Proteste a Milano tra politica e tecnologia 1

Milano, maranza e guerra ibrida: Crosetto guarda ai social, ma chi muove le proteste?

Sintesi

  • Due letture degli scontri di Milano: mentre la cronaca insiste sui minorenni richiamati attraverso TikTok e coinvolti nei saccheggi, Crosetto parla di guerra ibrida e di una controeducazione digitale capace di trasformare le piattaforme in strumenti di destabilizzazione.
  • Le possibili ingerenze estere restano da dimostrare: il precedente di Ceuta conferma la capacità dei social di mobilitare migliaia di giovani. Il Qatar, impegnato negli stessi giorni in attività di cooperazione con la Polizia italiana, rappresenta un elemento geopolitico da analizzare, non una responsabilità accertata.
  • La sicurezza può diventare un’arma politica a doppio taglio: tra nuove restrizioni, immigrazione, tensioni sociali e responsabilità del Viminale, gli scontri possono rafforzare la richiesta di ordine oppure alimentare il malcontento contro il governo Meloni.

Ci sono due letture politiche completamente differenti degli scontri che hanno sconvolto Milano, trasformando una manifestazione giovanile in una successione di devastazioni, saccheggi e violenze contro le forze dell’ordine. La prima riguarda una questione di ordine pubblico, con protagonisti giovanissimi, alcuni appartenenti a quelle seconde generazioni che vengono genericamente identificate con il termine maranza, ma anche numerosi ragazzi italiani senza particolari legami con l’immigrazione. La seconda introduce invece uno scenario molto più complesso, nel quale le manifestazioni potrebbero essere state alimentate attraverso operazioni di manipolazione digitale, con finalità politiche e perfino possibili interessi stranieri. A sostenere pubblicamente questa seconda interpretazione non è stato un analista qualsiasi, ma il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha definito quanto accaduto il risultato di una guerra ibrida condotta attraverso strumenti non convenzionali come TikTok, YouTube e gli altri social network. Il problema, però, è comprendere se il ministro disponga di informazioni che non sono ancora state rese pubbliche oppure se stia formulando un’interpretazione strategica di fenomeni sociali che il governo non è stato capace di prevenire. Perché tra un gruppo di ragazzini che si organizza per saccheggiare i negozi e una mobilitazione coordinata per destabilizzare il Paese esiste una differenza enorme, soprattutto quando quella differenza può giustificare nuove misure di sicurezza e ulteriori limitazioni agli spazi digitali.

Milano e Torino, i minorenni convocati sui social non sono soltanto un problema di ordine pubblico

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Gli scontri milanesi hanno mostrato una concomitanza particolarmente significativa. Da una parte le manifestazioni studentesche e le proteste contro il costo della vita, dall’altra gruppi di ragazzi che da pochissimo hanno iniziato a frequentare la scuola e che hanno utilizzato gli appuntamenti circolati attraverso TikTok e le chat per raggiungere il centro della città. Due realtà con obiettivi profondamente differenti. La prima vuole manifestare una posizione politica e sociale, la seconda ha trasformato la piazza in un’occasione per devastare e saccheggiare, fino a prendere d’assalto negozi simbolo del consumo e del lusso. Il precedente di Torino e la diffusione di episodi analoghi in altre città suggeriscono che il fenomeno non possa essere liquidato come una semplice bravata individuale. Negli ultimi giorni sono stati fermati centinaia di giovani, molti dei quali minorenni, con famiglie che si sono ritrovate a raggiungere i commissariati per comprendere perché i figli fossero coinvolti in fatti così gravi.

Il racconto dei ragazzini diventa la spiegazione più comoda

La narrazione più semplice è stata quella dei ragazzi che si sono dati appuntamento su TikTok, si sono ritrovati in centro e hanno cominciato a distruggere vetrine senza una vera motivazione politica. Alcuni hanno raccontato di essere arrivati dopo avere visto filmati e convocazioni sui social, altri hanno descritto la protesta come un’occasione per partecipare a qualcosa che prometteva visibilità, trasgressione e possibilità di appropriarsi di beni altrimenti inaccessibili. Ma questa ricostruzione, per quanto utile alla cronaca, non chiarisce necessariamente chi abbia avviato le convocazioni, come siano state diffuse e se esistesse un coordinamento riconoscibile. Il fatto che un minorenne dichiari di essere arrivato in piazza perché ha visto un video non esclude che quel contenuto possa essere stato promosso intenzionalmente, così come non dimostra automaticamente l’esistenza di un regista occulto. È proprio questo il livello di analisi che manca quando ci si limita a considerare i partecipanti soltanto ragazzini attratti dalla possibilità di fare danni. Come già approfondito nell’inchiesta sugli agenti AI e i bot utilizzati per condizionare la democrazia, la manipolazione contemporanea non richiede necessariamente che chi viene mobilitato sia consapevole di partecipare a un’operazione organizzata.

Piantedosi guarda all’ordine pubblico, Crosetto parla di guerra ibrida

È proprio su questo passaggio che emergono due impostazioni differenti all’interno dell’esecutivo. Il ministero dell’Interno deve confrontarsi innanzitutto con l’identificazione dei responsabili, la prevenzione degli scontri e la capacità di gestire le manifestazioni senza compromettere il diritto costituzionale alla protesta. Il ministero della Difesa, attraverso le parole di Crosetto, introduce invece la possibilità che le piattaforme social abbiano contribuito a produrre una mobilitazione riconducibile alle moderne forme di guerra ibrida. Le due letture non sono necessariamente incompatibili, ma hanno conseguenze politiche molto diverse perché una riguarda la gestione della sicurezza pubblica e l’altra coinvolge direttamente la sicurezza nazionale. Crosetto, intervenendo il 20 ottobre al Defense Procurement Forum, ha indicato TikTok, YouTube e i social come strumenti non convenzionali capaci di esercitare una controeducazione sui giovani, precisando che il fenomeno non riguarda soltanto ragazzi di seconda generazione. Il suo intervento diretto sui fatti di Milano apre quindi un interrogativo che non può essere archiviato come semplice allarmismo.

Il precedente di Modena dimostra quanto sia difficile distinguere movente e ideologia

La questione richiama quanto accaduto a Modena il 16 maggio, quando Salim El Koudri si lanciò con un’automobile contro i passanti, provocando numerosi feriti e la successiva morte di Monica Esposito. Inizialmente l’attenzione si era concentrata anche sulle condizioni psichiche dell’attentatore, mentre gli approfondimenti sui suoi dispositivi hanno successivamente fatto emergere ricerche dedicate all’ISIS, a Osama Bin Laden e ad attentati terroristici. Il ministro Piantedosi aveva già affrontato pubblicamente la questione nell’intervista istituzionalmente pubblicata dal Ministero dell’Interno. L’elemento da non trascurare è che l’esistenza di riferimenti ideologici estremisti merita un’indagine, ma non coincide automaticamente con la prova di un’organizzazione terroristica: nel caso modenese non risultavano accertati collegamenti operativi con cellule jihadiste. Anche per Milano il principio dovrebbe essere il medesimo. Se Crosetto parla di guerra ibrida, occorre comprendere quali elementi possano trasformare una mobilitazione social in un’operazione organizzata e, soprattutto, chi ne avrebbe avuto il controllo.

TikTok e YouTube sono armi non convenzionali, ma appartengono all’ecosistema delle grandi potenze

Il ragionamento di Crosetto contiene una verità tecnica che Matrice Digitale evidenzia da anni: i social network sono infrastrutture capaci di orientare comportamenti, costruire percezioni collettive e accelerare la mobilitazione di gruppi sociali. Non occorre necessariamente controllare militarmente una piattaforma per sfruttarne gli algoritmi. Basta conoscere i meccanismi della raccomandazione, individuare il pubblico e produrre contenuti sufficientemente coinvolgenti da innescare una distribuzione spontanea. Ma se il ministro considera queste piattaforme strumenti non convenzionali di una guerra condotta contro l’Occidente, allora dovrebbe affrontare anche una contraddizione geopolitica. TikTok nasce nell’ecosistema cinese di ByteDance, mentre YouTube appartiene a Google, società statunitense, così come Instagram e Facebook appartengono a Meta. Le strutture societarie e operative delle piattaforme non coincidono automaticamente con gli interessi dei rispettivi governi, ma la dipendenza occidentale da infrastrutture digitali controllate da grandi gruppi stranieri rende molto più complessa l’attribuzione politica delle operazioni di influenza. Matrice Digitale aveva già affrontato il problema nell’analisi sulla sovranità digitale e sulla riforma militare del cyber promossa da Crosetto, evidenziando come l’Italia continui a utilizzare tecnologie, infrastrutture e servizi sui quali conserva un controllo limitato. Il successivo confronto sulle competenze dell’ACN e della Difesa nelle operazioni cibernetiche ha mostrato quanto sia delicata la distinzione tra minaccia militare e gestione civile della sicurezza digitale. E allora la domanda diventa inevitabile:

se un algoritmo straniero è capace di contribuire alla destabilizzazione delle piazze italiane, chi deve rispondere della sua attività e con quali strumenti dovrebbe intervenire lo Stato?

Non basta evocare la guerra ibrida senza chiarire se si stia parlando di vulnerabilità tecnologica, propaganda, manipolazione coordinata oppure di responsabilità dirette di un governo straniero.

Ceuta dimostra che i social possono mobilitare i minori anche oltre i confini

La possibilità tecnica di organizzare grandi mobilitazioni attraverso i social non è un’invenzione. Nel settembre 2025 centinaia di giovani, molti dei quali minorenni, tentarono di raggiungere l’enclave spagnola di Ceuta dopo la diffusione di convocazioni e contenuti virali provenienti dal Marocco. TikTok e le altre piattaforme contribuirono alla circolazione degli appuntamenti, mentre le autorità marocchine intervennero per impedire attraversamenti irregolari della frontiera. Il precedente è importante perché mostra che una convocazione digitale può trasformarsi rapidamente in un problema di ordine pubblico e sicurezza delle frontiere, coinvolgendo soggetti che non conoscono necessariamente l’origine della campagna alla quale stanno aderendo. Non è una prova che dietro gli scontri di Milano esista la stessa regia, ma dimostra che il meccanismo ipotizzato da Crosetto è tecnicamente possibile. Un ulteriore elemento riguarda l’utilizzo dei minori in attività criminali e nelle forme di controllo territoriale esercitate dalle organizzazioni illegali. La criminalità organizzata conosce da tempo il valore operativo di soggetti giovani, meno visibili e talvolta utilizzati proprio perché sottoposti a procedure penali differenti rispetto agli adulti. Ma sarebbe sbagliato trasformare automaticamente questo precedente nella prova che i ragazzi di Milano siano stati reclutati da un’organizzazione criminale.

La domanda corretta riguarda l’eventuale presenza di soggetti adulti, intermediari digitali o gruppi organizzati che abbiano indirizzato la partecipazione e successivamente favorito la degenerazione violenta.

È un problema investigativo che richiede accertamenti su account, messaggi, catene di diffusione, eventuali finanziamenti e relazioni tra i partecipanti.

Crosetto teme le ingerenze estere, ma quale Stato avrebbe interesse a destabilizzare Milano?

Ed è qui che la questione diventa politicamente più delicata. Quando Crosetto parla di guerra ibrida, una parte dell’opinione pubblica è portata automaticamente a pensare alla Russia, considerati i rapporti deteriorati con Mosca e il ruolo delle operazioni informative russe nella destabilizzazione dell’Occidente. L’esistenza di queste attività è documentata anche dal rapporto europeo sulle minacce di manipolazione informativa straniera, che analizza campagne attribuite soprattutto a infrastrutture russe e cinesi. Tuttavia Crosetto non ha pubblicamente indicato la Russia come responsabile degli scontri milanesi, e il fatto che un Paese possieda capacità di influenza non dimostra che abbia organizzato una determinata manifestazione. Diventa quindi necessario considerare anche altre aree geopolitiche, evitando l’automatismo secondo cui ogni minaccia ibrida debba necessariamente provenire da Mosca o Pechino.

Qatar e cooperazione di polizia, la contemporaneità che impone domande

Una delle concomitanze più interessanti riguarda proprio il Qatar. Dal 10 al 19 ottobre una delegazione di quindici ufficiali della forza di sicurezza interna Lekhwiya e della polizia qatariota ha partecipato a Roma a un percorso di formazione e osservazione dedicato alla gestione dei grandi eventi sportivi. L’iniziativa, comunicata dalla Polizia di Stato, rientra nella cooperazione bilaterale avviata con un protocollo del 2021 e segue la presenza di personale qatariota durante Milano-Cortina 2026, collaborazione già documentata dalla Questura di Verona. Si tratta di un fatto istituzionale che merita attenzione, soprattutto perché avviene mentre il dibattito nazionale riguarda proprio la gestione delle manifestazioni e delle piazze.

Ma la coincidenza temporale non prova alcun coinvolgimento del Qatar nelle violenze milanesi. Doha è un interlocutore strategico per l’Italia sul piano energetico, diplomatico e della sicurezza e intrattiene da anni relazioni complesse con organizzazioni e governi del Medio Oriente, comprese le controversie legate ai rapporti con Hamas. È legittimo interrogarsi sulle dipendenze politiche ed economiche che possono influenzare le decisioni italiane, comprese quelle industriali e militari, ma sarebbe necessario disporre di collegamenti finanziari, comunicazioni o elementi investigativi per sostenere che il Qatar abbia promosso o finanziato le proteste, ma è il segreto di pulcinella che sia uno dei maggiori sostenitori dell’islamismo radicale che puntualmente mette a ferro e fuoco la Francia con casi accertati di antisemitismo. Senza questi elementi, il rapporto tra cooperazione di polizia e scontri resta una concomitanza, non una prova di ingerenza. Il punto politico rimane però aperto: se l’esecutivo considera plausibile una regia straniera, dovrebbe spiegare quali aree geopolitiche vengono effettivamente analizzate e perché.

E se le manifestazioni servissero invece alla politica italiana?

Esiste anche una seconda ipotesi, ancora più scomoda, che riguarda l’eventuale convenienza politica interna. Le manifestazioni violente possono favorire chi governa, perché alimentano la richiesta di sicurezza, consentono di giustificare misure straordinarie e spostano il dibattito dalle difficoltà economiche alla repressione dei disordini. È una dinamica politica conosciuta, ma riconoscere che qualcuno possa trarre vantaggio da una crisi non significa dimostrare che ne sia stato l’organizzatore. Parlare di infiltrazioni orchestrate da ambienti vicini al centrodestra richiederebbe prove specifiche che, al momento, non risultano pubblicamente disponibili. Resta invece verificabile il vantaggio comunicativo di una politica che può presentarsi come garante dell’ordine proprio mentre la propria gestione della sicurezza viene messa in discussione. Il governo Meloni ha infatti approvato ulteriori misure dopo gli scontri, puntando su sanzioni più severe, maggiore responsabilità dei genitori dei minorenni coinvolti e nuovi strumenti di intervento delle forze dell’ordine. Ma il problema è comprendere perché continuare a produrre nuove norme dovrebbe garantire risultati che non sono stati ottenuti applicando quelle già esistenti. È più semplice presentare un nuovo provvedimento, annunciare un rafforzamento della sicurezza e rivendicare maggiore severità che affrontare concretamente le difficoltà operative, il presidio del territorio e la capacità di prevenire mobilitazioni violente. Il rischio è utilizzare l’emergenza per costruire consenso senza rimuovere le condizioni che l’hanno prodotta.

Dalla sicurezza dei minori alla restrizione delle piattaforme

Questo meccanismo può diventare ancora più pericoloso quando la sicurezza pubblica viene collegata alla regolazione di Internet. Se i social vengono descritti come strumenti di guerra ibrida, cresce inevitabilmente la richiesta di limitare l’accesso, rafforzare la verifica delle identità e intervenire sui meccanismi di raccomandazione. Matrice Digitale aveva già sollevato il problema nell’analisi sull’EU Kids Act e sul rischio di trasformare la tutela dei minori in un sistema generalizzato di controllo dell’età. La protezione dei ragazzi e il contrasto all’organizzazione di atti criminali sono obiettivi legittimi, ma non possono diventare automaticamente una giustificazione per restringere il dissenso o rendere permanentemente identificabile ogni cittadino che utilizza una piattaforma. È proprio questo il rischio sistemico della guerra ibrida trasformata in categoria politica onnipresente: qualunque mobilitazione sgradita può essere letta come una possibile manipolazione ostile, anche quando nasce da ragioni sociali autentiche.

Immigrazione e seconde generazioni, la contraddizione politica del governo Meloni

La questione migratoria rappresenta un ulteriore elemento di contraddizione. Il governo Meloni ha costruito una parte importante del proprio consenso sul controllo dell’immigrazione irregolare, ma ha contemporaneamente programmato quasi mezzo milione di ingressi regolari per lavoro nel triennio 2026-2028. Il decreto flussi illustrato dal Ministero dell’Interno prevede precisamente 497.550 quote, ripartite tra lavoro subordinato, autonomo e stagionale. Non si tratta quindi di cinquecentomila ingressi irregolari, ma di una programmazione legale richiesta anche dal sistema produttivo. Resta però una domanda politica:

come intende il governo affrontare l’integrazione sociale delle nuove comunità quando una parte delle seconde generazioni già presenti manifesta un forte disagio nei confronti del contesto economico nel quale è cresciuta?

I ragazzi coinvolti negli scontri non possono essere considerati rappresentativi delle intere comunità di origine straniera, né sarebbe corretto attribuire loro automaticamente un orientamento religioso o estremista. La questione più profonda riguarda invece giovani che in molti casi sono nati in Italia, hanno frequentato scuole italiane e non intendono accettare le stesse condizioni economiche e lavorative vissute dai genitori. La frattura tra aspettative di cittadinanza, possibilità economiche e appartenenza sociale può produrre rabbia e marginalità, senza che questo giustifichi in alcun modo saccheggi e violenze. Piantedosi dovrebbe quindi affrontare contemporaneamente sicurezza, integrazione e prevenzione, mentre Crosetto dovrebbe chiarire se nel fenomeno siano stati effettivamente individuati elementi di radicalizzazione o se la lettura della guerra ibrida rimanga riferita soprattutto ai meccanismi digitali della mobilitazione.

Le piazze violente possono rafforzare Meloni oppure diventare la sua sconfitta

Resta infine un interrogativo che riguarda direttamente il futuro politico del Paese. Gli scontri di Milano non si verificano nel vuoto, ma in un contesto attraversato da proteste degli autotrasportatori, difficoltà economiche, caro carburanti, tensioni sociali e crescente sfiducia verso la capacità della politica di rappresentare i cittadini.

È davvero scontato che una stagione di disordini favorisca il governo di destra?

Nell’immediato la richiesta di ordine può rafforzare chi propone nuove misure di sicurezza, ma nel medio periodo una popolazione che percepisce il deterioramento della sicurezza e delle condizioni economiche potrebbe attribuirne la responsabilità proprio a chi governa. Matrice Digitale aveva già individuato il peso politico di questo tema nell’analisi su Vannacci, Corona e gli equilibri del centrodestra in vista delle elezioni, dove la sicurezza emerge come uno dei principali terreni di competizione tra maggioranza, destra identitaria e opposizioni. Anche il centrosinistra può utilizzare gli scontri per denunciare una deriva repressiva e contestare il governo, ma dovrebbe spiegare come intende garantire contemporaneamente il diritto di manifestare e la sicurezza dei cittadini. Ridurre ogni intervento di ordine pubblico a un tentativo autoritario sarebbe sbagliato quanto attribuire ogni protesta a una regia sovversiva. La vera partita riguarda la capacità di distinguere il disagio sociale, il crimine organizzato, la mobilitazione digitale e le eventuali ingerenze straniere, senza confonderli deliberatamente per convenienza politica.

Crosetto e Piantedosi devono spiegare chi muove le piazze, non soltanto annunciare nuove leggi

E allora la domanda finale torna precisamente al punto di partenza. Se Crosetto ritiene che l’Italia sia bersaglio di una guerra ibrida condotta attraverso i social, il Paese deve conoscere almeno gli elementi pubblicabili che giustificano questa interpretazione. Se Piantedosi ritiene che gli scontri siano principalmente il prodotto di giovani criminali richiamati attraverso le piattaforme, deve spiegare come sia stato possibile assistere a mobilitazioni tanto violente e quali strumenti di prevenzione siano mancati. Le due responsabilità non si escludono e non possono essere utilizzate per scaricarsi reciprocamente il problema, perché la sicurezza nazionale e quella pubblica appartengono entrambe alle responsabilità dello Stato. L’ipotesi russa, quella di altre ingerenze straniere, gli interrogativi sui rapporti con il Qatar e i sospetti di convenienze politiche interne possono essere oggetto di analisi, ma non diventano fatti accertati in assenza di prove. È proprio qui che servirebbe un’indagine approfondita sulle convocazioni digitali, sulle eventuali reti coordinate, sui soggetti che hanno amplificato gli appuntamenti e su chi potrebbe avere tratto un vantaggio organizzativo dalla degenerazione delle manifestazioni. Perché la guerra ibrida esiste e le piattaforme possiedono una capacità di mobilitazione straordinaria, ma non ogni ragazzo che partecipa a una sommossa è automaticamente un soldato inconsapevole di una potenza straniera.

E soprattutto non è scontato che le devastazioni possano essere utilizzate per rafforzare indefinitamente il potere politico. Potrebbero produrre l’effetto opposto, trasformando la paura dei cittadini in una richiesta di cambiamento contro un governo che aveva fatto della sicurezza una delle proprie promesse principali. Crosetto ha introdotto uno scenario che merita attenzione. Piantedosi ha la responsabilità di garantire l’ordine pubblico. Meloni deve rispondere delle scelte complessive del proprio esecutivo.

Ma se qualcuno sta realmente utilizzando i giovani italiani per destabilizzare il Paese, la questione non si risolve con un altro decreto e nemmeno con un discorso sulla pericolosità di TikTok.

Si risolve identificando chi organizza, chi finanzia, chi coordina e chi trae vantaggio dalle operazioni, distinguendo la responsabilità criminale dall’eventuale influenza straniera. Altrimenti resterà soltanto l’ennesima emergenza utilizzata per fare politica, mentre i cittadini continueranno a chiedersi chi stia realmente governando la sicurezza delle loro città.

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