fabrizio corona contro mediaset quando il potere industriale incontra il perimetro opaco delle big tech

Fabrizio Corona contro Mediaset: quando il potere industriale incontra il perimetro opaco delle big tech

Lo scontro frontale tra Fabrizio Corona e Mediaset non è esploso all’improvviso. È il punto di arrivo di una settimana che, per chi segue da tempo le dinamiche del web e dell’informazione indipendente, ha un sapore familiare. È la stessa traiettoria che Matrice Digitale ha già vissuto da soggetto anonimo, senza volto pubblico e senza la protezione mediatica che accompagna un personaggio iper-esposto. Chiusure di profili, segnalazioni multiple, richieste di rimozione per presunte violazioni di copyright, accuse di diffamazione, fino all’uso preventivo dello strumento giudiziario più rapido e più violento: il provvedimento d’urgenza ex articolo 700.

Dallo scontro personale al conflitto strutturale

In mezzo, una sequenza di atti che raccontano molto più di una semplice lite tra un ex paparazzo e il più grande gruppo televisivo italiano. Raccontano come funziona oggi la libertà di espressione nella democrazia delle piattaforme, e soprattutto chi può permettersi di invocarla e chi invece viene schiacciato dal peso combinato di potere economico, segnalazioni algoritmiche e silenzi istituzionali.

La chiusura dei profili social di Fabrizio Corona su Meta e YouTube è arrivata dopo una raffica di segnalazioni che spaziano dalla diffamazione fino alle violazioni di copyright. Segnalazioni che, nei fatti, sono riconducibili direttamente o indirettamente all’ecosistema Mediaset, comprese quelle provenienti da account collegati a Alfonso Signorini. È qui che la vicenda smette di essere solo personale e diventa sistemica.

Le big tech come attori politici, non arbitri neutrali

Molti hanno iniziato a capire, anche grazie alla visibilità di Corona, ciò che Matrice Digitale denuncia da anni: le big tech non sono arbitri neutrali, ma attori politici ed economici che decidono autonomamente chi può parlare, quando e a quali condizioni. La libertà di espressione non è un diritto garantito, ma una concessione revocabile, soprattutto quando entra in conflitto con interessi industriali di primo piano.

Nel momento in cui entra in gioco una sentenza, o anche solo una minaccia credibile di azione legale, le piattaforme arretrano. E arretrano ancora più rapidamente quando a muoversi è un gruppo come Mediaset, che occupa migliaia di lavoratori, fattura come leader europeo e possiede un peso politico e mediatico che nessun creator può avvicinare. Non è un’opinione, è un dato strutturale.

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La leva giudiziaria e la narrazione etica del risarcimento

Il contenzioso civile aperto da Mediaset contro Fabrizio Corona – una richiesta di risarcimento da 160 milioni di euro – è emblematico. Una cifra che Corona non possiede e non potrebbe mai sostenere. Per rendere l’operazione presentabile sul piano reputazionale, Mediaset ha dichiarato che un eventuale ricavato verrebbe destinato ad attività di contrasto a stalking e cyberbullismo. Una scelta comunicativa raffinata, che trasforma una causa civile in una battaglia etica, isolando ulteriormente l’imputato prima ancora del giudizio.

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Dal punto di vista tecnico, va detto ciò che molti evitano di ammettere: le richieste di copyright, in senso stretto, sono legittime. Le produzioni Mediaset non sono liberamente riutilizzabili, e il diritto di cronaca audiovisivo resta una zona grigia, spesso lasciata alla discrezionalità delle piattaforme e alla forza contrattuale delle parti.

Il punto non è il titolo giuridico. Il punto è l’uso selettivo e strategico di quel titolo.

Dal digitale all’economia reale: la pressione sui locali

La parte più inquietante della vicenda non riguarda però i social network. Riguarda il lavoro offline. Mediaset ha inviato comunicazioni ai gestori di locali e discoteche, invitandoli a “prestare attenzione” alle ospitate di Fabrizio Corona. Non un divieto formale, non un atto pubblico, ma una pressione indiretta che colpisce la sua principale fonte di reddito.

Qui emerge un elemento spesso sottovalutato. Le serate di Corona non sono solo intrattenimento. Sono momenti di aggregazione, di contatto diretto con un pubblico giovane e politicizzato, un bacino informale che Matrice Digitale ha già collegato a possibili convergenze con figure come Roberto Vannacci e Mario Adinolfi. Non è politica di partito, è politica di territorio.

Consenso, isolamento e strategia di logoramento

Sul piano dell’opinione pubblica, il bilancio resta ambiguo. L’inchiesta su Alfonso Signorini ha contribuito a ripulire l’immagine di Corona, ridimensionando la narrazione dell’“ex galeotto perpetuo”, spesso rilanciata da Selvaggia Lucarelli. Ma le incursioni successive negli aspetti personali dei dirigenti Mediaset hanno prodotto un consenso più fragile e meno trasversale.

Con la chiusura dei profili social, Corona ha perso la visibilità, il suo principale moltiplicatore di potere. Non per un singolo atto, ma per una somma di dinamiche che lo hanno progressivamente isolato. Le pressioni economiche completano il quadro. Non è censura frontale: è logoramento sistemico.

Una questione che riguarda tutti, non solo Corona

La domanda finale è inevitabile. Fabrizio Corona ha finito la benzina o sta entrando in una nuova fase? Quella che si profila non è solo una battaglia giudiziaria. È una battaglia civile e sociale. È lo scontro tra un individuo cresciuto dentro il sistema mediatico e un apparato industriale che dispone di strumenti legali, economici e comunicativi infinitamente superiori.

Tutto questo conferma ciò che Matrice Digitale ha già vissuto e documentato: una manciata di segnalazioni può distruggere una carriera, sia essa quella di un personaggio controverso o di un giornalista indipendente. Le piattaforme non premiano il contenuto più rilevante per l’interesse pubblico, ma chi non disturba equilibri consolidati.

Quando i profili di Matrice Digitale furono chiusi, Agcom e Garante Privacy risposero in 30 o 60 giorni. Oggi, l’Ordine dei Giornalisti prende le distanze da Corona sostenendo che “non si tratta di informazione”, ma non ha ancora risposto alla PEC inviata nel mese di ottobre e non risponderà. La domanda resta aperta: esistono giornalisti di serie A e giornalisti di serie B?

La solidarietà è selettiva. Dipende dal peso, dalla rispettabilità riconosciuta, dall’utilità sistemica di chi parla. Questo è il vero nodo della vicenda Corona–Mediaset. Non il personaggio, ma il meccanismo.

FAQ

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Fabrizio Corona è stato censurato da Mediaset o dalle piattaforme?

La rimozione dei contenuti e la chiusura dei profili avvengono tramite piattaforme private come Meta e YouTube, ma sono innescate da segnalazioni e pressioni legali riconducibili all’ecosistema Mediaset. Il meccanismo è indiretto, ma efficace.

Le segnalazioni per copyright erano legittime?

Sì, formalmente legittime. Il problema non è il diritto in sé, ma l’uso selettivo del copyright come strumento di silenziamento quando i contenuti diventano scomodi.

Perché la causa da 160 milioni di euro è considerata sproporzionata?

Perché rappresenta una pressione economica insostenibile per un individuo e funziona come deterrente preventivo, indipendentemente dall’esito giudiziario.

Questo caso riguarda solo Fabrizio Corona?

No. Riguarda tutti i creator, giornalisti e divulgatori che operano fuori dai circuiti certificati e possono essere colpiti da segnalazioni coordinate, rimozioni algoritmiche e isolamento economico.

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