La puntata di Report ha riacceso il dibattito attorno al Garante per la protezione dei dati personali, nonostante sul piano giudiziario non siano emersi aggiornamenti sostanziali rispetto alle indagini in corso. Una dinamica ormai ricorrente, in cui l’assenza di novità formali viene compensata da una crescente pressione mediatica e politica, capace di produrre effetti concreti sulla rappresentanza e sulla credibilità dell’Autorità.
Come Matrice Digitale ha più volte sottolineato, la decisione di Guido Scorza di rassegnare le dimissioni ha rappresentato un atto di opportunità e senso istituzionale a tutela dell’Istituzione Garante Privacy, indipendentemente dagli sviluppi giudiziari. Un gesto che non aveva l’obiettivo di anticipare valutazioni di merito né tantomeno di stabilire una verità giuridica, che spetta esclusivamente agli operatori della giustizia. Al contrario, si è trattato di un tentativo di gestione del rischio reputazionale e istituzionale, volto a tutelare l’Autorità in una fase di esposizione mediatica estrema.
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Le dimissioni di Guido Scorza e il loro significato istituzionale
Tuttavia, quanto emerso nella stessa puntata di Report ha mostrato come questo nobile atto non sia stato sufficiente a ricomporre il quadro oramai rotto. Alcuni frame televisivi hanno messo in contrasto dichiarazioni precedenti dello stesso Scorza, aprendo a interpretazioni e letture che Matrice Digitale ha scelto consapevolmente di non seguire. Non rientra infatti nella linea editoriale della testata la promozione di indagini in corso, né la ricerca di una verità processuale anticipata. Il punto centrale resta un altro: il progressivo deterioramento della rappresentanza istituzionale di una delle Autorità più importanti del Paese e fondamentale nel rapporto tra società dell’informazioni ed il popolo.

Una frattura che si è resa ancora più evidente nelle ultime ore, con il comunicato diffuso dai legali di tre componenti del collegio del Garante attualmente sotto inchiesta e rimasti in carica. In quel testo si ribadisce la volontà di proseguire l’attività istituzionale, nel rispetto dei tempi della democrazia e del principio di presunzione di innocenza. Una posizione formalmente legittima, ma che produce un effetto politico rilevante: smonta retroattivamente il significato delle dimissioni di Scorza, pur senza annullarne il valore. Perché dal punto di vista Istituzionale, Scorza ha percepito mancanza di fiducia dell’apparato burocratico, che per stessa ammissione di Ghiglia è immobile o lavora a rilento, e si è dimesso.
La posizione di chi resta è quella di proseguire l’incarico ed affrontare non sui social, ma nelle sedi opportune, eventuali giudizi che non arriveranno prima dei due anni con mandato terminato. Se dovesse passare la riforma della magistratura e successivamente venga istituita la responsabilità civile per i magistrati, Scorza più di tutti potrebbe chiedere un lauto risarcimento, milionario per intenderci, qualora il verdetto sia quello dell’assoluzione. Ad oggi, però, nessuno dei garanti è stato rinviato a giudizio e le indagini sono ancora in corso e potrebbero portare a un nulla di fatto.
Il comunicato dei tre garanti e la frattura nel collegio
Le dimissioni di Scorza, infatti, non diventano per questo un atto inutile o evitabile. Al contrario, mettono in luce una scelta diversa rispetto a quella compiuta dagli altri garanti, che hanno deciso di rimanere in carica. Scorza ha tentato una gestione del rischio istituzionale, assumendosene il costo personale e professionale. Un tentativo che non ha prodotto l’effetto sperato, e questo ha gettato ombre sulle dimissioni facendo notare il fallimento dell’azione di spettacolarizzazione intrapresa, ma che resta politicamente e simbolicamente rilevante. È legittimo ritenere che prima di arrivare a questo gesto vi siano state valutazioni, anche nella sfera privata, ma ciò non ne annulla la portata pubblica.
A questo punto la vicenda assume contorni apertamente politici. Oggi il Garante Privacy è rappresentato da tre componenti che, con l’eccezione di Pasquale Stanzione, risultano di fatto tutelati politicamente dai partiti che li hanno indicati. Il caso di Agostino Ghiglia, storicamente legato a Fratelli d’Italia e stimato da Giorgia Meloni, quello di Ginevra Cerrina Feroni, espressione della Lega e il silenzio imbarazzato di alcune forze politiche raccontano una realtà complessa.
Il ruolo della politica e le protezioni istituzionali
Emblematico, in questo senso, quanto avvenuto nella trasmissione Otto e mezzo, dove Matteo Renzi, pur citando il Garante, ha evitato di nominare esplicitamente il quarto componente, nonostante si tratti di una figura toscana e politicamente ben identificabile, persino indicata da più parti come possibile candidata sindaca di Firenze e quel nome è proprio della professoressa Cerrina Feroni.
Questo episodio segnala come la politica, nel suo complesso, stia prendendo le distanze dalle richieste di dimissioni avanzate da una parte della sinistra, che aveva invocato un passo indietro dell’intero collegio e dello stesso Stanzione. Nella prima analisi di Matrice Digitale, Scorza è stato descritto come un professionista entrato nel Garante anche grazie a un sostegno partitico, ma che oggi appare privo di una reale copertura politica avendo chiesto lo stesso Conte le dimissioni dell’intero Collegio. Per gli altri non è così e nemmeno per Stanzione che ha perso l’appoggio del Partito Democratico e del segretario Schlein che ne ha chiesto le dimissioni.
Il passaggio parlamentare e la sostituzione del dimissionario
Nei prossimi giorni, se non ore, Pasquale Stanzione sarà chiamato a un atto formale rilevante: indicare al Parlamento la necessità di sostituire il componente dimissionario. Un passaggio che riporta la questione direttamente nelle mani delle forze politiche, chiamate a esprimere una scelta in un clima di forte tensione istituzionale.

Il contesto in cui tutto questo avviene è tutt’altro che neutro. Il Garante Privacy ha iniziato a pagare un prezzo pubblico elevatissimo a partire dalla diffusione del cosiddetto dossier fantasma, seguita dalla sanzione inflitta a Report.
Report, magistratura e il conflitto sistemico
Una decisione che ha colpito una testata storicamente vicina ad ambienti della sinistra e spesso in sintonia con settori della magistratura, che ne hanno utilizzato i servizi come base per inchieste giudiziarie. Nulla di anomalo in sé, ma il tempismo e il contesto rendono la vicenda politicamente esplosiva. E l’atto che viene contestato al Garante da Report è la sanzione per il caso Sangiuliano, definita impeccabile da Matrice Digitale, emanata nel mentre l’ex direttore del Tg2 era in corsa per il Consiglio Regionale della Campania. L’amicizia tra Stanzione e Sangiuliano deriva dai trascorsi dell’università di Salerno e nei rapporti di amicizia incrociati tra i legali del giornalista e l’attuale Garante secondo quanto segnalato da Report.

Oggi la politica vive un conflitto aperto con la magistratura, e non è un caso che a colpire il sistema dell’informazione investigativa non sia stata solo Report. Altri giornali e giornalisti hanno subito pressioni, attenzioni e indagini, spesso in coincidenza con inchieste scomode per esponenti dell’attuale Governo. C’è un altro dettaglio che Ghiglia ha citato in risposta alla giornalista di Report ed è quello che riguarda il caso Bellavia. Il consulente delle Procure, che ha denunciato la sottrazione di un milione di file, comprendente anche la sua attività di CTU per la Giustizia, è al centro di una polemica politica che va avanti da anni circa la vicinanza tra ambienti della giustizia ed il mondo del giornalismo. Il caso Bellavia è, secondo i partiti di Governo, la pistola fumante delle fughe di notizie o di atti riservati che consentirebbero a Report di portare avanti inchieste scomode contro la destra ed è per questo che se ne chiede la rimozione di Ranucci dalla conduzione del programma.
Accuse, indagini e contraddizioni giudiziarie
Le accuse mosse al Garante spaziano dal peculato, per una gestione disinvolta di fondi pubblici e rimborsi spese, fino alla corruzione, un reato particolarmente grave. Ma proprio su quest’ultimo punto emerge una contraddizione: manca, allo stato attuale, l’individuazione del presunto corruttore. Un corto circuito investigativo che alimenta l’idea di un “cane che si morde la coda” e che finisce inevitabilmente per ricadere nel campo della politica.
Il rischio di una politicizzazione dell’Autorità
Quello che non può passare inosservato è il rischio che il Garante Privacy diventi una bandierina politicizzata, schiacciata nel conflitto tra politica e magistratura nel momento forse più teso della storia recente della Repubblica. In un contesto segnato da referendum, riforme strutturali e una crescente sfiducia nelle istituzioni, la credibilità e l’autorevolezza dell’Autorità rischiano di essere compromesse in modo duraturo tanto da consentire agli sciacalli delle Big Tech di azzerarla o disinnescarla per continuare a macinare oro dal trattamento selvaggio dei dati su cui questo Garante poco ha fatto.
La tutela della privacy, dei dati personali e dei diritti fondamentali non può diventare un terreno di scontro strumentale, ma oramai lo è diventato ed il prezzo non lo pagheranno solo i singoli protagonisti della vicenda, ma l’intero sistema di garanzie su cui si regge lo Stato di diritto.