La scena, così come viene raccontata, somiglia più a una sequenza da videogioco che a un capitolo di geopolitica classica: gli Stati Uniti entrano, colpiscono obiettivi militari, attraversano aeroporti e caserme, e alla fine “esfiltrano” un prigioniero d’eccezione. Nel racconto, quel prigioniero è Nicolás Maduro, descritto come “estratto” da un luogo che, per definizione, dovrebbe essere inespugnabile: la principale base venezuelana. La promessa implicita è una sola: non siamo davanti alla solita guerra lunga, sanguinosa, impantanata. Siamo davanti a qualcosa di diverso, quasi chirurgico, messo in scena come un’operazione perfetta, senza morti “dalla parte filostatunitense”, con la rapidità e la lucidità che spesso, nella storia recente, Washington non ha avuto quando si è trovata a rovesciare regimi ostili.
Proprio qui si apre la frattura che questo testo porta in superficie. Perché se per far cadere sistemi consolidati in Afghanistan, Iraq, Libia o nel labirinto siriano sono servite campagne militari e politiche costose, devastanti e cariche di conseguenze impreviste, allora un’azione “pulita” e rapida in Venezuela appare, in questa ricostruzione, come un evento anomalo. L’anomalia diventa la notizia, ma anche la domanda:
cosa stiamo guardando davvero?
Un colpo di forza militare?
Un cambio di regime pilotato?
Una resa concordata?
Oppure una narrazione costruita per produrre un effetto psicologico, dentro e fuori il continente americano?
Dentro questa cornice, il racconto insiste su un dettaglio che pesa più di tutti: la spettacolarizzazione. Le conferenze stampa, l’enfasi, il momento dell’arrivo a New York, l’idea che si debba “vedere” la vittoria e non soltanto subirla come fatto compiuto. È una grammatica di potere che non si limita all’esito operativo. Vuole fissare un’immagine: l’America non tratta, l’America entra e prende. E quando prende, lo fa con una velocità che comunica superiorità tecnologica, intelligence, coordinamento e controllo del rischio. Ma se la vetrina è così perfetta, la tentazione di cercare il retrobottega diventa inevitabile.
Il punto, allora, non è ripetere la scena. Il punto è comprendere che cosa produce, che cosa nasconde e che cosa autorizza. Perché ogni volta che un’operazione viene narrata come inevitabile e pulita, si sta anche dicendo che i costi non esistono, che le frizioni possono essere rimosse dal montaggio, che le conseguenze possono essere rimandate. E invece, nella politica internazionale, le conseguenze raramente chiedono permesso.
Cosa leggere
Operazione perfetta o teatro strategico
L’operazione viene descritta come “perfetta” perché non comporta un bilancio di morti dalla parte interveniente e perché ottiene un risultato simbolico massimo: prelevare il leader, non soltanto colpire i suoi uomini o indebolire le sue strutture. Nella storia contemporanea, questo tipo di “prelievo” comunica due messaggi in simultanea: all’esterno afferma la capacità di penetrazione; all’interno di un sistema colpito, suggerisce che nessun perimetro è sicuro, che le fedeltà possono sciogliersi, che il comando può essere isolato e rimosso.
È qui che la narrazione del “videogioco” diventa più che una metafora. Un videogioco, per definizione, premia la linearità: obiettivo, mappa, incursione, estrazione. La politica internazionale, invece, è quasi sempre l’opposto: zone grigie, alleati opportunisti, tradimenti, negoziati invisibili, ricatti, compromessi. Quando una storia geopolitica viene raccontata in forma lineare, di solito non sta semplificando soltanto. Sta orientando.
Orientare significa anche stabilire un ritmo emotivo, una sequenza di cause ed effetti che sembrano naturali. Prima il nemico appare isolato. Poi appare vulnerabile. Poi appare catturabile. Infine appare sconfitto. È una progressione che, nel racconto, funziona come un certificato di superiorità: chi può fare questo può fare tutto. Ma è proprio questa pretesa di onnipotenza che rende la storia fragile.
Perché ogni potenza, anche la più avanzata, deve fare i conti con una variabile che non si vede nelle immagini: l’accesso, l’infiltrazione, il passaggio di informazioni, la “porta” che si apre dall’interno.
E allora orientare significa anche coprire un’altra possibilità: che l’operazione “perfetta” non sia stata resa possibile solo dalla potenza americana, ma da una frattura interna al sistema venezuelano. In altre parole, la perfezione sarebbe la superficie; sotto, ci sarebbe una transazione. È qui che il racconto diventa interessante non per quello che afferma, ma per quello che costringe a domandare. Perché quando un’azione appare troppo rapida, la geopolitica non la legge come miracolo. La legge come segnale di una rottura.
Maduro come pedina e l’ombra di un ‘deep state’ venezuelano
La ricostruzione che vi proponiamo è una tesi radicale: Maduro non come sovrano pieno, ma come figura utile a un equilibrio interno che ora avrebbe deciso di venderlo o consegnarlo. In questa lettura, l’operazione non sarebbe il classico rovesciamento imposto dall’esterno, ma l’esito di un compromesso tra un establishment militare venezuelano e gli Stati Uniti, con un obiettivo: sostituire la figura di vertice con qualcuno “gradito” a Washington, in cambio di spazi di sopravvivenza e continuità per gli apparati.
È una tesi che, per come viene formulata, non va presa come certezza. Va letta come traccia narrativa che prova a spiegare l’anomalia: se l’azione appare troppo facile, allora qualcuno deve aver aperto la porta.
La domanda, però, diventa più ampia: chi avrebbe interesse ad “aprire”? E soprattutto: quale prezzo si paga quando una classe dirigente si riorganizza consegnando un simbolo?
In questa ipotesi, la parola “deep state” non è un’etichetta da complottismo, ma una scorciatoia per descrivere qualcosa di molto concreto: apparati, catene di comando, fedeltà finanziate, reti di protezione, e soprattutto la capacità di sopravvivere a qualunque faccia del potere. In molti paesi, e in molti regimi, la continuità vera non è data dal presidente o dal leader pubblico. È data da chi controlla passaggi, porti, dogane, energia, armi, intelligence. Se questi nodi decidono che un vertice è sacrificabile, allora la caduta può essere rapida. E la rapidità può essere venduta come prova di forza esterna, anche quando nasce da una decisione interna.
Il testo suggerisce un campo di scambio concreto: la cooperazione su più fronti. Il primo è quello, dichiarato e spendibile pubblicamente, della lotta al narcotraffico. È un tema che funziona sempre perché è moralmente comodo: produce consenso, riduce la complessità, autorizza operazioni eccezionali. Ma proprio perché è comodo, rischia di essere anche un contenitore: una cornice dentro cui far passare altro.
Se l’operazione viene spiegata con la morale della “pulizia”, la politica ottiene un vantaggio immediato: trasforma una scelta aggressiva in un atto quasi igienico. E più l’atto appare igienico, più si può evitare di parlare delle condizioni che lo rendono possibile. È qui che la narrazione si fa strumento: non descrive soltanto un’azione, ma costruisce un permesso.
Narcotraffico come cornice e leva di controllo
Se il Venezuela viene additato come nodo del narcotraffico, perché la pressione politica e mediatica su altre realtà più vicine agli Stati Uniti, come il Messico, appare costantemente problematica, e perché la stessa Colombia, storicamente intrecciata al tema, resta una variabile con cui Washington ha già fatto i conti in molte forme?
Il dubbio che emerge non è soltanto “chi è peggio”. È un dubbio più inquietante: la guerra alla droga come modo di gestire la droga, non di eliminarla. È un sospetto che il testo collega a una memoria storica: l’Afghanistan, la produzione di papaveri, gli interessi economici che si intrecciano con i conflitti, e l’idea che in certe aree del mondo la stabilizzazione non coincida con la fine dei traffici, ma con la loro trasformazione e con il controllo delle rendite.
In questa lettura, il narcotraffico è una parola-chiave perché permette di costruire un racconto in cui l’azione eccezionale appare “giusta” prima ancora di essere verificata. Ed è anche una parola-chiave perché crea un ponte operativo: se tu mi aiuti a ripulire, io ti riconosco. Se tu mi consegni un bersaglio, io ti legittimo. Se tu ristrutturi gli apparati, io ti garantisco sopravvivenza.
Il vero valore della cornice narcotraffico, dentro questa narrazione, è la sua elasticità. Può giustificare una cattura. Può giustificare un’occupazione temporanea. Può giustificare pressioni su banche e circuiti finanziari. Può giustificare un “nuovo corso” degli apparati senza chiamarlo “nuovo corso”. E soprattutto può spostare l’attenzione dalla domanda più scomoda: chi controlla davvero i flussi.
Se la droga è la cornice, la sostanza può essere altrove. E nel testo quell’altrove ha un nome antico e sempre attuale: petrolio.
Petrolio venezuelano e moltiplicatore industriale
Il Venezuela viene descritto come un deposito di risorse energetiche enormi, ma con una specificità: petrolio non raffinato, quindi valore potenziale, non immediatamente disponibile. Qui la narrazione compie un passaggio: il petrolio non viene presentato solo come materia prima, ma come moltiplicatore economico.
Raffinare significa creare filiere, lavoro, industria petrolchimica, infrastrutture, contratti, logistica. In altre parole: significa trasformare un patrimonio geologico in potere economico stabile.
Dentro questa logica, il petrolio non è soltanto un barile. È un sistema. È capacità industriale, accesso a tecnologie, parti di ricambio, ingegneria, assicurazioni, trasporto marittimo, e perfino reputazione nei mercati. È qui che il discorso sulla “perfezione” torna a essere sospetto. Perché se l’obiettivo vero fosse energetico, allora la cattura del leader diventa anche un colpo narrativo: un modo per sbloccare, giustificare e accelerare un riallineamento industriale che, altrimenti, apparirebbe come un patto cinico.
Se questa è la posta, l’operazione “videogioco” diventa una possibile chiave per sbloccare il ciclo industriale, riallinearlo, e incanalarlo verso alleanze nuove. Ma la narrazione fa anche un salto ulteriore: collega la questione venezuelana a un effetto domino regionale. E qui entra in scena Cuba.
Cuba, il taglio delle risorse e la logica del perimetro
Nella ricostruzione, “chiudere” il Venezuela significherebbe anche impoverire Cuba, tagliando risorse petrolifere e aggravando una crisi già descritta come senza fine. È un passaggio che porta il ragionamento fuori dal territorio venezuelano e lo colloca dentro una logica regionale: non colpisci un paese solo per quel paese; lo colpisci per quello che irraggia.
Questa logica di “perimetro” è centrale perché suggerisce una strategia: consolidare l’emisfero occidentale riducendo i margini di manovra degli avversari e rafforzando i nodi sotto controllo. Se il Venezuela è un nodo energetico, Cuba è un nodo simbolico e politico. E impoverire Cuba, in questa lettura, significa togliere ossigeno a un’idea di resistenza storica che per decenni ha funzionato come bandiera.
Il racconto, però, non si ferma alla regione. Aggiunge un tassello che serve a far entrare nel quadro un competidor globale: la Cina. È qui che compare Panama, con l’idea di una partita già “blindata”, quasi un passo precedente in una strategia più ampia.
Panama, corridoi e partita con la Cina
Nel racconto, Panama non è un dettaglio geografico. È un simbolo operativo: il controllo dei corridoi, dei passaggi, dei colli di bottiglia. Se un’operazione in Venezuela viene presentata come dimostrazione di capacità militare e di intelligence, Panama rappresenta l’altra faccia della stessa ambizione: la capacità di controllare flussi, rotte, logistica. Non è necessario dire “blocco” per costruire un blocco; spesso basta presidiare i punti in cui il mondo è costretto a passare.
Chiudendo alcuni corridoi e consolidando alcune posizioni, gli Stati Uniti costruiscano una fascia di controllo nell’emisfero occidentale, riducendo margini di manovra a competitori globali. È un’idea che si sposa perfettamente con la metafora del gioco: chi controlla le caselle chiave non deve vincere tutte le battaglie, deve solo impedire all’altro di muoversi liberamente.
Ed è qui che la storia si salda con un altro tema evocato: la necessità di definire un’America “chiusa” dentro uno spazio sovrano ben monitorabile. Una sovranità che torna a essere fisica, territoriale, misurabile.
E per rendere misurabile un continente, bisogna rendere certe le frontiere.
Groenlandia, Canada, Messico e la frontiera come ossessione strategica
Il testo non presenta la Groenlandia come curiosità, ma come segnale. L’interesse di Donald Trump per quel territorio, dentro questa lettura, diventa il simbolo di una politica che vuole ridisegnare confini non soltanto geografici, ma operativi: rotte, basi, sorveglianza, risorse, Artico come teatro del futuro. L’obiettivo evocato è una sovranità più solida, più controllabile, più leggibile in termini di rischio.
Nello stesso pacchetto rientrano le tensioni o le questioni con Messico e Canada, viste come problemi gestibili dentro un perimetro già rafforzato. Qui la narrazione suggerisce un contrasto: azioni “come quelle in Venezuela” non sarebbero replicabili a nord o a sud, eppure la pressione politica su quei confini può aumentare proprio se l’America si percepisce più sicura alle spalle, più compatta, più protetta da un’architettura di controllo.
È un modo di pensare che somiglia a una dottrina: prima consolidi il cortile di casa, poi tratti con il resto del mondo da posizione di forza. Ma c’è un elemento che rende questa dottrina pericolosa: il rischio di scambiare il controllo narrativo con il controllo reale. Perché una frontiera può essere monitorata, ma non può essere neutralizzata. E più la frontiera diventa ossessione, più il sistema si irrigidisce, più le frizioni diventano inevitabili.
Dentro questa rigidità, la narrazione apre anche la porta a possibili frizioni tra alleati tradizionali, in particolare con il Regno Unito.
Divergenze con il Regno Unito e la competizione tra alleati
Londra avrebbe “messo gli occhi” sul Venezuela da tempo e un intervento americano, condotto e raccontato come successo esclusivo, potrebbe produrre attriti. Qui non si parla di rotture nette, ma di divergenze sottili, tipiche delle alleanze quando le risorse diventano scarse e le filiere energetiche diventano strumenti di potere.
Questo tipo di attrito non ha bisogno di dichiarazioni pubbliche. Vive nei contratti, nelle priorità, nelle concessioni, nelle garanzie assicurative, nelle scelte di investimento. Se il Venezuela diventa un nodo energetico riposizionato, allora chi si assicura l’accesso può convertire quell’accesso in influenza. E quando l’influenza cambia proprietario, gli alleati smettono di essere automaticamente allineati.
Europa, contratti energetici e il nodo della capacità americana
L’Europa appare come mercato potenziale del petrolio venezuelano riorientato, ma anche come soggetto legato a un vincolo gigantesco con gli Stati Uniti. Un contratto di fornitura energetica verso l’Europa di 750 miliardi in tre anni. Dentro la narrazione, quel numero non è solo economia: è vincolo politico. È il segno che l’energia è diventata un patto strategico, un asse che lega l’Europa agli Stati Uniti in modo profondo ed il controllo del petrolio venezuelano chiude anche eventuali concorrenze al monopolio globale che stabilisce il prezzo dell’oro nero.
Gli Stati Uniti sarebbero al massimo della produzione petrolifera, eppure non avrebbero la “sufficiente capacità” di esportare quanto promesso. Che questa affermazione sia una percezione, un dubbio o una provocazione, funziona come domanda: se non bastano, allora da dove arriva l’energia?
E se serve energia aggiuntiva, allora il Venezuela diventa non solo risorsa, ma compensazione.
In questo scenario, il petrolio venezuelano potrebbe finire anche nel mercato europeo, ridisegnando la mappa delle dipendenze. E qui la narrazione diventa quasi crudele: la politica estera, in questa lettura, non è più “valori”, è catene di fornitura. È capacità di garantire continuità energetica. È trasformare una crisi regionale in una valvola di compensazione globale.
Russia e Cina: il doppio binario della strategia trumpiana
Il cuore dell’analisi è la biforcazione. Da una parte, l’ipotesi che Trump stia negoziando una spartizione del mondo secondo logica multipolare: Trump, Putin, Xi, con l’inserimento di bin Salman come polo del mondo arabo sunnita. In questa visione, la Cina potrebbe ottenere una “concessione” su Taiwan, e la Russia potrebbe consolidare esiti territoriali legati alla guerra in Ucraina, con riferimenti al Donbas e a ulteriori conquiste.
Dall’altra, l’ipotesi opposta: Trump agisce per riportare gli Stati Uniti a dettare l’agenda globale “a colpi di correzione”, intervenendo contro quelle che vengono definite storture ostili. Qui il Venezuela diventa esempio: un colpo secco per dire al resto del mondo che l’America è tornata ad agire, non solo a reagire.
In entrambe le ipotesi, però, le risposte di Russia e Cina non mancheranno. Anche se sedute a un tavolo, non si accontenteranno di briciole. Ma se le “fette” più importanti restano americane, allora la trattativa potrebbe essere instabile. E se è instabile, allora la narrazione che già si ode in giro è lo spettro massimo: una terza guerra globale come conseguenza della distruzione degli equilibri.
Ed è qui che la retorica del “gioco” raggiunge il suo punto più inquietante. Perché quando si parla di spartizioni, si sta parlando di confini, risorse, influenza. Ma si sta anche trasformando la complessità in un tabellone: caselle da conquistare, pedine da sacrificare, alleanze da rompere e ricostruire. È una semplificazione che produce adrenalina comunicativa e, allo stesso tempo, anestetizza le conseguenze.
Escalation, equilibrio e la tentazione della catastrofe
Quando un evento singolo arriva a evocare un conflitto globale, sta facendo due cose insieme. Da un lato segnala la percezione di un sistema internazionale che non regge più le vecchie regole. Dall’altro costruisce una scala emotiva: se l’azione in Venezuela non è un episodio, ma un segnale, allora il segnale potrebbe innescare reazioni a catena.
Gli Stati Uniti vengono descritti come potenza massima, ma sono anche soggetto fragile, esposto a rischio a causa dei debiti e di una gestione considerata scellerata negli anni recenti. È un passaggio che ribalta la retorica della forza assoluta: la potenza che colpisce fuori potrebbe essere la potenza che cerca ossigeno dentro. E se così fosse, l’azione esterna avrebbe anche una funzione interna: ricompattare, produrre consenso, rimettere ordine in una narrazione nazionale.
In questa chiave, l’“operazione perfetta” diventa anche un prodotto comunicativo per consumo domestico. Un evento che deve apparire semplice perché deve essere consumabile. Un evento che deve essere vittorioso perché deve cancellare l’ambiguità. Un evento che deve essere rapido perché deve evitare che si formi dissenso nel tempo lungo. È la politica dell’istantaneo, che sostituisce la diplomazia con la scena. E quando la scena diventa più importante della diplomazia, la realtà tende a presentare il conto.
Il precedente dei “regime change” e il peso delle conseguenze
L’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e la Siria non sono esempi storici neutrali. Sono prove usate per sostenere un’idea: la democrazia come slogan non ha trasformato quei territori in luoghi più stabili, più sicuri, più prosperi. E quindi l’idea che un’operazione rapida possa risolvere ciò che guerre lunghe non hanno risolto appare, almeno, problematica.
Questi precedenti sono la memoria di un fallimento. Non solo un fallimento militare, ma un fallimento di previsione. Perché la parte più difficile, quasi sempre, non è far cadere un regime.
È gestire il vuoto che resta. È amministrare le fedeltà che cambiano. È impedire che la frammentazione diventi nuova economia del potere. È evitare che la violenza si privatizzi. E soprattutto è impedire che l’intervento diventi un manuale riutilizzabile da altri.
Se si accetta questa lente, l’operazione “videogioco” in Venezuela diventa un caso da studiare non per l’azione in sé, ma per il modello comunicativo che propone: velocità, precisione, spettacolo, risultato immediato. È un modello che riduce il tempo della politica e amplifica il tempo dell’immagine. Ma i sistemi complessi, quasi sempre, si vendicano della semplificazione.
E qui il punto non è “credere” a una versione o all’altra. Il punto è leggere la funzione della narrazione: creare un senso di inevitabilità. Se una potenza può entrare e prendere, allora molti altri attori, statali e non statali, iniziano a riposizionarsi. E il riposizionamento produce nuova instabilità.
Il Venezuela come segnale e la geopolitica come gioco
In questa storia, il Venezuela non sarebbe solo un paese. Sarebbe un segnale in una partita più ampia: energia, controllo del continente, contenimento della Cina, trattative con la Russia, gestione dei confini, e un’idea di sovranità americana che torna a essere fisica, territoriale, monitorabile.
È una geopolitica che assomiglia a una scacchiera oppure a RisiKo. Un gioco da tavolo, ancora una volta. Un’altra metafora ludica, come “videogioco”. Ed è forse questa la traccia più inquietante: quando la politica internazionale viene narrata come gioco, il rischio è che le vite reali diventino pedine, e che la complessità venga schiacciata sotto l’urgenza di vincere la partita.
La forza di questa narrazione sta nel suo potere di semplificazione. La sua debolezza sta nello stesso punto. Perché un gioco ha regole, turni, confini chiari. La realtà non li ha. E quando un attore prova a imporre al mondo la logica del gioco, gli altri attori non sempre accettano di giocare allo stesso tavolo. Alcuni rovesciano il tavolo. Altri ne costruiscono un altro. Altri ancora cambiano il significato delle mosse, trasformando la partita in qualcosa di irriconoscibile.
E allora la domanda finale non riguarda soltanto il Venezuela. Riguarda l’idea stessa di potenza nel 2026, l’idea di controllo, l’idea di sovranità.
Se la politica internazionale diventa una sequenza da videogioco, chi decide il livello di difficoltà? Chi decide quando la missione è conclusa? E soprattutto, chi paga quando il mondo, invece di seguire lo script, reagisce con la sua imprevedibilità?
FAQ
Che cosa significa “operazione videogioco” in questa narrazione?
Significa un’azione descritta come rapida, lineare e spettacolare, con obiettivi chiari e un esito immediato, più simile a una sequenza operativa da intrattenimento che a un conflitto prolungato.
Perché la lotta al narcotraffico viene presentata come cornice politica?
Perché è un tema che genera consenso e legittimazione pubblica, ma nel racconto può anche funzionare da contenitore per accordi, riorganizzazioni di potere e nuove alleanze.
Qual è il ruolo del petrolio nella lettura geopolitica proposta?
Il petrolio viene visto come leva economica e industriale: non solo risorsa, ma moltiplicatore di filiere, raffinazione, contratti e influenza internazionale, con possibili ricadute anche sui mercati europei.
Che cosa implica il “doppio binario” attribuito a Trump?
Implica due scenari alternativi: uno di spartizione multipolare con concessioni reciproche tra grandi potenze, e uno di ritorno a un’agenda globale dominata dagli Stati Uniti tramite azioni correttive e dimostrative.