Vannacci lascia la Lega e la politica entra nell’era del self-publishing: Corona, piattaforme e rottura della Seconda RepubblicaLa notizia del distacco di Roberto Vannacci dalla Lega non è un fatto di corridoio né un semplice incidente di percorso interno a un partito. È un segnale di fase. E per capirlo serve guardare dove Matrice Digitale ha già puntato la lente in questi giorni, cioè sul conflitto tra potere, visibilità e strumenti di controllo, emerso con il caso Falsissimo e la reazione di Mediaset.
Nel nostro articolo “Mediaset, Falsissimo e il potere che reagisce quando l’inchiesta rompe l’equilibrio” (28 gennaio 2026) abbiamo descritto un punto chiave: quando un contenuto entra in collisione con un sistema protetto, la risposta non si limita alla replica editoriale. Scattano leve giudiziarie, leve mediatiche, leve di relazione, e la partita si sposta subito sul terreno della circolazione del contenuto, non sul merito del contenuto. È la logica del blocco come strumento industriale, non come opinione. Ed è la logica che trasforma la visibilità in un bene scarso gestito, protetto, redistribuito.
Il giorno prima, “Falsissimo, Mediaset e la svolta politica di Fabrizio Corona dopo il blocco su Signorini” (27 gennaio 2026) ha messo a fuoco l’altra metà del quadro: quando la televisione e i blocchi editoriali reagiscono, il protagonista digitale non arretra necessariamente. Sposta la traiettoria. Trasforma il racconto in posizionamento. Prova a convertire community in consenso, numeri in legittimità, attenzione in potere. È una dinamica che non riguarda soltanto Fabrizio Corona e non riguarda soltanto lo scontro con Mediaset. Riguarda un cambio strutturale del modo in cui nasce e si alimenta la leadership.
Dentro questo doppio movimento, la frase che Matrice Digitale raccoglie in esclusiva a Mario Adinolfi non è un commento qualsiasi. È una tesi. Ed è una tesi che, letta insieme alla rottura di Vannacci, diventa la griglia interpretativa più utile per capire cosa sta succedendo: “Pochi stanno capendo che stiamo affrontando una fase di rottura storica… la faglia dell’utilizzo dei social unito alla capacità spregiudicata del self-publishing… sta costruendo la nuova politica del secondo quarto del ventunesimo secolo”.
Qui non interessa l’applauso o la contestazione. Qui interessa la sostanza: la politica sta cambiando infrastruttura. E quando cambia infrastruttura, cambiano anche i protagonisti, le regole implicite, i punti di accesso, i punti di blocco, i mediatori, le protezioni e le vulnerabilità.
Il punto, ora, è capire se Vannacci che rompe e Corona che “scende in campo” appartengono davvero allo stesso fenomeno o se sono solo due episodi paralleli. L’impressione, alla luce di ciò che vediamo, è che siano la stessa frattura osservata da angolazioni diverse: da un lato la leadership costruita con autonomia economica e narrativa tramite autopubblicazione e social, dall’altro la leadership costruita con disintermediazione mediatica e guerra sulla visibilità. E in mezzo, un sistema novecentesco che reagisce quando sente che la crepa rischia di diventare un varco.
Il nostro compito, in questa fase, non è decidere chi abbia ragione. È descrivere il meccanismo, perché è il meccanismo che produce conseguenze reali sul potere, sulle istituzioni e sulla libertà di informazione.
Il self-publishing come atto politico, non come dettaglio editoriale
L’elemento più sottovalutato nel ragionamento di Adinolfi è la centralità del self-publishing. Nella narrazione pubblica italiana, l’autopubblicazione viene spesso trattata come fenomeno marginale, quasi artigianale. In realtà, negli ultimi anni, è diventata una tecnologia sociale: consente a un soggetto di saltare filtri, gatekeeper, editorialisti, strutture di validazione. Consente di mettere un messaggio sul mercato senza chiedere permesso. E quando un messaggio sul mercato incontra una domanda emotiva e politica, smette di essere un prodotto culturale e diventa un detonatore.
Adinolfi ricorda un dato che, al netto di ogni interpretazione, pesa come un macigno nella costruzione del personaggio Vannacci: “Il mondo al contrario” venduto in 380 mila copie, quindi la trasformazione di quell’autonomia narrativa in autonomia economica, e poi la trasformazione ulteriore in consenso misurabile, “528 mila preferenze”. È una catena causale che vale più di mille talk show: contenuto diretto, distribuzione diretta, monetizzazione diretta, legittimazione politica diretta.
Qui si vede la differenza tra il modello antico e il modello nuovo. Nel modello antico, un aspirante leader doveva attraversare partiti, correnti, giornali, salotti televisivi. Nel modello nuovo, un aspirante leader può costruire la propria base con un prodotto editoriale autoprodotto e una distribuzione social. Non è detto che questo produca “buona politica”. Ma produce politica. E soprattutto produce politica con una dipendenza minore dal sistema di mediazione.
Il fatto che Vannacci si muova ora fuori dalla Lega, o comunque in frizione con la Lega, non è un tradimento ideologico in senso tradizionale. È un passaggio tecnico: se possiedi canali, possiedi una community, possiedi una narrativa e possiedi un capitale economico generato dalla tua stessa narrazione, la struttura-partito diventa meno necessaria. E quando diventa meno necessaria, diventa anche più negoziabile.
È per questo che la rottura va letta come segnale di fase. Non è “uno che se ne va”. È uno che testa quanto può fare senza il contenitore. Ed è un test che molti, fuori dai riflettori, stanno osservando con attenzione.
Vannacci, la Lega e il problema dell’ego come variabile politica
Dentro l’opinione di Adinolfi c’è un passaggio che merita di essere trattato come categoria politica, non come psicologia: “Il problema nodale è che non potrà fare tutto da solo e nella politica, purtroppo, conta molto il fattore ego”.
Questo è un punto che spesso viene banalizzato, ma in realtà è la chiave di volta dei progetti nati fuori dai partiti tradizionali. La disintermediazione produce forza perché libera dai vincoli, ma produce anche fragilità perché concentra tutto su un soggetto. Quando la struttura è leggera, la coesione dipende dal leader. Quando la coesione dipende dal leader, l’ego diventa governance. E quando l’ego diventa governance, il progetto può accelerare o implodere con la stessa velocità con cui è nato.
La Lega, come contenitore, nasce e cresce in un’epoca in cui la forza era organizzazione, territorio, mediazione. Oggi il territorio esiste ancora, ma la piattaforma può sostituire una parte di quel lavoro: amplificazione, riconoscibilità, agenda, mobilitazione emotiva. Il leader “piattaforma” tende a percepire la struttura come freno. La struttura tende a percepire il leader “piattaforma” come rischio. Lo scontro è quasi inevitabile.
Qui si innesta la questione vera: Vannacci può “rompere” e costruire uno spazio proprio, come dice Adinolfi, perché il modello tecnico glielo consente. Ma il modello tecnico non garantisce la qualità politica né la stabilità. Garantisce soltanto l’accesso.
E quando l’accesso diventa più facile, il sistema reagisce spostando il controllo su altri livelli: visibilità, regole, tribunali, piattaforme. È la stessa dinamica che Matrice Digitale ha raccontato osservando la reazione di Mediaset su Falsissimo: non si combatte più solo con le idee, si combatte con i rubinetti dell’attenzione.
Corona come laboratorio di disintermediazione e di conflitto sulla visibilità
Se Vannacci rappresenta il caso “self-publishing che diventa politica”, Corona rappresenta il caso “piattaforma che diventa politica”. Matrice Digitale, in questi giorni, ha insistito su un punto:
Falsissimo è interessante non perché sia perfetto, ma perché mostra il momento in cui un contenuto digitale non resta intrattenimento. Diventa stress test del sistema.
Il blocco giudiziario e la reazione di Mediaset hanno reso visibile ciò che spesso resta implicito: quando un contenuto impatta su reputazione, mercato e asset industriali, il sistema tende a reagire rapidamente e in modo asimmetrico. Non è un giudizio morale. È un dato di potere.
Corona prova a fare una cosa precisa: usa il linguaggio più performativo del web, cioè la serialità e l’aggancio emotivo, per imporre un’agenda. Nel momento in cui dichiara di voler “scendere in campo”, prova a trasformare quell’agenda in identità politica. Adinolfi, nella sua analisi, lo vede come protagonista inevitabile insieme a Vannacci. È una previsione forte, e proprio per questo va trattata con prudenza e con metodo.
La prudenza non significa censura. Significa separare due piani. Il primo piano è quello tecnico: Corona dimostra che un soggetto fuori dalla televisione può comunque mettere sotto pressione una grande azienda televisiva, proprio perché la piattaforma distribuisce senza chiedere permesso. Il secondo piano è quello politico: trasformare una community in un progetto di governo è un salto che richiede struttura, competenze, alleanze, e una capacità di tenere insieme interessi diversi.
Adinolfi lo dice chiaramente quando immagina Corona come “una sorta di Vaclav Havel contemporaneo” e poi frena sull’ego e sulla storia personale. È una metafora che serve più a spiegare il meccanismo che a fare un paragone storico letterale. Il meccanismo è questo: la persecuzione, il conflitto con poteri forti, l’isolamento e la capacità di parlare direttamente al pubblico possono generare un capitale politico enorme. Ma quel capitale può restare energia dispersa se non viene ricondotto a un progetto coerente.
Ecco perché, in questa fase, Corona è un laboratorio: mostra la forza della disintermediazione e mostra anche i suoi limiti.
Il potere novecentesco e il potere piattaforma: la frattura che diventa sistema
Adinolfi descrive una frattura “molto chiara” tra “un mondo antico della detenzione del potere attraverso il denaro e gli strumenti della comunicazione” e un mondo “più scomposto”, “più efficace però nella comunicazione”, “più duro”, “più chiaro”, interpretato da Vannacci e Corona.
Questa contrapposizione, se presa come slogan, rischia di diventare propaganda. Ma se presa come fotografia tecnica, è utile. Perché oggi il potere non è soltanto possesso di denaro e media tradizionali. È anche possesso di infrastrutture di visibilità: ranking, suggerimenti, monetizzazione, pubblicità, policy delle piattaforme, enforcement, possibilità di bloccare o ridurre portata.
Nel caso Mediaset-Falsissimo, Matrice Digitale ha evidenziato la sensazione di una censura preventiva algoritmica che tende a favorire soggetti dominanti. È una questione che non si risolve dicendo “Google cattiva” o “Google neutra”. Si risolve osservando gli effetti. Se i contenuti critici diventano invisibili e quelli istituzionali diventano prevalenti, il sistema informativo si sbilancia. E quando il sistema informativo si sbilancia, la politica si deforma.
La politica “nuova” che Adinolfi descrive nasce proprio in questa deformazione. È una politica che fa leva sul rancore verso i gatekeeper, sulla promessa di parlare “senza filtri”, sulla costruzione di un noi contro un loro. È una politica che cresce dove la fiducia nelle istituzioni e nei media è già consumata. E proprio per questo può crescere rapidamente.
Ma qui c’è un punto che non va ignorato: la politica “nuova” non vive in un vuoto regolatorio. Vive dentro piattaforme che hanno regole proprie, e vive dentro un sistema legale che può essere attivato. Quindi la frattura non è soltanto culturale. È anche giuridica e industriale.
Quando la visibilità diventa potere, il blocco diventa politica
Se si volesse ridurre questa fase a un concetto operativo, sarebbe questo: la visibilità è potere. E dove c’è potere, c’è contesa. La contesa, oggi, non passa soltanto dalle urne. Passa dalla possibilità di parlare, di distribuire, di monetizzare, di restare online, di restare indicizzati, di restare “mostrati”.
Questo cambia il modo in cui nascono i leader e cambia il modo in cui vengono neutralizzati. Nel Novecento si neutralizzava un leader negandogli un partito, un giornale, una rete. Oggi si può neutralizzare un leader in cento modi diversi: blocchi legali, demonetizzazione, limitazioni di reach, shadow ban, campagne reputazionali coordinate, esclusione dagli spazi di legittimazione.
Matrice Digitale, nella sua esperienza e nella sua lettura del caso Mediaset, sostiene che la solidarietà del giornalismo tradizionale verso le voci disturbanti è spesso assente non per caso, ma per logica di rendita. È una tesi dura, ma non campata in aria: nasce dall’osservazione di un ecosistema dove la difesa dei principi viene spesso selettiva.
È in questo contesto che la rottura di Vannacci diventa più interessante. Perché un leader nato anche grazie al self-publishing è, per definizione, meno integrato nel circuito di legittimazione tradizionale. E proprio per questo può essere più esposto al circuito di contenimento.
La domanda quindi diventa:
quali saranno gli strumenti di contenimento?
E quali saranno gli strumenti di accelerazione?
Qui non serve fare profezie. Serve tenere insieme i pezzi.
La Lega come contenitore storico e la sfida della disintermediazione
La Lega, nel bene e nel male, è un caso di scuola di adattamento comunicativo nella Seconda Repubblica. Ha attraversato fasi, leadership, trasformazioni. Ma ogni trasformazione avveniva dentro una logica: il partito come macchina.
Oggi la macchina non basta più. O meglio: non basta da sola. Perché il consenso può essere generato altrove e poi portato dentro, come un pacchetto di potere negoziabile. Vannacci, con le sue preferenze e la sua notorietà, è quel pacchetto. E un pacchetto, quando diventa abbastanza pesante, può provare a uscire dalla scatola anche perché fa paura al sistema che ha dovuto assorbirlo sapendo di contare meno dal punto di vista dell’influenza esercitata sull’opinione pubblica.
È qui che la rottura assume valore sistemico. Non è più soltanto una questione di seggio o di correnti. È una questione di modello organizzativo: partito territoriale contro community digitale, disciplina contro autonomia narrativa, mediazione contro disintermediazione.
E la cosa più interessante è che questo conflitto non riguarda soltanto la Lega. Riguarda tutti i partiti, perché tutti stanno affrontando lo stesso problema: come si gestiscono soggetti che arrivano con un capitale di visibilità già “fatto”, spesso non controllabile, spesso non addomesticabile?
La tentazione, per il sistema, è sempre la stessa: assorbire o isolare. Ma con la disintermediazione, l’isolamento non funziona più come prima. E con la disintermediazione, anche l’assorbimento può diventare un rischio, perché il soggetto assorbito può usare il partito come trampolino e poi ripartire.
La politica del secondo quarto del ventunesimo secolo: l’ipotesi di Adinolfi
Adinolfi dice che “i protagonisti saranno Vannacci e Corona”. È un’affermazione che, per essere valutata, va tradotta in criteri.
Cosa significa “protagonisti”?
Significa guidare governi?
Significa orientare agenda?
Significa essere catalizzatori di comunità?
Significa imporre temi?
Perché in un ecosistema frammentato, il protagonismo non coincide necessariamente con la vittoria elettorale. Può coincidere con la capacità di dettare il linguaggio, di spostare confini, di polarizzare.
Se leggiamo “protagonisti” in questo senso, cioè come catalizzatori, allora l’ipotesi diventa più plausibile: entrambi incarnano la rottura del filtro, entrambi si muovono fuori dal perimetro del politicamente gestito, entrambi hanno un rapporto diretto con un pubblico che si percepisce escluso o tradito. E entrambi generano reazioni forti da parte del sistema.
Ma proprio per questo, entrambi sono anche potenziali bersagli di contenimento. Qui torna la lezione del caso Mediaset: quando un soggetto isolato colpisce il centro di un colosso industriale, la risposta tende a essere sproporzionata. Non perché sia “cattiva”. Perché è razionale dal punto di vista della protezione.
Se applichiamo questo schema a Vannacci, possiamo vedere un futuro di conflitti non soltanto politici, ma anche mediatici, legali, reputazionali. E se lo applichiamo a Corona, lo vediamo già in atto: una sequenza di pressioni che includono aziende, autorità, piattaforme e circuiti editoriali.
Qui la domanda non è se il sistema “abbia diritto” di difendersi. La domanda è: quali conseguenze produce questa difesa sul pluralismo e sulla libertà di informazione? Perché se ogni rottura viene trattata come minaccia da neutralizzare, la democrazia diventa un recinto.
Il caso Corona-Mediaset come preludio, non come parentesi
Molti leggono il caso Corona-Mediaset come gossip con contorno giudiziario. Matrice Digitale lo legge come preludio. Perché in quel caso si vede chiaramente la guerra moderna: non solo contenuti contro contenuti, ma infrastrutture contro infrastrutture. La televisione come blocco industriale contro la piattaforma come canale di distribuzione; il tribunale come leva di stop; la reputazione come asset finanziario; la visibilità come territorio.
È proprio questo che rende il cappello necessario: perché l’articolo su Vannacci non nasce nel vuoto. Nasce nello stesso clima. E lo stesso clima spiega perché la rottura di Vannacci può diventare più di una notizia parlamentare: può diventare l’ennesimo fronte di una contesa che riguarda chi ha diritto di parlare e con quali strumenti.
Se la politica del futuro si costruisce con social e self-publishing, allora il potere del futuro si costruisce anche con blocchi, policy, regole, controlli e meccanismi di contenimento. Non c’è un futuro “libero” per definizione. C’è un futuro conteso.
E chi oggi sottovaluta questa contesa, domani si troverà a rincorrere i suoi effetti.
Il paradosso: più disintermediazione, più bisogno di intermediari
C’è un paradosso che vale la pena mettere nero su bianco. La disintermediazione promette fine degli intermediari, ma in realtà produce nuovi intermediari. Le piattaforme sono intermediari. Gli algoritmi sono intermediari. I sistemi di monetizzazione sono intermediari. I provider di visibilità sono intermediari. E spesso sono intermediari meno trasparenti dei vecchi.
Questo significa che i nuovi leader nati dal basso non sono davvero “liberi”. Sono liberi finché non incontrano i limiti della piattaforma o i limiti del diritto. E quando li incontrano, scoprono che per restare visibili devono negoziare. A volte con le piattaforme, a volte con le istituzioni, a volte con i grandi blocchi.
È qui che la narrazione del “noi contro loro” può diventare la moneta più spendibile. Perché serve a giustificare ogni blocco come persecuzione, ogni limite come censura, ogni conflitto come prova di autenticità. È un meccanismo potente. E spesso funziona.
Il rischio, però, è che questo trasformi la politica in una guerra permanente di vittimismo performativo, dove il contenuto diventa secondario rispetto al conflitto. E quando il contenuto diventa secondario, la democrazia perde spessore e diventa intrattenimento. Il punto di Matrice Digitale, qui, non è difendere il sistema antico né santificare il sistema nuovo. È mettere in chiaro la dinamica: la politica che nasce sulle piattaforme è una politica ad alta velocità, ad alta emotività, ad alta contesa. E se non viene letta con metodo, verrà subita.
Domande frequenti
Vannacci lascia davvero la Lega o è una manovra interna?
La rottura va letta come segnale politico e tecnico insieme: non conta solo l’atto formale, conta la traiettoria di autonomia che un leader costruito su visibilità e self-publishing può rivendicare.
Perché il self-publishing è centrale nella lettura di Adinolfi?
Perché permette di saltare filtri e gatekeeper, creando una catena diretta tra contenuto, pubblico, monetizzazione e legittimazione, fino a rendere il partito un contenitore meno indispensabile.
Che cosa c’entra Corona con la vicenda Vannacci-Lega?
C’entra come fenomeno parallelo: entrambi rappresentano la disintermediazione come leva politica, uno attraverso autopubblicazione e preferenze, l’altro attraverso piattaforme e guerra della visibilità.
Il caso Mediaset-Falsissimo è un fatto di gossip o un tema politico?
È un tema politico perché rende visibile la contesa sulla circolazione dei contenuti, l’uso di leve legali e industriali e la trasformazione della visibilità in potere.
Adinolfi parla di “Vaclav Havel contemporaneo”: è un paragone realistico?
È una metafora per descrivere un meccanismo di legittimazione che nasce dal conflitto con poteri forti. Non è una sovrapposizione storica, ma un modo per spiegare come la persecuzione possa generare capitale politico.
Qual è il rischio maggiore della politica costruita su piattaforme e disintermediazione?
Che il conflitto diventi più importante del contenuto e che la visibilità, regolata da algoritmi e policy opache, sostituisca la qualità del dibattito con la performance.
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