A confermare la nostra tesi, che smentisce in modo diretto le dichiarazioni di Diego Ciulli e l’imprinting politico e culturale che il sottosegretario Alberto Baracchini e Paolo Benanti, indicato come il principale riferimento italiano sull’intelligenza artificiale e consulente di Microsoft, hanno impresso all’informazione negli ultimi anni, arriva un elemento tanto inatteso quanto rivelatore. Un video pubblicato su LinkedIn, che ha iniziato a circolare con forza proprio perché rompe un silenzio che nel settore dura da tempo.
Il protagonista è Marco Camisani Calzolari, un gatekeeper nel campo della sicurezza informatica e della cultura digitale. Una figura che non può essere liquidata come marginale, ma che è organico al Governo con un doppio incarico da 150.000 euro lordi l’anno ed è testimonial della Polizia di Stato. Il successo del video non è casuale: Calzolari dice apertamente ciò che nel mondo dell’editoria tutti sanno, ma che raramente viene affermato in modo così netto, soprattutto da chi occupa una posizione strutturata e riconosciuta.
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Il video di Marco Calzolari e la rottura del silenzio
Calzolari racconta che le AI Overview di Google non rappresentano un progresso per l’informazione, ma un meccanismo che sottrae valore alle fonti originarie. Un sistema che intercetta contenuti, li rielabora e li restituisce all’utente finale senza garantire alcun ritorno economico a chi quei contenuti li produce. È esattamente il punto che smentisce la narrazione portata avanti da Ciulli e fatta propria da una parte della politica: l’idea che Google premi il giornalismo di qualità e lo tuteli.
Questa denuncia assume un peso ancora maggiore se si considera che Calzolari non parla da una posizione di precarietà. Parliamo di un soggetto che ha beneficiato complessivamente di circa 300.000 euro di contratti con la pubblica amministrazione per attività di divulgazione tecnologica. Nonostante ciò, anche da questa posizione emerge una delusione evidente rispetto al ritorno degli investimenti digitali e alla sostenibilità reale dell’ecosistema informativo dominato da Google.
È proprio questo il punto che fa saltare il banco. Se persino chi ha avuto accesso a risorse pubbliche, incarichi istituzionali e canali privilegiati riconosce che il sistema non funziona, diventa impossibile continuare a sostenere che il problema riguardi solo piccoli editori o realtà indipendenti e soprattutto che il successo dei media più blasonati nei posizionamenti algoritmici è solo un fatto di qualità e non di premialità data da rapporti privilegiati e regole di certificazione del giornalismo che implicitamente lo riducono a passare veline sicure di sovrastrutture sovranazionali o agenzie militari. La differenza è che chi ha una struttura alle spalle può permettersi di assorbire il colpo. Il giornalismo di inchiesta indipendente, invece, no.
Le AI Overview e il ruolo di Baracchini
Il tema non è solo economico, ma direttamente politico. Le AI Overview di Google sono le stesse che hanno spinto Baracchini a convocare con urgenza Diego Ciulli, poco prima di Natale, per discutere di un possibile compromesso. Un compromesso che, nei fatti, ancora non ha prodotto alcuna tutela concreta per l’editoria, ma ha confermato una linea di subalternità nei confronti delle multinazionali digitali.
Servizi scadenti, sospensioni arbitrarie e Digital services act
Nel frattempo, Google continua a offrire un servizio che, sotto molti aspetti, appare scadente. La gestione delle sospensioni dei profili, la demonetizzazione improvvisa dei contenuti, la rimozione arbitraria di video e canali su piattaforme come YouTube avvengono senza trasparenza e senza reali strumenti di difesa. Tutto questo in un contesto che dovrebbe essere regolato dal Digital services act, ma che nei fatti resta dominato da decisioni unilaterali.
È significativo notare come, nonostante queste pratiche, le multinazionali riescano ancora a presentarsi come soggetti maltrattati dall’Italia, come aziende ostacolate da un contesto normativo ostile. La realtà è opposta: Google e le altre big tech continuano a fare il bello e il cattivo tempo all’interno di un paese straniero, esercitando un potere enorme sull’informazione, sull’economia e sulla cultura e l’aspetto grave di questa vicenda è che le autorità di Governo siedano costantemente ai tavoli istituzionali con delegati che sono direttamente collegati ai player del mercato che dovrebbero normare o sanzionare.
Governo, consulenze e conflitti di interesse
Questo è possibile perché all’interno delle strutture di governo che rispondono alla Presidenza del Consiglio dei ministri esiste una disponibilità politica ad accettare questi rapporti. Una disponibilità che spesso è legata a contratti di consulenza, collaborazioni e intrecci di interessi. Ed è qui che il ruolo di Alberto Baracchini diventa centrale. Da anni occupa posizioni parlamentari con il compito di occuparsi di informazione ed editoria, ma il suo percorso è storicamente legato alla tutela degli interessi di Mediaset e della famiglia Berlusconi, di cui è stato dipendente, con costi che ricadono sulla collettività.
In questo contesto, parlare di difesa del pluralismo informativo appare sempre più come una formula vuota. Le scelte politiche, o le non scelte, hanno prodotto un impoverimento progressivo del sistema editoriale e una crescente dipendenza dai filtri dell’intelligenza artificiale. Una dipendenza che viene ulteriormente rafforzata dalla visione portata avanti da Paolo Benanti, chiamato a orientare il futuro del giornalismo italiano in chiave algoritmica.
Le dichiarazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, durante le conferenze di fine anno, si inseriscono perfettamente in questo quadro. Prima la preoccupazione per l’impatto dell’intelligenza artificiale, poi l’ammissione che non è affatto scontato che il settore editoriale possa essere ancora in piedi l’anno prossimo. Un messaggio che, per molti giornalisti, suona come la certificazione di un declino accettato, se non addirittura programmato.
Un sistema che penalizza l’inchiesta e impoverisce la democrazia
Il risultato è un sistema che favorisce chi ha incarichi pubblici, consulenze e accesso ai grandi circuiti mediatici, mentre penalizza chi fa informazione investigativa, critica e indipendente. Un sistema che impoverisce il tessuto produttivo dell’informazione e, con esso, la tenuta democratica del paese.
Il video di Marco Camisani Calzolari rappresenta quindi un punto di rottura. Non perché dica qualcosa di nuovo, ma perché conferma che la narrazione ufficiale su Google, sull’intelligenza artificiale e sul giornalismo di qualità non regge più nemmeno agli occhi di chi, fino a oggi, ne è stato considerato un beneficiario. Una possibile exit strategy per Ciulli potrebbe essere quella di far rientrare il problema inserendo il collaboratore di Striscia la Notizia in un progetto pilota e presentarlo come case history di successo al pari de il Messaggero.