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LVMH multata 23 milioni per data breach, Odido espone 6,2 milioni clienti

La stagione delle violazioni dati colpisce due settori strategici, luxury e telecomunicazioni, con conseguenze economiche e reputazionali rilevanti. In Corea del Sud, la Personal Information Protection Commission ha imposto sanzioni per circa 23 milioni di euro a società del gruppo LVMH dopo la compromissione di oltre 5,5 milioni di clienti. Nei Paesi Bassi, Odido ha confermato l’esposizione di 6,2 milioni di utenti in seguito a un cyberattacco rilevato a febbraio 2025.

Due casi diversi per dinamica e contesto normativo, ma un filo comune evidente: vulnerabilità nei sistemi cloud e responsabilità diretta delle aziende nella protezione dei dati personali, anche quando le piattaforme utilizzate sono SaaS di terze parti.

LVMH sotto sanzione: Louis Vuitton, Dior e Tiffany nel mirino

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La PIPC sudcoreana ha inflitto sanzioni complessive pari a circa 23 milioni di euro a Louis Vuitton, Dior e Tiffany, marchi appartenenti al gruppo LVMH. Le indagini hanno accertato lacune strutturali nei controlli di sicurezza, in particolare per quanto riguarda restrizioni IP, autenticazioni robuste e limiti al download massivo dei dati. Nel caso di Louis Vuitton, un’infezione malware su un dispositivo aziendale ha consentito agli attaccanti di accedere a un sistema SaaS utilizzato dal 2013. Sono stati compromessi i dati di 3,6 milioni di clienti, inclusi nomi, numeri di telefono, indirizzi email, indirizzi postali e cronologia acquisti. La multa per il brand ammonta a circa 15 milioni di euro. La Commissione ha inoltre ordinato la pubblicazione pubblica della sanzione sul sito ufficiale. L’attacco è stato collegato da ricercatori di sicurezza a gruppi come ShinyHunters, noti per aver preso di mira piattaforme cloud come Salesforce. La PIPC ha ribadito un principio chiave: l’uso di strumenti SaaS non trasferisce la responsabilità della sicurezza al fornitore. Le aziende restano pienamente responsabili della protezione dei dati dei clienti.

Dior e Tiffany: phishing e voice phishing

Dior ha subito un attacco di phishing ai danni di un dipendente del servizio clienti, che ha consentito l’accesso a un sistema SaaS operativo dal 2020. Sono stati esposti i dati di 1,95 milioni di clienti. Le carenze evidenziate includono assenza di whitelist IP, controlli insufficienti sui download e monitoraggio log inadeguato. Il breach è rimasto inosservato per oltre tre mesi e la notifica alla PIPC è avvenuta oltre il limite di 72 ore previsto dalla normativa PIPA. La sanzione è pari a circa 8,6 milioni di euro. Tiffany è stata invece colpita da un attacco di voice phishing, che ha permesso l’accesso ai dati di circa 4.600 clienti. Anche in questo caso sono emerse lacune nei controlli IP e nelle restrizioni operative. La multa è di circa 1,7 milioni di euro. Le violazioni hanno evidenziato un elemento trasversale: l’errore umano resta una delle principali superfici di attacco, soprattutto quando combinato con ambienti cloud non adeguatamente segmentati e monitorati.

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Odido: 6,2 milioni di clienti coinvolti

Nei Paesi Bassi, Odido, operatore nato nel 2023 dal rebranding di T-Mobile e Tele2 Netherlands, ha rilevato un cyberattacco nel fine settimana del 7 febbraio 2025. Gli attaccanti hanno ottenuto accesso al sistema di gestione contatti clienti e hanno scaricato dati personali di 6,2 milioni di utenti. Le informazioni esposte includono nomi completi, indirizzi, numeri mobili, indirizzi email, IBAN, date di nascita e numeri identificativi come passaporto o patente. L’azienda ha precisato che non sono stati compromessi password, registri chiamate, dati di localizzazione o copie di documenti. Odido ha notificato l’incidente all’Autoriteit Persoonsgegevens e ha informato i clienti via email entro 48 ore. Ha inoltre dichiarato di aver immediatamente bloccato gli accessi non autorizzati e di aver coinvolto esperti di cybersecurity interni ed esterni per l’analisi forense. La presenza di IBAN e date di nascita tra i dati esposti aumenta significativamente il rischio di frodi bancarie e furto di identità, rendendo necessario un monitoraggio attivo da parte degli utenti coinvolti.

Responsabilità e compliance: PIPA e GDPR al centro

I casi LVMH e Odido mettono in evidenza il ruolo crescente delle autorità di protezione dati. In Corea del Sud, la PIPC ha applicato rigorosamente la Personal Information Protection Act, imponendo non solo multe ma anche obblighi di trasparenza pubblica. Nei Paesi Bassi, il quadro normativo di riferimento resta il GDPR, che impone notifiche rapide e misure tecniche adeguate. Le autorità hanno ribadito che la responsabilità del trattamento resta in capo all’azienda titolare dei dati, indipendentemente dall’utilizzo di servizi cloud o piattaforme terze. Questo implica audit continui, autenticazione multi-fattore, segmentazione delle reti, monitoraggio comportamentale e formazione costante del personale. Le sanzioni milionarie rappresentano un deterrente economico, ma anche un segnale politico: la protezione dei dati personali è diventata un elemento strutturale della governance aziendale.

Impatto reputazionale e rischio finanziario

Per marchi come Louis Vuitton, Dior e Tiffany, la violazione dei dati non incide solo sul piano legale. Il settore luxury fonda il proprio valore sulla fiducia e sull’esclusività, e la perdita di dati personali mina questa percezione. Anche se i ricavi del gruppo LVMH superano ampiamente l’importo delle sanzioni, l’impatto reputazionale può avere effetti indiretti sulle vendite e sulla fidelizzazione. Nel caso di Odido, il rischio riguarda la fiducia dei clienti telecom, un segmento in cui la stabilità e la protezione delle informazioni personali sono centrali. L’esposizione di IBAN e dati identificativi può generare richieste di cambio operatore o azioni legali individuali. Entrambe le aziende hanno avviato programmi di rafforzamento delle difese, inclusi audit di sicurezza, implementazione di MFA obbligatoria e revisione dei contratti con fornitori SaaS.

Cloud, SaaS e nuove superfici di attacco

Un elemento comune ai due casi è l’utilizzo di infrastrutture cloud e strumenti SaaS. Questi ambienti offrono scalabilità e flessibilità, ma introducono nuove superfici di attacco. Controlli IP insufficienti, logging inadeguato e permessi eccessivi rappresentano fattori critici. I gruppi di hacker sfruttano sempre più spesso tecniche di phishing mirato e social engineering, combinandole con malware in grado di intercettare credenziali e token di accesso. Una volta ottenuto l’accesso legittimo a un sistema cloud, l’esfiltrazione dei dati può avvenire in modo silenzioso e graduale. La lezione è chiara: la sicurezza cloud non è automatica per definizione, ma richiede configurazioni rigorose e monitoraggio costante.

Clienti esposti: quali rischi concreti

Per i clienti coinvolti, i rischi non si limitano allo spam. La combinazione di nome, data di nascita, indirizzo e IBAN può facilitare operazioni di social engineering e tentativi di frode bancaria. Nel caso dei brand luxury, anche la cronologia acquisti può essere sfruttata per truffe mirate che simulano comunicazioni ufficiali. Le aziende hanno avviato notifiche personalizzate e linee di assistenza dedicate. Tuttavia, la prevenzione primaria resta nelle mani dei titolari dei dati, attraverso controlli tecnici adeguati e processi di risposta rapidi.

Un segnale per l’intero mercato

Le sanzioni a LVMH e il breach di Odido segnano un momento di svolta. Il messaggio delle autorità è inequivocabile: la protezione dei dati non è un costo accessorio, ma un requisito strutturale di governance. Le aziende che operano in settori ad alta visibilità – luxury, telecom, fintech – diventano obiettivi privilegiati e devono adottare standard di sicurezza proporzionati al rischio. L’evoluzione normativa e tecnologica procede in parallelo. Mentre i regolatori rafforzano i controlli, le aziende sono spinte a integrare sicurezza e privacy by design nei propri sistemi. I casi recenti dimostrano che la mancata prevenzione può tradursi in multe milionarie, perdita di fiducia e costi operativi elevati.

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