Google, Ciulli e il giornalismo di qualità smentito dall’AI, ma approvato da Mediaset e Father

di Livio Varriale
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Il concetto di giornalismo di qualità viene ripetuto come un mantra da anni, soprattutto quando a parlarne è Google, attraverso i suoi rappresentanti ufficiali e ufficiosi. In Italia, uno dei volti più ricorrenti di questa narrazione è Diego Ciulli, lobbista e interlocutore privilegiato tra Google e le istituzioni, spesso presentato come voce autorevole sul rapporto tra piattaforme, informazione e sostenibilità economica dell’editoria digitale. Una narrazione che, però, entra violentemente in contraddizione con la realtà dei fatti quando si osserva cosa accade al giornalismo di inchiesta indipendente.

Perché il paradosso è ormai evidente: il giornalismo di qualità è quello che genera traffico, quello che viene letto, condiviso, discusso. Ma è anche quello che vive quasi esclusivamente dentro le piattaforme digitali, dipendendo dai loro algoritmi per sopravvivere. Ed è proprio in questo spazio che il giornalismo investigativo viene progressivamente soffocato, non attraverso censure esplicite, ma mediante una combinazione di penalizzazioni algoritmiche, demonetizzazione pubblicitaria e rimozioni opache dai social network.

Giornalismo di qualità, sì. Ma solo se non disturba.

Diego Ciulli, Google e la retorica della qualità

Ciulli ripete da tempo un concetto chiave: Google premia i contenuti di qualità e tutela il buon giornalismo. Una posizione rassicurante, spesso rilanciata in contesti istituzionali e mediatici, che però non regge all’analisi empirica. Perché Google non paga la qualità, non la remunera in quanto tale, e soprattutto non la protegge quando questa entra in conflitto con interessi economici rilevanti.

Il punto non è ideologico, ma strutturale. Un’inchiesta giornalistica può essere impeccabile dal punto di vista professionale, documentata, verificata, tradotta in più lingue, avere una chiara rilevanza sociale. Eppure può essere penalizzata, esclusa dalla monetizzazione, declassata nella visibilità. Non perché sia falsa, ma perché è scomoda.

L’inchiesta scomoda su Vinted e i contenuti sessuali ambigui

Il caso emblematico riguarda un’inchiesta che chiama in causa Vinted, una delle piattaforme di e-commerce più popolari in Europa. L’inchiesta documenta un fenomeno preciso: la presenza di annunci e prodotti legati a un circuito di feticismo sessuale, presentati sotto forma di oggetti apparentemente innocui, ma chiaramente funzionali alla soddisfazione di fantasie personali.

Il punto centrale dell’inchiesta non è morale, ma sociale e giuridico. Questi contenuti risultano accessibili anche ai minori, grazie a una presentazione ambigua e a una moderazione insufficiente. Un fatto documentato, verificato, denunciato pubblicamente. L’articolo viene tradotto in più lingue, circola, viene letto, commentato. Ma non viene premiato.

Anzi.

Discover, traffico e la doppia morale di Google

Mentre questa inchiesta resta ai margini, Google Discover continua a distribuire milioni di visualizzazioni a contenuti di scarsissima qualità, articoli acchiappa-click, testi superficiali, talvolta veri e propri green bait. È un dato di fatto osservabile quotidianamente. Contenuti privi di valore informativo ricevono visibilità enorme, mentre il giornalismo investigativo indipendente viene ignorato o depotenziato.

Qui cade definitivamente la narrazione di Ciulli. Google non premia la qualità, premia ciò che è funzionale al suo ecosistema pubblicitario e algoritmico. La qualità diventa una parola vuota, utilizzata come scudo retorico. E non stupirebbe se ci fossero degli accordi con molti editori in modo diretto soprattutto con aziende che hanno sedi a Milano, dove Google Italia ha sede e lo stesso Ciulli vive.

Demonetizzazione e pubblicità punitive

Il passaggio successivo è ancora più grave. Il contenuto investigativo viene segnalato all’interno dei sistemi pubblicitari di Google come “problematico”. Risultato: Google Ads sconsiglia vivamente la presenza di pubblicità sull’articolo. Non perché sia falso o illegale, ma perché tocca temi sensibili.

La risposta, persino quando mediata dall’intelligenza artificiale Google Gemini, è surreale: è un contenuto di qualità, meglio rinunciare alla pubblicità perché è chiaro che ci troviamo dinanzi a un algoritmo che scambia un una inchiesta che denuncia un mal costume con contenuti sensibili. Per pochi spiccioli non farti bannare il profilo adsense.

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Google, Ciulli e il giornalismo di qualità smentito dall'AI, ma approvato da Mediaset e Father 17

Ciulli e la sua azienda smentiti dalla stessa AI che promuovo all’interno di scuole, PA e nel settore lavorativo. Come se il problema fosse una scelta editoriale e non un meccanismo punitivo. In pratica, al giornalismo di inchiesta viene detto: puoi esistere, ma non devi sostenerti economicamente.

La rimozione silenziosa da LinkedIn: l’azienda amica di Benanti

Il quadro si completa quando entra in gioco LinkedIn. Dopo mesi dalla pubblicazione, lo stesso articolo viene rimosso dalla piattaforma, senza preavviso, senza indicazioni preventive, senza richiesta di modifica. La motivazione implicita riguarda presunti “contenuti sessuali”. Un’accusa paradossale, considerando che l’articolo è un’inchiesta giornalistica che denuncia proprio quelle dinamiche. Nessuna istruzione, nessun contraddittorio. Solo la cancellazione.

A questo punto la domanda non è più teorica: chi decide davvero cosa può restare visibile? Gli algoritmi o le segnalazioni mirate da parte di aziende e utenti potenti?

Non algoritmi, ma segnalazioni e potere economico

La strategia appare sempre più chiara. Non siamo di fronte a un algoritmo neutrale che sbaglia. Siamo di fronte a un sistema in cui le segnalazioni aziendali hanno un peso determinante, capace di incidere sulla visibilità, sulla monetizzazione e persino sull’esistenza stessa di un contenuto.

Il giornalismo di inchiesta indipendente diventa così un bersaglio perfetto: privo di protezioni politiche, privo di grandi gruppi editoriali alle spalle, privo di leve economiche per difendersi.

Certificazioni, finanziamenti e la crisi strutturale dell’editoria

Diego Ciulli continua a parlare di certificazioni, di sistemi di qualità, di buone pratiche. Ma questi strumenti non entrano mai nel merito tecnico di un’inchiesta. Non valutano la solidità delle fonti, la rilevanza sociale, l’interesse pubblico. Servono piuttosto a costruire recinti, a definire chi può essere considerato “giornalismo” e chi no. Nel frattempo, i finanziamenti all’editoria crollano, il giornalismo investigativo viene progressivamente espulso dal mercato e chi opera fuori dai circuiti riconosciuti guadagna poco o nulla.

Annunci invasivi, click involontari e ipocrisia algoritmica

L’ipocrisia raggiunge il suo apice nel sistema pubblicitario mobile. Gli annunci Google occupano spesso fino al 50% dello schermo, generando click involontari. Click che Google stessa considera sospetti, penalizzando sia chi li ospita sia chi riesce, nonostante tutto, a ottenere qualche entrata. Prima induce l’errore, poi punisce. E nel frattempo continua a parlare di qualità dell’esperienza utente e soprattutto non paga per le impression di cui ha goduto.

Google Search Console e l’incertezza permanente

Anche Google Search Console contribuisce a questo scenario. Aggiornamenti intermittenti, ogni quindici o venti giorni, in piena era di intelligenza artificiale che dovrebbe velocizzare i temi di elaborazione dati, rendono impossibile per webmaster e sviluppatori comprendere se una strategia tecnica sia corretta o meno. Il risultato è una condizione di incertezza strutturale, che favorisce solo chi ha risorse e tempo da investire.

Monopolio, censura e libertà di stampa

Alla fine, il quadro è inequivocabile. Google non è solo una piattaforma tecnologica. È un attore politico ed economico che esercita un potere enorme sulla circolazione delle informazioni. Un potere che incide direttamente su libertà di espressione, libertà di stampa e diritto all’informazione.

La retorica del giornalismo di qualità, ripetuta da Ciulli e dai portavoce di Google su piattaforme formali come Linkedin, dove si evince l’analfabetismo funzionale del nostro Paese, si rivela per quello che è: una narrazione utile a legittimare un sistema che opera in senso opposto e chi meglio di un francescano unto dal signore o di un lobbista della più grande azienda cd’italia come compagni di viaggio e testimonial del potere?

Un sistema che tollera il rumore, premia la superficialità, ma teme e colpisce l’inchiesta. E proprio per questo, continuare a scrivere, denunciare e documentare resta non solo necessario, ma inevitabilmente politico. Anche quando il prezzo da pagare è l’oscuramento, la demonetizzazione e il silenzio imposto dagli algoritmi.


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