Banca Popolare Cinese crescita finanziaria

Cina, lo yuan corre troppo: la banca centrale aumenta le riserve valutarie e frena il rafforzamento della moneta

📌 In Sintesi

  • La banca centrale cinese aumenta le riserve obbligatorie in valuta dal 4% al 6%. La People’s Bank of China annuncia il provvedimento il 3 novembre 2026, con entrata in vigore il 15 novembre, per rafforzare la gestione della liquidità valutaria delle istituzioni finanziarie.
  • Circa 24 miliardi di dollari potrebbero essere vincolati come riserve aggiuntive. La stima di Reuters indica la quota di liquidità valutaria che le banche dovranno accantonare presso la PBOC. Non si tratta di una perdita patrimoniale, di un prelievo dai conti dei clienti o di una riduzione diretta del credito in yuan.
  • La decisione interessa esportazioni, industria e rapporti commerciali con l’Europa. Uno yuan più forte riduce il controvalore in valuta nazionale dei ricavi esteri, mentre un rallentamento dell’apprezzamento può sostenere la competitività cinese sui mercati internazionali.

La Cina interviene sul mercato valutario per impedire che lo yuan continui a rafforzarsi troppo rapidamente contro il dollaro americano. La People’s Bank of China (PBOC) annuncia il 3 novembre 2026 un aumento delle riserve obbligatorie sui depositi in valuta estera dal 4% al 6%, con effetto dal 15 novembre. La decisione obbliga le istituzioni finanziarie ad accantonare presso la banca centrale una quota maggiore dei depositi denominati in valuta straniera, riducendo la disponibilità di dollari liberamente impiegabili nel sistema bancario. Secondo i calcoli di Reuters, l’intervento potrebbe vincolare circa 24 miliardi di dollari aggiuntivi, mentre Pechino cerca di contenere le aspettative di un ulteriore rafforzamento del renminbi. Il provvedimento arriva dopo mesi di apprezzamento della valuta cinese e assume un significato che supera la politica monetaria nazionale: coinvolge esportazioni, industria manifatturiera, rapporti commerciali con gli Stati Uniti e competitività delle imprese europee.

La banca centrale cinese porta le riserve valutarie al 6% dal 15 novembre

Annuncio

La decisione della People’s Bank of China riguarda il coefficiente di riserva obbligatoria applicato ai depositi denominati in valuta estera detenuti dalle istituzioni finanziarie. Nel comunicato della banca centrale cinese riprodotto da Xinhua, pubblicato il 3 novembre, viene stabilito che dal 15 novembre 2026 il coefficiente aumenterà di due punti percentuali, passando dall’attuale 4% al 6%. La motivazione ufficiale è il rafforzamento della gestione della liquidità in valuta estera delle istituzioni finanziarie, senza l’indicazione di un obiettivo numerico per il tasso di cambio. Il provvedimento non rappresenta un aumento generalizzato delle riserve obbligatorie sui depositi in yuan e non costituisce una modifica dei tassi di interesse di riferimento. La distinzione è fondamentale perché la banca centrale utilizza strumenti differenti per intervenire sulle condizioni monetarie interne e sulla disponibilità di valute straniere. In questo caso, Pechino agisce sulla quota dei depositi valutari che le banche devono mantenere come riserva, anziché restringere direttamente l’offerta complessiva di moneta nazionale.

L’aumento di due punti percentuali equivale a un incremento relativo del 50% del coefficiente precedente, perché la quota obbligatoria passa da quattro a sei unità ogni cento depositate. Questo non significa che la banca centrale immobilizzi il 50% di tutti i depositi in valuta: l’incremento effettivo è pari a due punti percentuali della base soggetta al requisito, mentre il 6% rappresenta il livello complessivo della riserva dopo l’intervento. La decisione interrompe una fase nella quale la PBOC aveva utilizzato lo stesso strumento per attenuare la debolezza dello yuan. L’ultima modifica del coefficiente risaliva al settembre 2023, quando era stato ridotto dal 6% al 4% per contrastare le pressioni al ribasso sulla valuta cinese. Il nuovo aumento costituisce invece il primo intervento restrittivo sulle riserve valutarie dal 2021, quando la banca centrale aveva innalzato il requisito fino al 9%. Il cambiamento di direzione è il segnale più importante: nel 2023 Pechino cercava di contenere il deprezzamento dello yuan, mentre nel novembre 2026 interviene per rallentarne l’apprezzamento. Lo stesso strumento viene quindi impiegato in senso opposto, adattandosi alle condizioni del mercato dei cambi.

Come funziona la riserva obbligatoria e quale effetto produce sulle banche

Il meccanismo economico dell’intervento deve essere distinto da un normale prelievo di liquidità operato sui conti della clientela. La riserva obbligatoria è una quota dei depositi in valuta estera che gli istituti finanziari devono mantenere presso la banca centrale, anziché utilizzare liberamente per prestiti, investimenti o altre operazioni consentite. Aumentando il coefficiente dal 4% al 6%, la PBOC modifica la composizione degli impieghi delle banche, obbligandole a destinare una parte maggiore delle proprie attività in valuta alle riserve regolamentari. Dal punto di vista del bilancio bancario, i depositi dei clienti continuano a rappresentare passività degli istituti, mentre le disponibilità accantonate presso la banca centrale rimangono attività bancarie, sebbene soggette a un vincolo di utilizzo. Non si verifica quindi una cancellazione dei depositi, né una perdita automatica di patrimonio. La banca deve semplicemente detenere una quota più elevata delle proprie risorse in valuta sotto forma di riserva obbligatoria.

La conseguenza diretta riguarda la liquidità valutaria liberamente utilizzabile. A parità di depositi e di altre condizioni, gli intermediari dispongono di una quantità inferiore di dollari da destinare a nuovi impieghi, prestiti in valuta, investimenti oppure vendite sul mercato dei cambi. La minore disponibilità può incidere sui costi e sulle scelte operative delle banche, soprattutto quando le riserve vincolate offrono una remunerazione diversa da quella degli impieghi alternativi. L’effetto sul costo della raccolta e sulla redditività bancaria dipende però dalla struttura del bilancio di ciascun istituto, dalle condizioni di remunerazione delle riserve e dalla capacità di adattare le proprie attività. Non bisogna confondere questo meccanismo con una restrizione immediata del credito denominato in yuan. L’aumento riguarda i depositi in valuta estera e non modifica direttamente il coefficiente di riserva applicato ai depositi nella moneta nazionale. Possono emergere effetti indiretti sulle condizioni finanziarie, ma non sarebbe corretto sostenere che il provvedimento riduca automaticamente i prestiti in yuan concessi a famiglie e imprese.

L’impatto sul cambio deriva proprio dalla gestione della valuta straniera. Quando le imprese esportatrici incassano dollari e li convertono in renminbi, aumentano l’offerta di valuta americana e la domanda di yuan, contribuendo all’apprezzamento della moneta cinese. Vincolando una quota maggiore dei dollari presenti nel sistema bancario, la PBOC riduce la liquidità valutaria disponibile e cerca di moderare la pressione generata dalle conversioni, senza impedire alle imprese di effettuare le normali operazioni commerciali. La misura agisce inoltre sulle aspettative. Se banche e imprese ritengono che lo yuan continuerà a rafforzarsi, possono modificare anticipatamente le proprie posizioni in valuta. Il segnale della banca centrale intende contrastare questa dinamica, mostrando che Pechino è pronta a utilizzare gli strumenti macroprudenziali per limitare movimenti considerati eccessivamente rapidi. L’effetto bancario va quindi letto in termini di liquidità vincolata, composizione degli attivi e costo opportunità, non come una sottrazione definitiva di denaro al sistema finanziario.

Circa 24 miliardi di dollari diventano riserve aggiuntive: il calcolo di Reuters

L’effetto quantitativo della decisione emerge dalla ricostruzione di Reuters sull’aumento del coefficiente valutario. L’agenzia stima che il passaggio dal 4% al 6% comporterà il vincolo di circa 24 miliardi di dollari aggiuntivi, sulla base dei dati ufficiali relativi ai depositi in valuta estera presenti nel sistema bancario cinese. La stima si ottiene applicando i due punti percentuali aggiuntivi a una base di depositi in valuta di circa 1.200 miliardi di dollari. Il calcolo consente di comprendere la dimensione dell’intervento, ma non rappresenta una cifra di liquidità effettivamente ritirata dal sistema alla data dell’annuncio. La misura entrerà in vigore il 15 novembre e l’ammontare concretamente vincolato dipenderà dalla base di depositi soggetta al requisito in quel momento.

I 24 miliardi non rappresentano una perdita patrimoniale per le banche né una spesa pubblica. Sono una stima delle risorse in valuta che, anziché rimanere liberamente disponibili per altre operazioni, dovranno essere accantonate come riserve presso la PBOC. Le disponibilità restano nel sistema monetario e nel bilancio degli intermediari interessati, ma assumono un diverso grado di utilizzabilità. La distinzione è importante anche per valutare gli effetti sul mercato. L’incremento del coefficiente può ridurre l’offerta di dollari immediatamente disponibile agli intermediari e modificare il costo opportunità del loro impiego. Non significa però che ogni dollaro aggiuntivo accantonato corrisponda a un dollaro di credito precedentemente erogato e successivamente revocato. Le banche possono adeguarsi attraverso differenti operazioni di gestione della liquidità, a seconda della propria posizione finanziaria.

La misura ha inoltre una componente psicologica. Il volume aggiuntivo di riserve deve essere confrontato con un mercato valutario caratterizzato da scambi di dimensioni molto maggiori. Per questo diversi analisti citati da Reuters ritengono che l’intervento abbia anche un valore di comunicazione della politica monetaria: la banca centrale segnala che non intende assecondare automaticamente un rafforzamento continuo dello yuan. Secondo Marco Sun, analista dei mercati finanziari di MUFG China, il provvedimento risponde alla forza acquisita dalla valuta cinese e alla necessità di evitare aspettative di apprezzamento unidirezionali. Zhaopeng Xing, stratega di ANZ, considera invece particolarmente rilevante il significato dell’intervento per le aspettative, pur osservando che la misura da sola potrebbe non essere sufficiente a riequilibrare completamente il mercato. Un intervento può quindi riuscire a rallentare il movimento di una valuta senza invertirne necessariamente la direzione di lungo periodo. La banca centrale può influenzare la liquidità e comunicare le proprie intenzioni, ma deve comunque confrontarsi con le condizioni economiche che determinano domanda e offerta di dollari e yuan.

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Lo yuan ha guadagnato oltre il 5% contro il dollaro nel 2026

L’intervento arriva dopo una fase di rafforzamento particolarmente significativa della valuta cinese. Secondo Reuters, lo yuan ha guadagnato oltre il 5% contro il dollaro dall’inizio del 2026, raggiungendo livelli che non si osservavano dal 2022. La crescita è sostenuta da diversi fattori, tra i quali il saldo commerciale positivo della Cina, la conversione dei ricavi in valuta estera da parte delle imprese e le condizioni generali del mercato internazionale dei cambi.

Il resoconto pubblicato dal portale ufficiale del governo cinese indica che nei primi nove mesi dell’anno lo yuan si è apprezzato complessivamente del 4,2% contro il dollaro americano. Il movimento si è successivamente intensificato durante ottobre, con una lunga sequenza di sedute favorevoli alla valuta cinese. I due dati non sono contraddittori: il primo riguarda il periodo gennaio-settembre, mentre l’incremento superiore al 5% comprende anche la successiva evoluzione dei mercati. Il 2 novembre, il cambio dollaro-yuan sul mercato domestico scende temporaneamente sotto 6,65 yuan per dollaro, raggiungendo un livello particolarmente favorevole alla valuta cinese. La quotazione esprime il numero di yuan necessari per acquistare un dollaro: quando il valore numerico del rapporto USD/CNY diminuisce, lo yuan si rafforza, perché serve una quantità inferiore di moneta cinese per acquistare la stessa unità di valuta americana.

Il giorno successivo la decisione della PBOC produce una reazione immediata. Il cambio sul mercato domestico raggiunge circa 6,6728 yuan per dollaro, mentre la valuta cinese perde fino allo 0,37% rispetto alla chiusura precedente, secondo i dati riportati da Reuters. Il movimento rappresenta un indebolimento dello yuan e segnala che gli operatori interpretano la misura come un intervento destinato a rallentare la sua crescita. La reazione non permette però di stabilire che la banca centrale abbia definitivamente modificato la tendenza del cambio. Le valute rispondono contemporaneamente a decisioni monetarie, flussi commerciali, investimenti internazionali e aspettative sull’andamento economico. L’effetto immediato del provvedimento è osservabile, mentre la sua efficacia duratura potrà essere valutata soltanto attraverso i movimenti successivi del mercato.

La Cina difende le esportazioni senza annunciare una svalutazione competitiva

Il rafforzamento dello yuan rappresenta una questione centrale per il modello economico cinese, che continua a dipendere in misura importante dalle attività manifatturiere e dalle esportazioni internazionali. Quando la valuta nazionale si apprezza, un’impresa che vende prodotti in dollari e converte successivamente i ricavi in yuan può ottenere un controvalore inferiore nella propria moneta. Il fenomeno può comprimere i margini, soprattutto nei settori caratterizzati da una forte concorrenza sui prezzi e da una limitata capacità di aumentare i listini. La dinamica interessa produzioni molto differenti, dai beni di consumo all’elettronica, dai macchinari industriali ai componenti destinati alle catene internazionali di approvvigionamento. Una valuta più forte può rendere relativamente più costosi i prodotti cinesi per alcuni acquirenti esteri, anche se il risultato effettivo dipende dalla valuta utilizzata nei contratti, dalle condizioni commerciali e dalle strategie di copertura adottate dalle imprese.

Non sarebbe però corretto interpretare la decisione della PBOC come una dichiarazione ufficiale di svalutazione competitiva. Il comunicato della banca centrale indica come obiettivo la gestione della liquidità in valuta estera, mentre le autorità cinesi continuano a sostenere la necessità di mantenere il cambio sostanzialmente stabile intorno a un livello considerato equilibrato. La differenza tra contenere un apprezzamento rapido e perseguire deliberatamente una svalutazione è significativa, sia sul piano economico sia nei rapporti commerciali internazionali. Un renminbi più forte presenta inoltre effetti che possono risultare favorevoli ad alcune attività economiche. Le imprese cinesi che acquistano materie prime, componenti o servizi denominati in dollari possono beneficiare di un minore costo in valuta nazionale. Le società con debiti esteri possono osservare una riduzione del controvalore dei propri obblighi, mentre i consumatori possono beneficiare indirettamente di importazioni meno costose. La banca centrale deve quindi considerare interessi che non coincidono necessariamente con quelli delle sole aziende esportatrici.

La politica valutaria cinese si inserisce in una competizione internazionale nella quale dazi, controlli sulle esportazioni, disponibilità di materie prime e tassi di cambio contribuiscono a determinare la competitività delle imprese. Il confronto tra Stati Uniti e Cina sulla produzione dei semiconduttori e sull’accesso alle tecnologie avanzate mostra come le decisioni finanziarie si intreccino con gli obiettivi industriali. La recente analisi sulla dipendenza delle filiere americane dei semiconduttori da materiali e componenti riconducibili alla Cina evidenzia che la competizione tecnologica non elimina automaticamente i rapporti economici tra i due Paesi. Il cambio valutario rappresenta una delle variabili che incidono sui costi di questi rapporti, ma non può sostituire la disponibilità effettiva di materiali, capacità produttiva e competenze industriali.

Pechino controlla il cambio attraverso liquidità e tasso di riferimento

La politica valutaria cinese utilizza un sistema di strumenti che comprende il coefficiente sulle riserve in valuta, la gestione della liquidità e la definizione quotidiana del tasso centrale di riferimento dello yuan. La PBOC opera infatti in un regime nel quale il cambio è influenzato dalle condizioni di mercato, ma viene anche orientato attraverso meccanismi di gestione amministrativa e monetaria. Il 3 novembre, la banca centrale stabilisce il riferimento giornaliero del cambio a 6,7150 yuan per dollaro, un livello più debole rispetto alle aspettative raccolte dagli operatori finanziari. Secondo Reuters, la differenza rispetto alle stime di mercato raggiunge 661 punti, uno degli scostamenti più ampi registrati nelle settimane precedenti. Il dato conferma che la PBOC non si limita ad agire sulle riserve obbligatorie, ma utilizza contemporaneamente diversi strumenti per influenzare le condizioni del mercato.

Il meccanismo del riferimento quotidiano è particolarmente importante perché contribuisce a definire l’ambito nel quale può muoversi il cambio sul mercato domestico. La sua funzione è differente da quella della riserva valutaria: il primo strumento interviene direttamente sul riferimento utilizzato nella formazione del prezzo della moneta, mentre il secondo modifica la quantità di valuta estera liberamente impiegabile dagli intermediari finanziari. Utilizzati contemporaneamente, possono rafforzare il segnale trasmesso dalla banca centrale. Le autorità cinesi insistono sul ruolo del mercato nella formazione del tasso di cambio. Zou Lan, vicegovernatore della PBOC, ribadisce durante un intervento a Hong Kong che la Cina continua a sostenere un sistema nel quale le forze di mercato svolgono un ruolo decisivo. La posizione ufficiale convive con la disponibilità della banca centrale a intervenire quando i movimenti diventano particolarmente rapidi o quando si sviluppano aspettative considerate squilibrate. Il vero obiettivo sembra quindi la gestione della velocità del cambiamento, non l’imposizione di una quotazione immutabile. Una valuta che si rafforza gradualmente può essere assorbita più facilmente dalle imprese attraverso strategie commerciali e finanziarie, mentre oscillazioni rapide possono rendere più complessa la programmazione delle attività produttive.

Europa e Italia devono osservare gli effetti sul commercio internazionale

La decisione della banca centrale cinese interessa direttamente anche le economie europee, perché il cambio dello yuan contribuisce a determinare il prezzo relativo dei prodotti importati dalla Cina e la competitività delle imprese che vendono sul mercato cinese. Italia e Unione Europea mantengono rapporti commerciali significativi con Pechino, in settori che comprendono macchinari, componenti industriali, elettronica, beni di consumo e prodotti tecnologici. Uno yuan più forte può rendere relativamente meno competitivi alcuni beni cinesi sui mercati esteri, soprattutto quando i contratti e i prezzi vengono espressi in valuta internazionale. Un rallentamento dell’apprezzamento può produrre l’effetto opposto, attenuando una parte della pressione sui margini degli esportatori cinesi. Tuttavia, la trasmissione del cambio ai prezzi effettivamente pagati dai consumatori europei non è automatica: dipende dalle condizioni dei contratti, dalle strategie delle aziende, dai costi logistici e dalle oscillazioni dell’euro rispetto alle altre valute.

Per le imprese italiane che esportano in Cina, il rapporto valutario può incidere sulla capacità di acquisto dei clienti locali. Quando lo yuan si rafforza nei confronti dell’euro, i prodotti europei possono diventare relativamente meno costosi per gli acquirenti cinesi. Se invece la valuta cinese si indebolisce, l’effetto può essere opposto. Non è quindi sufficiente osservare il cambio tra yuan e dollaro per stabilire le conseguenze dirette sulle imprese italiane: occorre considerare anche il rapporto euro-yuan e le caratteristiche dei singoli settori commerciali. La situazione si inserisce in un contesto nel quale l’Unione Europea cerca di rafforzare la propria capacità di risposta alle pressioni economiche esercitate dai grandi partner internazionali. Il recente confronto tra Francia, Germania e istituzioni europee sugli strumenti contro la coercizione commerciale mostra che l’accesso ai mercati, la sicurezza delle forniture e le condizioni della concorrenza sono diventati temi politici centrali. La politica valutaria costituisce un elemento ulteriore di questa competizione, pur non potendo essere assimilata automaticamente a una misura commerciale ostile. Le banche centrali intervengono sui mercati per obiettivi che comprendono stabilità finanziaria, liquidità e gestione delle aspettative. Attribuire alla sola decisione della PBOC un peggioramento delle condizioni competitive europee sarebbe eccessivo, ma ignorare il peso del cambio nelle relazioni industriali con la Cina sarebbe altrettanto sbagliato.

Le riserve valutarie non sono lo yuan digitale e non equivalgono a un rialzo dei tassi

L’intervento del 3 novembre richiede una distinzione anche rispetto ad altre iniziative monetarie cinesi. Il coefficiente sulle riserve obbligatorie in valuta estera non riguarda direttamente lo yuan digitale, la valuta digitale della banca centrale cinese, e non rappresenta una modifica delle condizioni di emissione o utilizzo del sistema digitale di pagamento. La riserva obbligatoria disciplina la quota di depositi in valuta straniera che gli intermediari devono mantenere presso la PBOC. Lo yuan digitale, invece, è uno strumento monetario denominato nella valuta nazionale, sviluppato nell’ambito della strategia cinese di modernizzazione dei pagamenti. Le due iniziative appartengono alla politica monetaria e finanziaria cinese, ma rispondono a funzioni differenti.

Il percorso di sviluppo della moneta digitale era già emerso attraverso le iniziative della banca centrale cinese per istituzionalizzare lo yuan digitale, inserite in una strategia di evoluzione dei servizi finanziari e delle infrastrutture di pagamento. L’aumento delle riserve valutarie del novembre 2026 riguarda invece la disponibilità di dollari e altre monete estere presso gli intermediari, senza introdurre nuove funzionalità per il sistema di pagamento digitale. La stessa distinzione vale per i tassi di interesse. La PBOC non annuncia con questo provvedimento un aumento del costo generale del credito in yuan. Le condizioni di finanziamento in valuta estera possono risentire della minore disponibilità di risorse liberamente impiegabili, ma l’intensità di tale effetto dipende dall’equilibrio tra raccolta, impieghi e liquidità delle singole banche. Non sarebbe corretto descrivere la misura come una stretta monetaria generalizzata sull’economia cinese.

Questa precisione è importante perché i mercati possono reagire in modo differente a provvedimenti apparentemente simili. Un aumento del tasso di interesse di riferimento incide sul costo del denaro attraverso meccanismi diversi rispetto a una modifica delle riserve in valuta. La scelta della PBOC permette quindi di esercitare pressione sul mercato valutario senza utilizzare necessariamente strumenti che avrebbero un impatto più esteso sulle condizioni di finanziamento interne.

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La decisione del 3 novembre 2026 dimostra che la People’s Bank of China considera il rapido rafforzamento dello yuan un fenomeno da gestire attivamente. L’aumento delle riserve obbligatorie dal 4% al 6%, operativo dal 15 novembre, introduce un vincolo aggiuntivo sulle disponibilità in valuta estera delle istituzioni finanziarie e trasmette agli operatori un messaggio preciso: Pechino non intende favorire aspettative di apprezzamento incontrollato della propria moneta. Il provvedimento ha una dimensione concreta, rappresentata dai circa 24 miliardi di dollari di liquidità aggiuntiva potenzialmente vincolata, e una dimensione legata alle aspettative. Le banche dovranno mantenere una quota maggiore dei depositi in valuta sotto forma di riserva presso la PBOC, con una corrispondente riduzione delle risorse liberamente impiegabili. Non si tratta di denaro cancellato dal sistema bancario, ma di un diverso vincolo regolamentare sull’utilizzo delle attività in valuta.

Le due componenti possono rafforzarsi reciprocamente, ma non garantiscono un risultato predeterminato sul cambio. Il renminbi rimane influenzato dall’andamento delle esportazioni, dalle conversioni valutarie delle imprese, dalle scelte degli investitori e dalla politica economica statunitense. Per la Cina, il problema è trovare un equilibrio tra stabilità della valuta e competitività industriale. Uno yuan eccessivamente debole può aumentare il costo delle importazioni e creare tensioni finanziarie, mentre un rafforzamento troppo rapido può comprimere il controvalore in moneta nazionale dei ricavi esteri. La banca centrale cerca quindi di evitare movimenti che rendano più difficile la pianificazione delle attività economiche. La reazione immediata del mercato dimostra che il segnale è stato recepito. Il successivo andamento del cambio dirà se l’intervento avrà prodotto una stabilizzazione duratura oppure soltanto un rallentamento temporaneo della tendenza precedente. Non esiste, al momento dell’annuncio, una garanzia che l’aumento delle riserve sia sufficiente a invertire la forza acquisita dallo yuan.

Per l’Europa e l’Italia, la questione deve essere osservata attraverso le conseguenze sui rapporti commerciali e industriali. Le variazioni del cambio possono modificare prezzi relativi e margini, ma non sostituiscono gli effetti di produttività, disponibilità tecnologica, costi energetici e politiche commerciali. La Cina interviene dunque per controllare il ritmo del proprio rafforzamento valutario, non per annunciare una nuova svalutazione generalizzata. Il passaggio delle riserve dal 4% al 6% è il segnale di una banca centrale che considera la stabilità del renminbi parte della propria strategia economica, mentre la competizione internazionale continua a essere determinata dall’intreccio tra moneta, industria e commercio globale.

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