📌 In Sintesi
- Il Partito Democratico al governo chiede un nuovo rinvio della tassa sulle criptovalute. Il 4 novembre 2026 Kim Min-seok formalizza la proposta: l’imposta dovrebbe entrare in vigore il 1° gennaio 2027, ma il partito sostiene la necessità di altri due anni per preparare il sistema.
- La tassa prevista è del 22% sui guadagni oltre 2,5 milioni di won annui. Il regime comprende un’aliquota nazionale del 20% e una componente locale equivalente al 2%. Il rinvio al 2029 non è ancora legge e richiede un voto parlamentare.
- Il problema riguarda soprattutto gli exchange stranieri. La Corea del Sud teme che l’impossibilità di acquisire tempestivamente i dati delle operazioni estere penalizzi gli utenti delle piattaforme nazionali, mentre il sistema internazionale CARF viene introdotto con calendari differenti.
- Il governo vuole completare prima la regolamentazione degli asset digitali. Il Digital Asset Basic Act, destinato a disciplinare il mercato e le stablecoin, rimane una componente importante del confronto tra Parlamento, autorità finanziarie e settore crypto.
La Corea del Sud si prepara a rinviare per la quarta volta la tassazione dei guadagni sulle criptovalute, spostando dal 2027 al 2029 l’introduzione di un’imposta complessiva del 22%. Il 4 novembre 2026, il Partito Democratico, forza politica al governo, formalizza la richiesta di posticipare il nuovo regime fiscale, sostenendo che il Paese non dispone ancora di strumenti adeguati per controllare le transazioni effettuate attraverso gli exchange stranieri. La proposta arriva dopo settimane di confronto tra parlamentari, governo e operatori del settore, ma non modifica automaticamente la legislazione vigente, che continua a indicare il 1° gennaio 2027 come data di entrata in vigore. Il nodo riguarda la capacità dello Stato di individuare correttamente i profitti imponibili, verificare i prezzi di acquisto degli asset e garantire un trattamento omogeneo agli investitori. Sullo sfondo emerge anche il ritardo nell’approvazione del Digital Asset Basic Act, la normativa destinata a definire il quadro generale della finanza digitale coreana.
Cosa leggere
Il Partito Democratico propone il quarto rinvio della tassa sulle criptovalute
La decisione politica viene annunciata dal leader del Partito Democratico Kim Min-seok, al termine della riunione del consiglio direttivo della formazione governativa. Secondo la notizia originale dell’agenzia sudcoreana Yonhap, pubblicata il 4 novembre, il partito chiede formalmente al governo di posticipare l’applicazione delle imposte sui redditi derivanti dagli asset digitali, motivando la proposta con la necessità di completare prima le regole di settore e consentire alle imprese e agli investitori di prepararsi. Il passaggio segna un cambiamento rispetto alle settimane precedenti. Durante la riunione del 28 ottobre, rappresentanti del partito di governo e funzionari del ministero delle Finanze non erano riusciti a raggiungere un accordo sul rinvio, pur riconoscendo diverse criticità. La successiva consultazione con gli operatori degli exchange e la riunione parlamentare del 3 novembre hanno invece permesso di costruire una posizione politica favorevole a un ulteriore periodo di preparazione.
Oh Gi-hyoung, rappresentante del Partito Democratico nella commissione parlamentare competente, spiega che una parte consistente dei deputati considera necessari circa due anni aggiuntivi. La proposta porterebbe quindi l’entrata in vigore al 1° gennaio 2029, una data già contenuta in iniziative legislative presentate nei mesi precedenti. La distinzione istituzionale rimane decisiva. Il Partito Democratico ha formalizzato un orientamento politico, ma il Parlamento deve ancora modificare l’Income Tax Act, la legge che disciplina l’imposizione dei redditi. Fino all’approvazione della modifica, il calendario legalmente previsto resta quello del gennaio 2027. Non si tratta quindi di una tassa già cancellata o di un rinvio definitivamente approvato. La novità consiste nella decisione del principale partito di governo di sostenere ufficialmente uno slittamento, aumentando le probabilità che la proposta venga trasformata in legge durante la discussione delle modifiche fiscali.
Come funziona la tassa del 22% sui guadagni crypto
La normativa sudcoreana introduce un’imposizione sui redditi prodotti attraverso la vendita o il prestito di determinate categorie di asset digitali. Il regime è stato approvato nel 2020, ma la sua applicazione è stata progressivamente spostata dal 2022 al 2023, successivamente al 2025 e infine al 2027. Secondo la documentazione ufficiale del National Tax Service sudcoreano, il sistema prevede una tassazione nazionale del 20%, alla quale si aggiunge una componente locale equivalente al 2%, per un carico complessivo del 22%. L’imposizione si applica ai redditi imponibili derivanti da trasferimento e prestito di asset digitali, dopo la deduzione dei costi riconosciuti e una franchigia annuale di 2,5 milioni di won.
La soglia di 2,5 milioni di won non rappresenta il valore massimo delle criptovalute che una persona può possedere senza essere tassata. Riguarda il reddito imponibile annuale: ciò che rileva è il risultato economico delle operazioni soggette alla normativa, non il semplice valore di mercato delle attività conservate in un wallet. La legislazione prevede inoltre procedure per calcolare il costo di acquisizione degli asset. Quando un investitore compra Bitcoin a un determinato prezzo e lo rivende successivamente, il sistema deve ricostruire il valore di acquisto, le spese ammissibili e il corrispettivo ottenuto. I redditi derivanti da scambi tra criptovalute richiedono ulteriori criteri per determinare il valore economico dell’operazione.
La complessità aumenta quando le attività sono state acquistate prima dell’entrata in vigore del regime. Le disposizioni attuali stabiliscono regole specifiche per determinare il valore iniziale degli asset già detenuti, utilizzando criteri destinati a evitare un’applicazione impropria della nuova disciplina ai guadagni maturati prima del suo avvio. Il problema non è soltanto stabilire l’aliquota, ma rendere verificabile l’intero percorso che conduce alla determinazione dell’imponibile. Il fisco deve disporre di informazioni affidabili sui prezzi di acquisto e vendita, anche quando le transazioni avvengono su piattaforme differenti o vengono trasferite tra wallet.
Exchange stranieri e wallet privati complicano i controlli fiscali
La principale motivazione del rinvio riguarda la differenza tra le informazioni disponibili sugli utenti degli exchange nazionali e quelle relative alle attività effettuate all’estero. Le piattaforme sudcoreane operano all’interno di un sistema regolamentato e possono essere chiamate a trasmettere informazioni sulle operazioni dei propri clienti. Le autorità incontrano invece maggiori difficoltà quando i cittadini utilizzano exchange stranieri o trasferiscono asset verso wallet non custoditi da intermediari nazionali. Il problema riguarda soprattutto la parità di trattamento tra contribuenti. Se un investitore utilizza esclusivamente un exchange nazionale, le proprie operazioni risultano più facilmente ricostruibili. Un altro contribuente, che effettua attività comparabili attraverso piattaforme straniere, potrebbe risultare meno immediatamente tracciabile dal sistema fiscale coreano.
Questa asimmetria rischia di produrre un effetto indesiderato: gli investitori potrebbero essere incentivati a spostare parte delle operazioni verso servizi esteri, non necessariamente per sottrarsi agli obblighi tributari, ma per evitare un sistema percepito come applicato in maniera disomogenea. Le autorità devono inoltre affrontare il problema delle transazioni realizzate tramite finanza decentralizzata (DeFi), piattaforme peer-to-peer e protocolli che non operano attraverso un intermediario tradizionale. In questi ambienti, la ricostruzione del costo di acquisizione può richiedere l’analisi di più transazioni, trasferimenti tra indirizzi e operazioni effettuate con strumenti differenti.
Le informazioni registrate su una blockchain non risolvono automaticamente il problema dell’identificazione fiscale. La trasparenza delle transazioni non coincide con la conoscenza dell’identità del contribuente, né consente sempre di determinare senza ambiguità la natura economica di un trasferimento. Il Partito Democratico chiede quindi che vengano completati gli strumenti di acquisizione dei dati, verificate le procedure di scambio tra amministrazione fiscale ed exchange e realizzate simulazioni utilizzando transazioni reali.
Il CARF dell’OCSE spinge Seoul a considerare il 2029
Una parte decisiva del confronto riguarda il Crypto-Asset Reporting Framework (CARF), il sistema internazionale sviluppato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) per facilitare lo scambio automatico di informazioni fiscali sulle operazioni in criptovalute. Il CARF introduce un modello attraverso il quale i prestatori di servizi relativi agli asset digitali raccolgono dati sulle transazioni rilevanti e li comunicano alle amministrazioni fiscali competenti. Queste informazioni possono successivamente essere trasmesse alle autorità dei Paesi nei quali risultano fiscalmente residenti i contribuenti.
La documentazione istituzionale dell’OCSE sul CARF chiarisce che l’attuazione richiede normative nazionali, accordi internazionali e infrastrutture informatiche idonee a garantire lo scambio sicuro delle informazioni. I Paesi partecipanti hanno adottato calendari differenti, con primi scambi previsti tra 2027, 2028 e 2029. Il Partito Democratico considera particolarmente importante il calendario degli Stati Uniti, il cui ingresso nei primi scambi CARF è previsto per il 2029. La Corea del Sud si trova quindi nella condizione di poter avviare il proprio sistema prima di disporre di una copertura internazionale considerata sufficientemente completa.
La differenza di calendario non significa che prima del 2029 sia impossibile ottenere qualunque informazione su operazioni effettuate negli Stati Uniti. Esistono altri strumenti di cooperazione e obblighi dichiarativi, ma il CARF punta a rendere più sistematico lo scambio internazionale dei dati sulle attività digitali. Il rinvio al 2029 rappresenterebbe una scelta di coordinamento fiscale, non una conseguenza obbligatoria delle regole OCSE. Diversi Paesi hanno infatti deciso di tassare i guadagni crypto senza attendere la piena operatività dello standard internazionale. Il confronto coreano assume così una dimensione politica: Seoul deve scegliere se introdurre subito un sistema ancora caratterizzato da alcune asimmetrie informative oppure attendere che gli strumenti di cooperazione internazionale raggiungano una maggiore maturità.
Il Digital Asset Basic Act diventa una condizione per il nuovo fisco
La seconda ragione del rinvio riguarda il Digital Asset Basic Act, il progetto legislativo destinato a completare il quadro regolamentare degli asset digitali in Corea del Sud. La normativa dovrebbe disciplinare aspetti che comprendono il funzionamento delle piattaforme, la protezione degli utenti e le condizioni per l’emissione di alcune categorie di asset, comprese le stablecoin. Secondo Kim Min-seok, il sistema tributario dovrebbe essere costruito dopo avere definito un quadro generale sufficientemente stabile. Tassare un mercato prima di avere chiarito completamente le sue regole operative può infatti creare difficoltà nella classificazione delle attività e nell’applicazione uniforme degli obblighi.
La questione è particolarmente importante per le stablecoin denominate in won. In Corea del Sud il dibattito coinvolge banche commerciali, imprese tecnologiche e autorità di vigilanza, con posizioni differenti sul ruolo che gli intermediari bancari dovrebbero ricoprire nell’emissione di questi strumenti. La regolamentazione si intreccia con un percorso di innovazione finanziaria più ampio. La Banca di Corea ha già avviato iniziative di sperimentazione sulle valute digitali e sui depositi tokenizzati, mostrando come il Paese stia cercando di modernizzare le proprie infrastrutture monetarie. Il Digital Asset Basic Act non deve però essere confuso con la legge fiscale. Il primo definisce le regole del mercato, mentre la seconda stabilisce quali redditi debbano essere tassati e con quali modalità. Il Partito Democratico sostiene che le due discipline debbano essere coordinate, ma questa scelta richiede ancora decisioni legislative.
Investitori ed exchange sostengono il rinvio, ma resta il principio della tassazione
La proposta incontra il sostegno di una parte rilevante dell’industria sudcoreana delle criptovalute. Gli operatori temono che l’introduzione dell’imposta nel gennaio 2027 possa creare difficoltà amministrative e incentivare lo spostamento delle attività verso piattaforme estere. L’associazione DAXA, che riunisce importanti exchange del Paese, ha chiesto di rinviare l’applicazione della normativa per consentire il completamento delle infrastrutture tecniche e delle procedure dichiarative. Le piattaforme devono infatti prepararsi a raccogliere dati, ricostruire le transazioni e fornire agli utenti informazioni utilizzabili per compilare le dichiarazioni fiscali.
Il ministro delle Finanze Lee Hyoung-il ha invece espresso una posizione più prudente, sostenendo in precedenza l’opportunità di mantenere l’avvio previsto dalla legge. Il confronto dimostra che il rinvio non rappresenta una decisione già condivisa da tutte le istituzioni sudcoreane. La questione riguarda anche il principio di equità tra differenti forme di investimento. Alcuni parlamentari ritengono problematico introdurre un’imposta specifica sui guadagni crypto mentre determinati profitti realizzati da piccoli investitori sui titoli quotati nazionali seguono un trattamento differente. Il problema emerge anche in una proposta di modifica dell’Income Tax Act depositata il 27 ottobre, che prevede non soltanto il rinvio al 2029, ma anche l’aumento della franchigia da 2,5 a 50 milioni di won e la possibilità di riportare alcune perdite fiscali negli anni successivi. Queste modifiche sono contenute in un disegno di legge e non costituiscono il regime attualmente vigente. La loro presenza dimostra però che il dibattito riguarda ormai l’intera architettura della tassazione, non soltanto la data di avvio.
Europa e Francia accelerano sullo scambio fiscale dei dati crypto
Mentre la Corea del Sud valuta un nuovo rinvio, l’Europa prosegue nel rafforzamento degli strumenti di cooperazione fiscale. L’Unione Europea ha introdotto attraverso DAC8 obblighi destinati ad ampliare la raccolta e lo scambio di informazioni sulle operazioni in cripto-attività. Il problema affrontato dalle autorità europee presenta elementi comuni con quello sudcoreano: la possibilità di trasferire asset attraverso piattaforme e Paesi differenti rende necessaria una cooperazione più strutturata tra le amministrazioni tributarie.
La Francia ha recentemente compiuto un passaggio parlamentare importante. Il Senato francese ha approvato in prima lettura gli accordi multilaterali sullo scambio automatico dei dati crypto, nell’ambito del progressivo allineamento alle regole internazionali. Il confronto non implica che Francia e Corea del Sud abbiano normative fiscali identiche. Mostra piuttosto due priorità differenti: Seoul discute se posticipare l’introduzione dell’imposta, mentre le istituzioni europee lavorano al rafforzamento degli strumenti informativi necessari per controllare operazioni già soggette a differenti regimi tributari nazionali. Per l’Italia il tema è particolarmente rilevante perché il mercato delle criptovalute non coincide con i confini dello Stato. La capacità di individuare attività e redditi esteri dipende dalla disponibilità di dati affidabili, da accordi internazionali e dall’effettiva cooperazione tra autorità.
Il 2029 non è ancora legge: la Corea del Sud deve decidere entro fine anno
Il 4 novembre 2026 segna un cambiamento significativo nella posizione del Partito Democratico sudcoreano, ma non conclude il percorso legislativo. La proposta di rinviare la tassazione fino al 2029 dovrà essere trasformata in una modifica dell’Income Tax Act e approvata attraverso le procedure parlamentari previste. La normativa attuale continua a indicare il 1° gennaio 2027, con un’imposta complessiva del 22% applicata ai redditi imponibili oltre la franchigia annuale di 2,5 milioni di won. La nuova data costituisce l’obiettivo politico prevalente tra i sostenitori del rinvio, non un termine già entrato in vigore. Il governo e il Parlamento devono risolvere tre questioni collegate: l’effettiva disponibilità dei dati sugli exchange esteri, l’adeguatezza dei sistemi informatici destinati alla dichiarazione dei redditi crypto e il coordinamento con il Digital Asset Basic Act.
Il problema fondamentale della Corea del Sud non è decidere se i guadagni sulle criptovalute debbano essere tassati, ma stabilire quando lo Stato sarà in grado di applicare l’imposta in modo uniforme e verificabile.
Un quarto rinvio consentirebbe di completare parte delle infrastrutture e utilizzare nuovi strumenti internazionali di cooperazione. Allo stesso tempo, prolungare ulteriormente l’attesa rinvierebbe ancora una volta l’applicazione di una disciplina approvata nel 2020. La scelta di Seoul rappresenta così un caso significativo per la regolamentazione internazionale degli asset digitali: la tassazione delle criptovalute richiede leggi chiare, ma soprattutto dati attendibili e sistemi capaci di seguire operazioni che attraversano piattaforme e confini nazionali. Il passaggio dal 2027 al 2029 dipenderà dalla decisione del Parlamento, mentre il confronto tra autorità fiscali, investitori ed exchange continua a definire il futuro del mercato coreano.
Iscriviti alla Newsletter
Non perdere le analisi settimanali: Entra nella Matrice Digitale.
Matrice Digitale partecipa al Programma Affiliazione Amazon EU. In qualità di Affiliato Amazon, ricevo un guadagno dagli acquisti idonei. Questo non influenza i prezzi per te.









