La decisione di Jefferies di rimuovere Bitcoin dalle proprie raccomandazioni di portafoglio segna un passaggio simbolico ma rilevante nel dibattito tra innovazione tecnologica e conservazione del valore. Alla base della scelta c’è una preoccupazione che fino a pochi anni fa sembrava teorica e oggi entra invece nelle analisi strategiche degli investitori istituzionali: l’impatto del quantum computing sulla crittografia che protegge le criptovalute.
Ad annunciare la svolta è Christopher Wood, capo globale della strategia azionaria del gruppo, attraverso il bollettino settimanale GREED & Fear. Nel portafoglio modello di Jefferies, l’allocazione del 10% in Bitcoin viene completamente rimossa e rimpiazzata con un 5% in oro fisico e un 5% in azioni di società minerarie aurifere, segnando un ritorno esplicito verso asset considerati immuni dai rischi tecnologici.
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Bitcoin e il timore del quantum computing
Il punto centrale dell’analisi di Wood riguarda la vulnerabilità strutturale della crittografia su cui si basa Bitcoin. La rete utilizza algoritmi come SHA-256 ed ECDSA, progettati per essere sicuri contro computer classici ma potenzialmente aggirabili da sistemi quantistici sufficientemente avanzati. In particolare, l’algoritmo di Shor consente, almeno in teoria, di risalire alle chiavi private a partire da quelle pubbliche, aprendo la strada a furti di fondi su larga scala.
Secondo Wood, il problema non è imminente nel breve termine, ma diventa rilevante su un orizzonte di lungo periodo, coerente con la costruzione di un portafoglio strategico. Le stime più prudenti parlano di una finestra tra gli anni 2030 e il 2040 per computer quantistici in grado di minacciare seriamente la crittografia attuale, ma il ritmo degli sviluppi industriali rende difficile escludere accelerazioni.
Il progresso nel settore è infatti rapido. Colossi tecnologici come IBM e Google stanno aumentando il numero di qubit stabili e migliorando i sistemi di error correction, elementi chiave per passare dalla dimostrazione teorica a un uso pratico. La cosiddetta “quantum supremacy”, già dimostrata in ambiti limitati, ha rafforzato la percezione che il rischio non sia più fantascienza.
La svolta di Jefferies: dal Bitcoin all’oro
La mossa di Jefferies è tanto più significativa se si considera il percorso inverso compiuto negli anni precedenti. Bitcoin era stato introdotto nel portafoglio modello nel dicembre 2020, come risposta alla massiccia espansione monetaria seguita alla pandemia di Covid-19. Nel 2021, con l’aumento dell’inflazione e il boom delle criptovalute, l’esposizione era stata portata fino al 10%, presentando Bitcoin come una forma di copertura contro la svalutazione delle valute fiat.
Nel 2026, lo scenario cambia. Secondo Wood, il profilo rischio-rendimento di Bitcoin non giustifica più una presenza strutturale in un portafoglio prudente. La volatilità estrema dell’asset, unita a rischi tecnologici sistemici come quello quantistico, pesa più dei benefici potenziali.
Al suo posto, Jefferies torna a puntare sull’oro, definito come un asset “tecnologicamente neutro”, che non dipende da reti digitali, software o protocolli crittografici. Wood ricorda che l’oro ha offerto un rendimento medio annuo di circa l’11% negli ultimi 50 anni, mantenendo il potere d’acquisto attraverso crisi finanziarie, rivoluzioni tecnologiche e shock geopolitici.
Perché l’oro torna centrale nella strategia
Nella lettura di Jefferies, l’oro presenta una serie di caratteristiche che lo rendono particolarmente attraente in un contesto di incertezza tecnologica. È tangibile, universalmente riconosciuto e indipendente da infrastrutture digitali. Un computer quantistico può compromettere un wallet, ma non può “decifrare” un lingotto.
Le azioni delle società minerarie aurifere aggiungono inoltre una componente di leva: beneficiano dell’aumento del prezzo dell’oro e rappresentano attività produttive reali, con flussi di cassa e asset fisici. In una fase in cui molti investitori cercano rifugi contro rischi sistemici nuovi, questa combinazione appare, agli occhi di Wood, più solida rispetto a una criptovaluta la cui sicurezza dipende da presupposti tecnologici in evoluzione.
L’impatto sul mercato crypto
La decisione di Jefferies non equivale a una condanna definitiva di Bitcoin, ma ha un forte valore simbolico. Quando un attore istituzionale di primo piano rivede la propria posizione pubblicamente, il mercato tende a reagire. Le preoccupazioni legate al quantum computing sono tornate al centro del dibattito, alimentando discussioni tra sviluppatori, investitori e regolatori.
La comunità crypto sottolinea che esistono già studi e proposte di algoritmi post-quantum, basati su crittografia a reticolo o firme hash-based, e che Bitcoin potrebbe teoricamente migrare verso soluzioni più robuste. Tuttavia, una transizione di questo tipo richiederebbe anni, consenso diffuso e aggiornamenti complessi, con il rischio di fork e frammentazione della rete.
Nel frattempo, asset tradizionali come l’oro beneficiano di un rinnovato interesse, mentre gli investitori istituzionali osservano con attenzione l’evoluzione del dibattito.
Quantum computing e investimenti: uno spartiacque
La scelta di Jefferies segnala qualcosa di più ampio di una semplice rotazione di portafoglio. Indica che il quantum computing sta entrando nelle valutazioni strategiche di lungo periodo, non solo come opportunità industriale ma anche come fonte di rischio sistemico per settori basati sulla crittografia.
Per Christopher Wood, la prudenza impone di anticipare questi scenari piuttosto che reagire a posteriori. Bitcoin potrebbe adattarsi e sopravvivere, ma fino a quando la transizione verso una sicurezza post-quantum non sarà credibile e implementata, l’oro resta, nella sua visione, il vero vincitore strutturale di questa fase.
FAQ su Bitcoin e Quantum Computing
Bitcoin è davvero a rischio per il quantum computing?
Nel breve termine no, ma nel lungo periodo i computer quantistici potrebbero teoricamente violare gli algoritmi crittografici su cui si basa Bitcoin, rendendo necessario un aggiornamento profondo del protocollo.
Perché Jefferies ha scelto proprio l’oro come alternativa?
Perché l’oro non dipende da infrastrutture digitali o crittografia, ha una storia millenaria come riserva di valore e ha mostrato rendimenti reali stabili nel lungo periodo.
La crypto può diventare resistente al quantum computing?
In teoria sì, attraverso algoritmi post-quantum, ma la migrazione richiederebbe tempo, consenso e aggiornamenti complessi che oggi rappresentano un’incognita.
Questa decisione segna la fine di Bitcoin per gli investitori istituzionali?
No, ma indica che una parte della finanza tradizionale considera il rischio quantistico sufficiente per ridurre o sospendere l’esposizione, almeno fino a quando non emergeranno soluzioni credibili.