o altre cause accidentali, mentre un’attribuzione militare richiede elementi tecnici e investigativi ulteriori. La protezione delle dorsali comporta quindi sorveglianza marittima, ridondanza geografica e disponibilità di navi e componenti per la riparazione. Il problema è particolarmente difficile nei teatri militarizzati, dove un operatore può avere la capacità tecnica di ripristinare un cavo senza poter garantire la sicurezza della nave incaricata dell’intervento. È una questione già affrontata nell’analisi delle iniziative NATO per sorvegliare le infrastrutture sottomarine attraverso droni e sistemi satellitari. I satelliti possono fornire collegamenti alternativi per servizi selezionati, ma non sostituiscono automaticamente la capacità delle grandi dorsali in fibra ottica.

L’Unione Europea investe 347 milioni nella sicurezza dei cavi

La minaccia iraniana arriva mentre Bruxelles tenta di ridurre l’esposizione delle proprie infrastrutture sottomarine agli incidenti e alle azioni ostili. Il piano europeo sulla sicurezza dei cavi adottato nel febbraio 2025 ha definito quattro direttrici operative: prevenzione, rilevamento, risposta e riparazione, deterrenza. Nel 2026 la Commissione ha modificato il programma Connecting Europe Facility Digital destinando 347 milioni di euro a progetti strategici sui collegamenti sottomarini, comprese iniziative per rafforzare le capacità di riparazione e introdurre strumenti di monitoraggio. Secondo la documentazione ufficiale della Commissione europea, due bandi per complessivi 60 milioni riguardano moduli di riparazione, mentre altri 20 milioni sono destinati alle tecnologie SMART cable e 267 milioni a nuovi progetti di collegamento distribuiti tra il 2026 e il 2027. Si tratta di stanziamenti e procedure di finanziamento che non equivalgono a infrastrutture già realizzate. La direzione europea risponde alla vulnerabilità dei passaggi obbligati e alla necessità di disporre di percorsi alternativi, come evidenziato anche dalle difficoltà delle Filippine nella posa dei cavi e dalla ricerca canadese di collegamenti meno dipendenti dagli Stati Uniti. Il quadro regolatorio comprende inoltre gli obblighi di gestione del rischio previsti dalla NIS2 e quelli di resilienza fisica della direttiva CER, nei rispettivi ambiti applicativi. Il problema europeo non è soltanto proteggere i cavi esistenti, ma evitare che un numero limitato di corridoi diventi una vulnerabilità sistemica.

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Per l’Italia il rischio è la dipendenza dalle rotte internazionali

L’Italia non dipende esclusivamente dai collegamenti che attraversano Hormuz e non esistono elementi per sostenere che le dichiarazioni dei Pasdaran comportino un imminente blackout nazionale. La posizione mediterranea del Paese, tuttavia, lo rende parte delle principali direttrici di comunicazione che collegano Europa, Africa, Medio Oriente e Asia, attraverso infrastrutture gestite da operatori nazionali e internazionali. Un’interruzione estesa delle dorsali nel Golfo potrebbe produrre conseguenze indirette anche sui servizi utilizzati dalle aziende italiane, soprattutto laddove le architetture cloud, le connessioni internazionali e i processi industriali dipendano da collegamenti con capacità alternativa insufficiente. La questione diventa strategica anche per la pubblica amministrazione, che ha progressivamente trasferito applicazioni e informazioni verso ambienti remoti, rendendo necessario considerare la continuità dei servizi oltre la semplice disponibilità dei server. La minaccia contro i cavi sottolinea inoltre un limite delle discussioni sulla sovranità digitale: collocare un data center sul territorio nazionale non garantisce l’autonomia operativa quando comunicazioni, software e infrastrutture di rete dipendono da sistemi esterni. Hormuz rappresenta quindi un nuovo fronte della competizione sulle infrastrutture civili, nel quale energia, navigazione e comunicazioni digitali possono diventare contemporaneamente strumenti di pressione. Le dichiarazioni iraniane non provano che un sabotaggio sia stato pianificato o eseguito, ma rendono esplicita una possibilità che gli operatori e i governi non possono ignorare: un conflitto moderno può produrre conseguenze internazionali anche senza colpire direttamente il territorio dei Paesi coinvolti, agendo sulle reti fisiche che rendono possibile il funzionamento dell’economia digitale.

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