Vertice italiano su IA e cybersicurezza

Cybersecurity, l’AI accelera gli attacchi e l’Italia cerca sovranità

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🛡️ Executive Summary

  • Farnesina, Polizia Postale, ACN e industria della cybersecurity individuano nella dipendenza tecnologica e nell’accelerazione degli attacchi AI due problemi di sicurezza nazionale.
  • L’intelligenza artificiale riduce i tempi delle operazioni offensive, mentre la territorialità delle indagini e la dipendenza dai fornitori privati condizionano le capacità di risposta dello Stato.
  • Megaride a Napoli e l’ecosistema IT4LIA a Bologna rappresentano investimenti strategici, ma la sovranità richiede anche competenze, controllo delle informazioni e sicurezza operativa.

La sicurezza nazionale italiana dipende sempre più da tecnologie, infrastrutture e informazioni che lo Stato non controlla direttamente, mentre l’intelligenza artificiale accelera le operazioni offensive e riduce il tempo disponibile per contrastarle. È il quadro emerso il 22 ottobre 2026 alla Scuola Superiore di Polizia di Roma, durante il panel «Sicurezza cibernetica e sovranità tra Stato e mercato», organizzato nell’ambito del convegno di Agile Lab sull’autonomia tecnologica europea. A confrontarsi sono stati Alessandro De Pedys, direttore generale per le Questioni cibernetiche della Farnesina, Ivano Gabrielli, direttore del Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica, Pierguido Iezzi, direttore Cyber e Strategie di Zenita Group, e Gianluca Galasso, direttore del Servizio Operazioni e Gestione delle Crisi Cyber dell’ACN. Quattro prospettive che convergono su una questione: come può un Paese esercitare la propria sovranità quando strumenti di difesa, dati, capacità investigative e tecnologie critiche dipendono da soggetti esterni?

La sicurezza nazionale italiana dipende da infrastrutture e tecnologie straniere

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Il primo elemento della discussione riguarda la trasformazione del concetto stesso di sicurezza nazionale. Alessandro De Pedys ha descritto uno scenario internazionale nel quale pressioni economiche, competizione tecnologica e rapporti di sicurezza stanno ridefinendo gli equilibri geopolitici, richiamando le ambizioni russe in Europa, l’espansione economica e scientifica della Cina e l’incertezza sulla continuità degli impegni statunitensi verso gli alleati. In questa situazione, la capacità di difendere uno Stato non dipende più soltanto dagli strumenti militari tradizionali, ma dalla possibilità di mantenere operative le infrastrutture che sostengono la vita economica e sociale. Semiconduttori, reti di comunicazione, piattaforme cloud, capacità computazionale e modelli di intelligenza artificiale diventano quindi componenti della sicurezza nazionale, perché una loro interruzione può compromettere sanità, trasporti, amministrazioni pubbliche e sistemi produttivi. Il ragionamento del diplomatico parte da un dato industriale: una parte importante delle infrastrutture digitali europee utilizza software e tecnologie sviluppate fuori dall’Unione, prevalentemente negli Stati Uniti. Questa dipendenza non costituisce automaticamente una minaccia, ma può trasformarsi in vulnerabilità quando il fornitore controlla componenti che il cliente non è in grado di sostituire, modificare o mantenere autonomamente. Il tema si inserisce nella dipendenza europea dal cloud statunitense e nelle difficoltà di costruire infrastrutture realmente sovrane, dove la localizzazione fisica dei server non garantisce da sola il controllo su software, aggiornamenti e condizioni di accesso. De Pedys individua perciò nella capacità di scegliere le dipendenze accettabili uno degli obiettivi della politica estera tecnologica. La Direzione generale della Farnesina per le questioni cibernetiche, guidata dal diplomatico dal gennaio 2026, nasce anche per portare questi problemi nei negoziati internazionali sull’intelligenza artificiale e sulla sicurezza digitale. La sovranità tecnologica diventa così una questione diplomatica e industriale prima ancora che informatica.

Il potere dei fornitori privati modifica il rapporto tra Stato e sicurezza

La questione della dipendenza tecnologica assume una seconda dimensione nell’intervento di Gianluca Galasso, che introduce la distinzione fra responsabilità pubblica della sicurezza nazionale e produzione concreta delle capacità necessarie a garantirla. Lo Stato rimane il soggetto chiamato a proteggere gli interessi nazionali, ma non può più produrre autonomamente tutti gli strumenti e tutte le informazioni necessari alla difesa cibernetica. Le reti, le piattaforme digitali e numerosi servizi essenziali sono infatti gestiti da operatori privati, mentre la conoscenza delle minacce dipende spesso dalla telemetria raccolta dai grandi fornitori internazionali di sicurezza. Le aziende che distribuiscono software, appliance e servizi di protezione su milioni di dispositivi dispongono di una visibilità globale su vulnerabilità, comportamenti degli attaccanti e indicatori di compromissione che una singola amministrazione difficilmente potrebbe replicare. Per conoscere una parte delle minacce, lo Stato deve acquistare informazioni da soggetti privati che raccolgono dati attraverso infrastrutture commerciali. Galasso sottolinea però che acquistare un servizio di threat intelligence non significa possedere automaticamente la capacità di interpretarlo: gli indicatori devono essere correlati con il contesto nazionale, le caratteristiche del sistema produttivo e la distribuzione delle infrastrutture essenziali. Nasce così una responsabilità condivisa fra imprese e istituzioni, resa più complessa dalla differenza degli obiettivi. Le aziende perseguono competitività e sostenibilità economica, mentre lo Stato deve assicurare continuità dei servizi e tutela degli interessi pubblici. Il problema emerge anche nella discussione sulle competenze di ACN e Difesa nella gestione delle crisi cyber, dove la distinzione fra sicurezza civile, protezione delle infrastrutture e difesa nazionale richiede un coordinamento sempre più articolato. Galasso non propone di eliminare il mercato dalla cybersecurity, ma di costruire un equilibrio nel quale le informazioni prodotte dai privati possano contribuire alla sicurezza collettiva senza trasferire interamente ai fornitori la capacità di valutare il rischio nazionale.

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La dipendenza diventa geopolitica quando una tecnologia può essere interrotta

Il problema della continuità tecnologica è stato affrontato da De Pedys attraverso il richiamo ai servizi satellitari utilizzati durante la guerra in Ucraina. Il caso Starlink mostra come infrastrutture sviluppate e gestite da società private possano acquisire un’importanza operativa tale da influenzare attività militari e capacità di comunicazione sul campo. Restrizioni tecniche, condizioni contrattuali e decisioni sul funzionamento dei servizi possono avere conseguenze che superano il normale rapporto commerciale fra fornitore e cliente. Il diplomatico richiama anche il rischio di limitazioni preventive all’accesso a tecnologie avanzate, sottolineando che la disponibilità di una piattaforma può dipendere da decisioni assunte da soggetti sui quali l’Europa non esercita un controllo sufficiente. La vulnerabilità, in questo caso, non richiede necessariamente un cyberattacco: un servizio strategico può diventare indisponibile per una decisione amministrativa, commerciale o politica. È un problema differente dalla compromissione informatica e deve essere trattato con strumenti di politica industriale, contrattuale e diplomatica. De Pedys individua nella capacità di sostituire i fornitori e mantenere competenze tecnologiche il principale elemento di riduzione del rischio, senza sostenere che l’Europa debba produrre autonomamente ogni componente utilizzata. Il sistema internazionale rimane fondato sull’interdipendenza, ma la sicurezza richiede di riconoscere i punti nei quali una dipendenza può diventare coercitiva. Questo vale anche nei rapporti con la Cina, richiamata dal diplomatico per il controllo esercitato su segmenti strategici delle catene di approvvigionamento e sulle materie prime critiche. La conseguenza è che la continuità dei servizi digitali deve essere valutata considerando sia gli attacchi informatici sia le decisioni dei soggetti che controllano le tecnologie, perché entrambe possono produrre effetti sulla sicurezza nazionale.

Gabrielli: il cybercrime attraversa le frontiere ma i poteri investigativi restano territoriali

La trasformazione della sicurezza digitale incontra un limite ancora più evidente nelle attività investigative. Ivano Gabrielli ha sottolineato che gli attaccanti operano attraverso infrastrutture internazionali senza incontrare gli stessi vincoli territoriali imposti alle autorità di polizia, creando uno squilibrio fra la velocità del crimine e quella degli strumenti disponibili per contrastarlo. Un’aggressione informatica può partire da server collocati all’estero, attraversare differenti fornitori e colpire organizzazioni italiane, mentre le attività investigative più invasive devono rispettare competenze giurisdizionali, procedure di cooperazione e garanzie previste dagli ordinamenti nazionali. Il dirigente della Polizia Postale ha richiamato intercettazioni, acquisizione di comunicazioni e operazioni sotto copertura come esempi di strumenti che, pur essendo essenziali in determinate indagini, non possono essere esercitati liberamente oltre i confini dello Stato. La riflessione non equivale a una richiesta di eliminare le garanzie giudiziarie, ma evidenzia l’esigenza di adattare la cooperazione internazionale alla struttura distribuita delle minacce. In questo quadro assume particolare importanza il nuovo sistema europeo e-evidence, applicabile dal 18 agosto 2026, che consente alle autorità competenti di richiedere più direttamente ai fornitori la produzione o la conservazione di prove elettroniche. Il quadro ufficiale della Commissione europea prevede termini ordinari di dieci giorni per la produzione dei dati, ridotti a otto ore nelle situazioni di emergenza previste dalla disciplina. Il meccanismo non concede accessi indiscriminati ai sistemi stranieri e non supera automaticamente i limiti delle investigazioni fuori dall’Unione, ma riduce una parte dei ritardi legati alle procedure tradizionali. Il nuovo ruolo della Polizia Postale nell’applicazione italiana del sistema e-evidence mostra come la cooperazione con i provider sia diventata una componente strutturale delle indagini. La sovranità investigativa non dipende soltanto dai poteri formalmente attribuiti allo Stato, ma anche dalla possibilità concreta di ottenere tempestivamente prove e informazioni conservate da operatori internazionali.

Gli attacchi AI comprimono i tempi mentre i SOC devono ancora analizzare gli allarmi

È sulla velocità delle operazioni offensive che l’intervento di Pierguido Iezzi introduce una delle questioni tecniche più rilevanti del panel. Il direttore Cyber e Strategie di Zenita Group sostiene che l’intelligenza artificiale stia riducendo il lavoro manuale necessario per individuare vulnerabilità, preparare strumenti offensivi e concatenare differenti fasi di un’intrusione, costringendo le organizzazioni a rivedere i processi di rilevamento e risposta. Il problema non riguarda soltanto la disponibilità di nuovi modelli, ma il rapporto fra il tempo necessario a completare un’azione ostile e quello richiesto ai difensori per comprenderla. Il Global Threat Report 2026 di CrowdStrike indica che nel 2025 il breakout time medio delle intrusioni eCrime osservate è sceso a 29 minuti, con un caso particolarmente rapido di 27 secondi. Si tratta del tempo necessario all’attaccante per passare dall’accesso iniziale al movimento laterale, non della durata media di un attacco completo. Il dato rende comunque evidente il problema segnalato da Iezzi: un centro operativo di sicurezza che impiega troppo tempo per prendere in carico e classificare un allarme rischia di intervenire quando l’aggressore ha già ampliato la compromissione. La disponibilità degli agenti AI può ulteriormente complicare il quadro, perché alcune attività di ricognizione, analisi del bersaglio e sviluppo di exploit possono essere eseguite attraverso sequenze automatizzate. Iezzi richiama modelli particolarmente avanzati e progetti open source dedicati alla sicurezza offensiva, ma le capacità effettive devono essere distinte dalle dichiarazioni dei produttori: non esiste evidenza che qualsiasi agente possa condurre autonomamente ogni tipo di attacco con successo garantito. La comparsa di modelli capaci di sviluppare catene di exploit complesse rappresenta tuttavia un segnale significativo del cambiamento. Gabrielli aggiunge a questa dinamica il problema investigativo: mentre gli strumenti offensivi possono accelerare la scoperta e lo sfruttamento delle vulnerabilità, la raccolta delle prove continua a richiedere procedure legittime e cooperazione internazionale, aumentando la distanza potenziale fra velocità dell’attacco e capacità di contrasto.

Dalle vulnerabilità isolate alle catene di attacco: la difesa deve cambiare modello

La velocità degli agenti AI mette in discussione anche i criteri tradizionali utilizzati per organizzare la gestione delle vulnerabilità. Iezzi critica l’approccio che consiste nel classificare le falle esclusivamente attraverso il punteggio CVSS e correggerle in ordine di gravità, perché gli attaccanti non costruiscono necessariamente le proprie operazioni seguendo la stessa graduatoria. Una vulnerabilità con gravità moderata può diventare determinante quando permette di raggiungere un sistema privilegiato, aggirare un controllo o completare una catena di compromissione. Il rischio deve quindi essere valutato considerando raggiungibilità, esposizione, privilegi, valore dell’asset e possibilità di concatenare differenti debolezze. L’intelligenza artificiale può facilitare l’individuazione di questi percorsi, senza rendere inutili i tradizionali strumenti di classificazione. Il problema diventa particolarmente evidente nella gestione degli aggiornamenti: un’organizzazione non può sempre distribuire una patch immediatamente dopo la pubblicazione di una vulnerabilità, perché deve verificare compatibilità, continuità operativa e possibili effetti sui sistemi produttivi. Iezzi propone quindi un maggiore ricorso al virtual patching, cioè a controlli compensativi capaci di limitare specifiche modalità di sfruttamento mentre viene preparata la correzione definitiva. La tecnica può comprendere regole di sicurezza applicativa, sistemi di prevenzione delle intrusioni, restrizioni di accesso o isolamento di componenti vulnerabili. Non elimina il difetto software e non sostituisce l’aggiornamento, ma può ridurre l’esposizione durante la finestra necessaria all’intervento. Il rapido passaggio dalla pubblicazione delle vulnerabilità ai tentativi di exploitation conferma quanto sia importante predisporre mitigazioni temporanee. La risposta proposta da Iezzi è quindi una difesa più dinamica, capace di utilizzare l’intelligenza artificiale per correlare eventi e accelerare la risposta, mantenendo però controlli sulle operazioni automatiche. L’obiettivo non è eliminare ogni vulnerabilità prima che venga scoperta, ma impedire che una debolezza diventi il punto di partenza di una compromissione estesa prima dell’intervento dei difensori.

La compliance non basta se lo Stato non conosce il rischio reale delle imprese

La riflessione di Galasso completa quella di Iezzi mostrando un altro limite del sistema di sicurezza: la conformità normativa non coincide automaticamente con la capacità effettiva di resistere a un attacco informatico. L’Europa e l’Italia hanno costruito un quadro di regolamentazione sempre più articolato, nel quale gli operatori essenziali e importanti devono rispettare obblighi di gestione del rischio, organizzazione della sicurezza e notifica degli incidenti. Queste regole sono necessarie perché le infrastrutture sono interdipendenti: la compromissione di un fornitore può provocare conseguenze su numerose aziende, amministrazioni e servizi pubblici. Tuttavia, Galasso avverte che il sistema rischia di concentrarsi sulla produzione di documentazione, sulle verifiche formali e sul rispetto delle procedure, perdendo di vista l’obiettivo della sicurezza operativa. Un’organizzazione può dimostrare l’esistenza di una politica aziendale senza essere necessariamente capace di rilevare un intruso, isolare tempestivamente un sistema o ripristinare un servizio compromesso. La regolazione deve costruire una base comune di sicurezza, ma quella base deve essere verificabile attraverso capacità tecniche e risultati concreti. La questione assume un peso particolare nel rapporto fra ACN e aziende private, perché le informazioni raccolte dai fornitori di sicurezza devono essere trasformate in analisi utili alla prevenzione nazionale. Il problema non si risolve aumentando indiscriminatamente gli obblighi: occorre che le amministrazioni competenti sappiano individuare le minacce più rilevanti, comprendere quali settori risultano esposti e coordinare la risposta. L’intelligenza artificiale può contribuire alla correlazione dei dati e all’identificazione dei comportamenti offensivi, ma non sostituisce le competenze necessarie per valutare gli impatti sul territorio e sulle attività essenziali. È in questo senso che la sovranità cyber viene esercitata attraverso la conoscenza del rischio, non soltanto attraverso l’autorità di imporre regole.

Megaride a Napoli e IT4LIA a Bologna sono la risposta infrastrutturale italiana

La parte più concreta dell’intervento di Galasso riguarda gli investimenti nazionali nella capacità di calcolo. Il dirigente dell’ACN ricorda che l’Italia dispone di un ecosistema di supercalcolo avanzato, nel quale Megaride a Napoli e i sistemi Leonardo, LISA e IT4LIA a Bologna rappresentano strumenti differenti ma complementari per ricerca, intelligenza artificiale e sicurezza informatica. Megaride è stato inaugurato il 27 giugno 2025 presso il polo tecnologico dell’Università Federico II a San Giovanni a Teduccio, attraverso un’iniziativa che coinvolge ACN, Ministero dell’Università e della Ricerca, CINECA, CNR e Centro Nazionale ICSC. Il comunicato ufficiale di CINECA sull’inaugurazione ne descrive la destinazione alla ricerca e allo sviluppo di applicazioni avanzate per la cybersicurezza. Non si tratta quindi di un semplice data center destinato all’hosting di servizi, ma di un’infrastruttura HPC pensata per elaborazioni complesse, simulazioni e sistemi AI. A Bologna, l’ecosistema Leonardo viene progressivamente rafforzato da risorse specializzate nell’intelligenza artificiale, mentre IT4LIA è destinata a mettere a disposizione servizi, formazione, strumenti software e capacità computazionale per imprese, pubbliche amministrazioni e ricerca. La scheda EuroHPC della AI Factory italiana individua fra i settori di interesse cybersicurezza, sanità, scienze della Terra, agricoltura e servizi finanziari. Galasso considera queste infrastrutture una dimostrazione del potenziale nazionale, ma riconosce che la capacità di calcolo non equivale all’autosufficienza tecnologica: una parte dei semiconduttori e del software necessario proviene ancora da fornitori internazionali. Il precedente dell’accordo fra ACN e CINECA per realizzare un supercomputer dedicato alla sicurezza a Napoli permette di ricostruire il percorso che ha portato alla disponibilità di Megaride. Il valore strategico non deriva soltanto dalle prestazioni delle macchine, ma dalla possibilità di sviluppare competenze, modelli e analisi utilizzando capacità computazionale disponibile nel sistema nazionale.

L’AI nella sicurezza richiede nuove competenze e nuove garanzie giuridiche

La convergenza fra i quattro interventi emerge anche dalla necessità di coordinare tecnologia, responsabilità istituzionali e garanzie dei cittadini. Gabrielli richiama le difficoltà investigative prodotte dalla dimensione internazionale del cyberspazio, mentre Iezzi sottolinea che gli agenti AI impongono sistemi difensivi capaci di operare con tempi molto più rapidi. Galasso identifica nella conoscenza delle minacce e nell’utilizzo del supercalcolo la possibilità di rafforzare la capacità nazionale di risposta, mentre De Pedys collega questi obiettivi alle scelte industriali e diplomatiche dell’Europa. Nessuna delle quattro prospettive è sufficiente da sola: un’infrastruttura di calcolo non garantisce capacità investigativa, una norma non sostituisce un sistema di difesa efficace e un servizio di threat intelligence non produce automaticamente autonomia. Occorre inoltre considerare i limiti giuridici all’utilizzo degli strumenti AI nelle attività di polizia. Il decreto legislativo 9 settembre 2026, n. 160, entrato in vigore il 30 settembre, disciplina specificamente l’impiego dei sistemi di intelligenza artificiale nelle attività di polizia nel quadro del regolamento europeo AI Act. La disciplina conferma che il rafforzamento delle capacità investigative deve essere accompagnato da requisiti, controlli e garanzie proporzionati alle funzioni esercitate. Questo introduce un ulteriore elemento della sovranità: lo Stato deve essere in grado di utilizzare tecnologie avanzate per difendere cittadini e infrastrutture senza perdere il controllo giuridico e organizzativo sulle modalità del loro impiego. L’automazione può contribuire a ridurre la distanza temporale fra attacco e risposta, ma deve rimanere compatibile con responsabilità definite, verificabilità delle operazioni e tutela dei diritti fondamentali.

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