Robinhood Chain entra in scena come testnet pubblica e prova a mettere un’etichetta precisa su un trend che nel 2026 non è più teorico: la finanza onchain vuole diventare un’estensione del mercato tradizionale, con equities tokenizzate, ETF, asset privati e strumenti DeFi che si muovono 24/7 senza incastri da “orari di borsa”. Nelle stesse settimane, Zero blockchain di LayerZero Labs alza l’asticella sull’interoperabilità e prova a parlare direttamente agli attori istituzionali, mentre l’altra metà del quadro si compone con numeri che fino a poco tempo fa erano impensabili: posizioni dichiarate da Goldman Sachs su ETF XRP e ETF Solana, investimenti e rail cross-chain legati a Tether e USDt0, integrazioni self-custody come Ledger con OKX DEX, derivati “nano” su Interactive Brokers con Coinbase Derivatives, sperimentazioni di settlement con Bank of England e Chainlink, e un fronte regolatorio che in Europa si irrigidisce sulle sanzioni verso la Russia.
Il punto non è fare la somma delle notizie. Il punto è capire che cosa sta diventando “infrastruttura” e cosa invece resta rumore di mercato. Nel 2026 l’adozione istituzionale non passa più soltanto da “comprare Bitcoin”, ma da tre leve operative: tokenizzazione, interoperabilità e settlement sincronizzato. E tutto questo convive con un’altra verità: la scala resta il collo di bottiglia, perché la blockchain non si rompe sull’hype, si rompe su storage, nodi e replica computazionale.
Robinhood Chain: la testnet L2 che punta a tokenizzazione 24/7 e self-custody
La traiettoria di Robinhood Chain è chiara: una rete Ethereum layer 2 che nasce con un obiettivo “da query” e non da manifesto filosofico, cioè rendere possibile un ecosistema di asset finanziari tokenizzati dove il perno è la self-custody e la continuità operativa 24/7. La scelta di tecnologia collegata a Offchain Labs e al mondo Arbitrum indica un orientamento pragmatico: ottimizzare compatibilità e toolchain, ridurre attrito per developer, e soprattutto sfruttare l’effetto rete dell’ecosistema Ethereum, invece di ricominciare da zero.
In un contesto in cui molti progetti parlano di RWA senza arrivare alla parte “negoziabile”, Robinhood sposta il discorso sulla meccanica: equities tokenizzate, ETF tokenizzati e asset privati come forma di rappresentazione e scambio onchain, con una logica che punta a eliminare lock-in e intermediazione. Il messaggio operativo è semplice e per questo efficace: se l’asset vive su una chain compatibile Ethereum, allora può agganciarsi a strumenti DeFi, strumenti di compliance, oracle e data layer già presenti, senza inventare ogni volta un’infrastruttura proprietaria.
Il dato più importante, lato mercato, non è solo che la testnet esiste, ma che l’ecosistema viene annunciato come developer-friendly, con endpoint e compatibilità strumenti. Quando una chain parla questo linguaggio, sta cercando di far partire la parte che conta davvero: applicazioni, liquidità e servizi. E infatti nel perimetro di integrazione compaiono nomi che, nel 2026, sono diventati sinonimo di “plumbing”: Chainlink, LayerZero, provider dati e strumenti di compliance come TRM, oltre a layer di accesso come Alchemy e stack di analytics.
Zero blockchain di LayerZero: architettura multi-core e validatori eterogenei per la finanza istituzionale
Zero di LayerZero Labs si posiziona in modo diverso: non è una L2 “per app”, ma una blockchain che pretende di essere un’infrastruttura di mercati finanziari in chiave enterprise, dove la promessa non è solo throughput ma architettura. Il concetto centrale è la separazione tra esecuzione e verifica tramite un disegno multi-core con validatori eterogenei, in contrasto con i modelli più omogenei dove ogni nodo replica l’esecuzione in modo ridondante.
Qui la parte interessante è la frizione storica che Zero prova a risolvere: da un lato, la finanza istituzionale vuole sistemi affidabili, auditabili, con una governance chiara; dall’altro, la blockchain permissionless soffre perché la replica computazionale e la crescita dello stato rendono costosa la scalabilità e spingono verso centralizzazione. Zero dichiara di voler ridurre questa inefficienza alla radice, perché nel 2026 il costo non è solo economico, è geopolitico e industriale: se per scalare devi centralizzare, perdi la promessa del modello.
L’operazione viene rafforzata dal supporto di soggetti e advisory di peso. La presenza di Citadel Securities e ARK Invest non è un dettaglio estetico: è un segnale che il progetto prova a parlare in modo diretto a flussi come trading ad alta intensità, post-trade e workflow istituzionali. E l’ingresso di figure come Cathie Wood in advisory board serve a posizionare la narrativa: Zero come “world computer” che non si limita a gestire token, ma prova a gestire asset e mercati con logiche da infrastruttura.
Il rovescio della medaglia è che questa fase è estremamente sensibile al rumore. Il token ZRO reagisce a speculazioni e leak, e questo nel 2026 è quasi un pattern: i mercati leggono la governance tokenizzata come proxy del futuro di una chain. Ma la domanda operativa resta sempre la stessa: quanta parte di quella promessa viene tradotta in adozione reale, flussi e strumenti che qualcuno usa in produzione?
Tether e USDt0: stablecoin come rail cross-chain e leva industriale
Quando entra in campo Tether, il discorso sulle blockchain cambia tono, perché le stablecoin sono già infrastruttura di fatto. L’idea che Tether investa strategicamente in LayerZero per accelerare l’adozione cross-chain non va letta come “finanziamento”, ma come consolidamento di un rail: USDt0 viene descritto come stablecoin multichain che si muove senza frammentare liquidità e con volumi cross-chain già importanti.
Nel 2026 la stablecoin non è più “solo trading”. È pagamento, settlement, cash management, e soprattutto è la risposta più immediata a due problemi pratici: velocità e costo. Se lo scambio di valore può avvenire in minuti invece che in giorni, il vantaggio competitivo non è teorico. È un vantaggio misurabile. Ed è per questo che l’interoperabilità non è un tema da conferenza: è un tema da bilancio.
In questo scenario, LayerZero si presenta come strato di comunicazione trustless tra reti, con nodi leggeri e una logica “senza bridge tradizionali” che punta a ridurre superfici d’attacco e complessità. Il 2026 è l’anno in cui la domanda latente diventa esplicita: il mercato non vuole più ponti fragili, vuole messaggistica cross-chain affidabile, perché su quella messaggistica viaggeranno stablecoin, collateral e tokenizzazione.
Goldman Sachs e gli ETF: XRP e Solana entrano nel perimetro “regolato”
Le posizioni dichiarate da Goldman Sachs su ETF XRP e ETF Solana sono uno spartiacque narrativo, perché spostano il baricentro dalla cultura crypto alla cultura del veicolo regolato. Il dato aggregato parla di 238 milioni di euro in esposizioni combinate, con un dettaglio che conta in chiave “query”: XRP viene distribuito tra più emittenti, mentre Solana risulta concentrata su alcuni strumenti principali.
Il segnale più forte è che, oltre a Bitcoin ed Ethereum, entrano nella lettura istituzionale due asset che per anni sono stati trattati come “periferia” rispetto al duo dominante. Qui l’interpretazione è operativa: se un’istituzione vuole esposizione senza gestione diretta di wallet e custody, sceglie l’ETF o il trust. Il perimetro regolato diventa il ponte, e quel ponte rende più facile la partecipazione di soggetti che, fino a poco tempo fa, restavano ai margini per vincoli reputazionali e di compliance.
In parallelo, il focus su afflussi e asset netti legati agli ETF XRP suggerisce un interesse crescente per prodotti che si presentano come “scommessa su adozione reale” e non solo su volatilità. Nel 2026, questa è la differenza tra rumore e segnale: se i flussi istituzionali vanno su strumenti regolati, allora l’asset entra in una categoria diversa, più vicina alla finanza tradizionale che al trading retail.
Ledger e OKX DEX: self-custody e swap non custodiali come mainstream
L’integrazione di OKX DEX dentro l’app Ledger ha una lettura molto concreta: portare lo swap non custodiale in una UX dove la sicurezza è “hardware-first”. Nel 2026 la narrativa sulla self-custody cambia perché non è più l’atto ideologico di “tenere le chiavi”, ma è un modo per ottenere efficienza e ridurre intermediazione mantenendo controllo.
Il dettaglio operativo che conta è che le transazioni restano approvate dal signer Ledger, e che l’integrazione promette swap su reti come Ethereum, Arbitrum, Optimism, Base, Polygon e BNB Chain. Qui l’effetto reale è la compressione di due mondi: l’utente non deve più “andare fuori” su DEX diversi, ma può accedere a liquidità aggregata in un perimetro più controllato.
Per il CTR, la promessa che funziona è sempre la stessa: swap migliori, meno frizione, e un percorso “senza intermediari” che però non sacrifica la sicurezza. È un tassello che si aggancia direttamente al tema Robinhood Chain e Zero: se la finanza diventa onchain, la custody e l’accesso alle pool DeFi diventano parte del workflow standard.
Interactive Brokers e Coinbase Derivatives: i “nano futures” come normalizzazione dei derivati crypto
Quando un broker tradizionale come Interactive Brokers espande futures crypto con contratti nano-sized tramite Coinbase Derivatives, la lettura non riguarda il trading speculativo, ma la normalizzazione di un’offerta. I derivati, in finanza, sono strumenti di gestione rischio, esposizione e strategia. E l’introduzione di tagli piccoli riduce barriere: meno capitale richiesto, più granularità, più controllo di posizione.
Nel 2026 questa mossa appare coerente con un’altra tendenza: l’infrastruttura stablecoin entra anche in contesti “da broker”, e la linea tra asset tradizionali e digitali diventa più sottile. L’effetto collaterale è che la domanda retail e semi-pro trova strumenti più “legittimi” nel circuito regolato, e questo sposta volumi e attenzione.
Bank of England e Chainlink: settlement sincronizzato tra denaro centrale e ledger di asset
La collaborazione tra Bank of England e Chainlink nel contesto di un lab di sincronizzazione settlement è uno dei punti più importanti del pacchetto 2026, perché parla di un problema che la finanza conosce bene: coordinare il trasferimento di valore tra sistemi diversi senza introdurre rischio di controparte e ritardi. Il fatto che l’esperimento venga posizionato come test con API e sistema simulato non riduce il valore strategico, lo chiarisce: qui si progettano capacità, non si fa marketing.
Il tema centrale è la sincronizzazione tra denaro di banca centrale e registri di asset digitali, dentro un orizzonte di modernizzazione di sistemi come RT2. Nel 2026, questo passaggio è cruciale perché collega la tokenizzazione a un requisito che l’industria non può bypassare: finalità del regolamento. Se non c’è finalità, la tokenizzazione resta rappresentazione; se c’è finalità, diventa mercato.
Canton Network e payroll in stablecoin: quando l’uso reale diventa misura di maturità
La prima transazione payroll eseguita tramite una rete come Canton Network usando stablecoin su ledger privato istituzionale è un altro segnale di “uso reale” che pesa più di molte narrative. Il payroll cross-border è un caso d’uso brutale: è costoso, lento, pieno di attriti e rischi di cambio. Se un rail stablecoin riduce il settlement a minuti e abbassa i costi, allora diventa una soluzione industriale, non un esperimento.
Il punto è che nel 2026 la finanza tokenizzata non vince quando promette “rivoluzione”, vince quando riduce tempi di pagamento, elimina passaggi e preserva confidenzialità. Canton prova a posizionarsi esattamente su quel confine, dove la decentralizzazione serve come infrastruttura, ma la privacy resta un requisito.
Regolamentazioni UE e sanzioni: il fronte crypto-Russia come stress test
La proposta europea di estendere o irrigidire un divieto sulle transazioni crypto legate alla Russia nel quadro di un nuovo pacchetto sanzionatorio va letta come stress test per l’intero settore. Nel 2026 la regolamentazione non si limita più a “protezione consumatore” o “mercati”, ma entra nel campo delle sanzioni e dell’enforcement, cercando di colpire l’ecosistema che abilita l’evasione più che il singolo exchange.
Il dettaglio che conta, per la traiettoria di mercato, è che questo tipo di intervento tende a spostare pressione su intermediari, strumenti di compliance, monitoraggio e controllo delle ramificazioni cross-border. In pratica, se la finanza onchain vuole crescere, deve dimostrare di poter convivere con enforcement e regole. È un passaggio inevitabile, ed è uno dei motivi per cui i progetti “istituzionali” spingono su governance, auditabilità e integrazione con stack di rischio.
Blockchain.com e FCA: quando la registrazione diventa un asset competitivo
L’approvazione o registrazione nel perimetro FCA per una piattaforma come Blockchain.com è un segnale di posizionamento: la compliance non è solo un costo, è una barriera d’ingresso. Nel 2026, in mercati come il Regno Unito, la capacità di offrire custodia, brokerage e servizi istituzionali con un framework riconosciuto diventa un vantaggio competitivo, soprattutto mentre si avvicina un regime regolatorio più stabile e strutturato. Per chi legge in chiave infrastruttura, questo è un tassello che si lega agli altri: se cresce il perimetro regolato, crescono veicoli come ETF e aumentano le integrazioni istituzionali. La finanza onchain diventa più “finanza” quando ha canali compliant per entrare e uscire.
Casi giudiziari e governance: SafeMoon, FTX e l’effetto reputazionale sulle nuove infrastrutture
Nel mezzo della spinta infrastrutturale, il 2026 continua a portarsi dietro il peso dei casi giudiziari. La condanna del fondatore di SafeMoon con una pena significativa e la richiesta di nuovo processo da parte di Sam Bankman-Fried in ambito FTX tengono viva una verità: la reputazione del settore è ancora un terreno instabile. Questi casi non sono “cronaca nera”. Sono un freno o un acceleratore indiretto, perché influenzano la velocità con cui istituzioni, regolatori e partner industriali decidono di integrare prodotti e reti. Più il settore dimostra maturità infrastrutturale, più questi casi diventano eccezioni; più resta frammentato, più diventano simboli.
Tools for Humanity e World: turnover, cultura e attrito regolatorio come rischio operativo
Il cambio di leadership e le uscite di figure chiave in Tools for Humanity nel perimetro di World aggiungono un altro tipo di rischio, meno tecnico e più organizzativo: la tecnologia può essere potente, ma senza stabilità interna, roadmap e governance, l’esecuzione perde velocità. Nel 2026 questo pesa soprattutto quando entrano in gioco temi come privacy, dati biometrici e ostacoli regolatori, perché l’organizzazione deve saper gestire conflitti, compliance e comunicazione. Per chi osserva i lanci Robinhood Chain e Zero, la lezione è indiretta ma utile: l’infrastruttura non è solo codice. È anche governance, persone e capacità di resistere alle pressioni esterne.
Scalabilità blockchain: storage, nodi e replica computazionale come vero limite
Il segmento più tecnico, e forse più determinante, è quello sulla scalabilità. Quando Bryan Pellegrino insiste sul fatto che la blockchain è limitata da storage layer e da inefficienze computazionali dei nodi, sta descrivendo un vincolo che nel 2026 diventa industriale: la crescita dello stato e la replica del lavoro su ogni nodo alzano i costi e spingono verso centralizzazione.
L’idea di uno storage layer capace di milioni di aggiornamenti al secondo e la critica alla replica “milione di volte” della stessa computazione sono messaggi che vanno letti insieme a Zero: se vuoi mercati 24/7, tokenizzazione, settlement e interoperabilità, devi risolvere la base. Altrimenti ottieni due esiti tipici: o centralizzi, o non scali. E nel 2026 entrambi gli esiti sono problemi, perché la finanza istituzionale vuole performance, ma non vuole infrastrutture che collassano su pochi nodi “privilegiati”.
La menzione di transizioni verso database log-based e di modelli che riducono overhead EVM serve a chiarire un punto: la prossima fase della finanza onchain non sarà decisa solo da chi lancia una chain, ma da chi rende sostenibile la validazione, il costo operativo e la crescita di stato nel lungo periodo.
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