Dopo le parole di Giuliano Peritore sul mercato e sulla necessità di misure che rafforzino davvero il settore al netto del conflitto ideologico in seno all’AGCOM, entra nel dibattito una posizione ancora più netta, quella di Roberto Beneduci di Coretech. Il nodo non è solo tecnico, ma narrativo: la vicenda del ritiro da Cortina non può essere raccontata come un gesto filantropico o romantico. Secondo Beneduci, l’idea stessa di “pro bono” applicata a un evento come Milano-Cortina 2026 è una forzatura che serve a spostare l’attenzione dal vero valore in gioco.
Il punto è semplice e brutale. Partecipare tecnologicamente a un evento olimpico, anche “gratuitamente”, significa ottenere una vetrina globale di valore incalcolabile. Non è beneficenza, è posizionamento. Beneduci lo dice senza giri di parole: nessuna azienda entra in un contesto di quella portata senza un ritorno, anche se non passa da una fattura. Raccontare quel passaggio come “gratis” è, nella sua lettura, una scorciatoia comunicativa che nasconde la posta reale della partita.
Il punto di Roberto Beneduci non solo si accomuna a quello di Giuliano Peritori dell’Associazione Italiana Internet Provider, fa da eco alla posizione del CEO di Akamai con un tono meno istituzionale, ma dimostra soprattutto lo scollamento dalla realtà che la commissaria Elisa Giomi, delegata politica alla materia, ha avuto con la sua posizione che favorisce una multinazionale extra europea in danno al mercato italiano che rispetta le regole.
Cosa leggere
Piracy Shield non nasce ieri: la regola esiste dal febbraio 2024
Il secondo punto del ragionamento di Beneduci è ancora più politico. Piracy Shield non è una norma improvvisata né un colpo di mano recente. La cornice normativa è in vigore dal febbraio 2024 e il settore ha avuto tempo per conoscerla, discuterla e criticarla. Presentarla come un’innovazione improvvisa serve solo ad alimentare uno scontro mediatico che, secondo Beneduci, non aiuta nessuno.
Questo non significa che Piracy Shield sia perfetto o indiscutibile. Beneduci riconosce apertamente che il sistema ha generato frustrazioni, errori e timori di overblocking. Ma proprio per questo, insiste, la discussione seria deve partire da un presupposto: le regole esistono. Se non piacciono, si contestano nei luoghi istituzionali e tecnici appropriati. Trasformare il dissenso in propaganda o in un braccio di ferro comunicativo significa spostare il problema, non risolverlo.
Chi lavora in Italia rispetta le regole: perché un’eccezione dovrebbe valere per tutti
Qui Beneduci entra in un terreno che nel dibattito pubblico viene spesso evitato. Chi opera in un Paese deve rispettarne le leggi, alle stesse condizioni degli altri operatori. Non si tratta di penalizzare qualcuno, ma di evitare asimmetrie. Nel suo intervento, Beneduci sottolinea come Cloudflare venga percepita come un soggetto esterno, senza una presenza societaria strutturata in Italia, e quindi non soggetto allo stesso livello di obblighi e oneri degli operatori locali.
Questo alimenta una frattura profonda: perché una parte del dibattito difende con tanta energia un attore straniero, mentre guarda con fastidio alle regole italiane? Beneduci è esplicito: se il quadro normativo non piace, esistono strumenti legali e politici per cambiarlo. Quello che non è accettabile, nella sua lettura, è pretendere di ridisegnare le regole unilateralmente, usando il peso mediatico o la minaccia di un ritiro come leva.
La soluzione tecnica esiste: blocchi mirati senza colpire chi non c’entra
Il passaggio decisivo del discorso di Beneduci è tecnico, ed è qui che il suo intervento si salda con l’impostazione di Peritore. Il problema non è bloccare o non bloccare, ma come farlo. I blocchi grossolani, basati su IP o infrastrutture condivise, trascinano inevitabilmente dentro soggetti legittimi che non hanno nulla a che vedere con la pirateria.
Benedici sostiene che una soluzione tecnica praticabile esiste già ed è stata discussa anche con AGCOM. Si tratta di interventi mirati basati su analisi origine-destinazione del traffico, sull’identificazione di pattern anomali e su elementi osservabili che consentono di colpire il traffico illecito senza trasformare il blocco in una punizione collettiva.
Il messaggio è chiaro: chi dice che “non si può fare” o che “tecnicamente è impossibile” sta alimentando un racconto che non regge alla prova dei fatti. Gli strumenti per ridurre l’impatto collaterale esistono e sono già utilizzati da molti operatori. Il problema non è la fattibilità tecnica, ma la volontà di sedersi a un tavolo e lavorare su soluzioni condivise.
Cortina, pressione e narrativa: quando la minaccia diventa un’arma di comunicazione
Il ragionamento di Beneduci si chiude sul piano più delicato, quello della narrazione. Proporsi “gratis” per un evento pubblico di questa portata e poi annunciare il ritiro viene letto come una contraddizione che sposta il confronto dal merito tecnico alla pressione politica. Se la questione è la compliance, si discute e si contesta nei luoghi corretti. Se invece l’uscita di scena diventa un messaggio, allora sicurezza e cybersicurezza rischiano di trasformarsi in strumenti di leva comunicativa.
Nel settore in cui operano Peritore e Beneduci, che non è lo stesso nel quale opera la commissaria AGCom Giomi ed è concorrenziale al mondo delle Big Tech, la richiesta è una sola: regole chiare, metodo e soluzioni tecniche, non slogan. Qui non si parla di tifo o di storytelling, ma di infrastrutture critiche, responsabilità e di un Paese che non può permettersi di affrontare ogni snodo digitale come se fosse un derby mediatico. La partita, piaccia o no, si gioca sulla competenza tecnica e sulla capacità di stare dentro le regole, non sul mito del pro bono o del mondo degli unicorni al quale tecnici del Governo si appellano senza fornire soluzioni, foraggiati da una classe dirigente che ha studiato informatica nell’accademia di Topolino. E non abbiamo aperto il discorso dei Gatekeeper perché contiamo sulla buona fede di chi nei fatti rappresenta gli interessi delle multinazionali statunitensi.