YouTube sta testando un’idea che, detta così, suona quasi come un ossimoro: notifiche “tutte” che non sono più davvero “tutte”. La piattaforma sta sperimentando una consegna selettiva degli avvisi push per alcuni canali, anche quando l’utente ha scelto esplicitamente l’opzione che dovrebbe garantire ogni notifica. Il punto, nella logica di YouTube, non è “togliere” qualcosa all’utente, ma evitare l’effetto collaterale più pericoloso: il sovraccarico che porta a spegnere tutto, disattivando le notifiche a livello di app. Il test, attivo da marzo 2025 su un gruppo limitato di utenti, introduce un filtro basato su un concetto che la piattaforma tratta come moneta primaria: l’engagement recente. Se un iscritto non interagisce da un po’ con un canale, YouTube può ridurre o azzerare le notifiche push di quel canale, pur lasciando inalterati altri punti di accesso agli aggiornamenti, in particolare la casella inbox interna all’app. Per gli utenti che invece interagiscono attivamente, la consegna degli avvisi rimane invariata. La scelta di comunicare la sperimentazione tramite un thread dedicato agli esperimenti è un segnale interessante. YouTube sa di toccare un’area sensibile: le notifiche sono l’infrastruttura invisibile che collega creazione, distribuzione e ritorno dell’attenzione, e qualsiasi intervento sul “rubinetto” viene letto come una modifica dell’equilibrio tra piattaforma e creator.
Perché YouTube sta mettendo mano alle notifiche “tutte”
Il problema che YouTube dice di voler risolvere è comportamentale e, in parte, prevedibile: molti utenti si iscrivono a decine o centinaia di canali, attivano “tutte” su più iscrizioni e poi, con il passare del tempo, smettono di seguire davvero una parte di quei canali. Non aggiornano le preferenze una per una, perché è un lavoro noioso e spesso dimenticato. Quando però le notifiche diventano troppe, la reazione più comune non è “limito questo canale”, ma disattivo le notifiche dell’app YouTube. È un gesto drastico e, soprattutto, irreversibile dal punto di vista del creator: a quel punto non perdi solo qualche push, perdi il canale di richiamo principale verso l’utente. In questa prospettiva, la selettività è una forma di protezione dell’ecosistema. YouTube preferisce inviare meno notifiche a chi è freddo, pur di preservare la disponibilità alle notifiche per chi è caldo. È un ragionamento tipico delle piattaforme mature: meglio ridurre rumore in periferia per mantenere l’efficacia del sistema nel centro.
Cosa cambia davvero per l’utente che ha scelto “tutte”
La modifica non elimina la possibilità di ricevere aggiornamenti, ma cambia la gerarchia dei canali. Con questo test, YouTube tratta la notifica push come premio di attenzione recente. Se non guardi, non metti like, non interagisci, la piattaforma può decidere che mandarti push è inefficiente e potenzialmente dannoso, perché aumenta la percezione di spam. In compenso, YouTube mantiene l’accesso agli upload tramite la inbox, quindi gli aggiornamenti “esistono” ancora, ma non entrano più nel flusso più invasivo del telefono. È un dettaglio cruciale: il test non è una cancellazione dell’informazione, è un cambio di canale di consegna. YouTube non sta dicendo “non te lo faccio vedere”, sta dicendo “non te lo interrompo”. Questa distinzione è coerente con una tendenza più ampia: ridurre gli elementi che generano frizione, soprattutto su mobile, dove l’attenzione è volatile e la concorrenza tra app è brutale. YouTube segnala anche un’eccezione importante: i canali che pubblicano contenuti raramente non dovrebbero subire cambiamenti significativi. La ragione è semplice e quasi meccanica: se un canale carica poco, non genera quel volume di notifiche che innesca saturazione. In altre parole, la sperimentazione sembra mirata soprattutto ai flussi ad alta frequenza, dove il rischio di overload è più alto.
L’effetto collaterale per i creator: la reach “silenziosa” si restringe
Dal punto di vista dei creator, il tema non è teorico. YouTube stessa collega il fenomeno alla scheda audience, dove i canali possono osservare gli impatti delle notifiche e delle disattivazioni a livello di app. Se il test riduce push a iscritti meno attivi, si crea una conseguenza immediata: diminuisce la reach da notifiche verso segmenti dormienti. Qui si apre una questione delicata. Per anni, molti creator hanno trattato la call to action “attiva la campanella su tutte” come una garanzia di distribuzione. Questo test incrina l’idea che la scelta dell’utente sia una condizione sufficiente. Con la nuova logica, la condizione diventa doppia: scelta dell’utente più segnale di interesse recente. È un passaggio sottile ma potente, perché sposta il significato di “tutte” da promessa statica a promessa dinamica. YouTube, dal canto suo, rivendica un bilanciamento: i creator raggiungono un’audience più coinvolta, gli utenti ricevono meno interruzioni e quindi sono meno portati a spegnere tutto. Ma è evidente che, per alcuni canali, questo può tradursi in un calo di traffico ricorrente dagli iscritti “dimenticati”, quelli che non hanno più seguito attivo ma restano iscritti per inerzia.
Un algoritmo che misura l’interesse: cosa può contare come “engagement”
YouTube non dettaglia in modo pubblico tutte le metriche, ma è plausibile che il filtro guardi a segnali come visualizzazioni recenti, interazioni, sessioni, e magari anche azioni più leggere, come l’apertura dell’app in prossimità di un upload. Il punto non è la singola metrica, ma il cambio di paradigma: la notifica push non è più un diritto pieno derivante da un setting, ma un output che dipende dalla probabilità di risposta. Per l’utente, questo può risultare comodo. Per il creator, significa che la relazione con l’iscritto passa ancora di più dalla capacità di generare azioni ricorrenti. In un contesto così, la frequenza di upload da sola non basta, perché paradossalmente può diventare controproducente: più contenuti pubblichi, più aumenti la probabilità che un utente freddo percepisca saturazione, più crescono le chance che YouTube riduca push o che l’utente disattivi tutto.
La promessa di YouTube: meno overload, più notifiche “salvate”
Il cuore della narrativa di YouTube è la prevenzione dell’abbandono totale delle notifiche. Se l’esperimento funziona, la piattaforma potrebbe ottenere un risultato che interessa molto più a lei che ai singoli canali: mantenere attivo il canale push come infrastruttura di retention. In termini di prodotto, è un tentativo di ottimizzazione sistemica: ridurre l’irritazione complessiva per aumentare la probabilità che gli utenti accettino la presenza delle notifiche nel lungo periodo. Da qui anche la scelta di conservare gli avvisi nella inbox. YouTube vuole che l’utente, se davvero interessato, possa recuperare gli aggiornamenti senza perdere informazione, ma senza subire interruzioni costanti. È una soluzione “a due livelli” che rispecchia un principio comune nelle piattaforme: spostare il contenuto dal canale intrusivo al canale consultivo.
Il punto politico: trasparenza, controllo e fiducia
Resta un nodo di fiducia. Un’opzione chiamata “tutte” comunica un’intenzione chiara, e l’utente tende a interpretarla come “non filtrare”. Anche se la piattaforma dichiara che la modifica si applica a chi non è più coinvolto, l’effetto percepito può essere ambiguo: l’utente potrebbe non capire perché non riceve più push da un canale che ha segnato come prioritario. E il creator, di riflesso, potrebbe attribuire cali di notifiche a scelte opache della piattaforma. Il fatto che YouTube stia raccogliendo feedback e che il test sia limitato e progressivo indica che la società è consapevole della sensibilità del tema. Se questa sperimentazione dovesse diventare standard, la questione centrale sarà una sola: quanto controllo reale resta nelle mani dell’utente e quanto, invece, viene riassorbito dal modello di rilevanza della piattaforma.
Un segnale più ampio: l’era dell’attenzione “conservata”
Questa sperimentazione non è solo un dettaglio di prodotto. È un segnale di maturità dell’ecosistema: quando una piattaforma arriva a un certo volume di contenuti e iscrizioni, il rischio non è più “mancanza di scelta”, ma eccesso di stimoli. In quel contesto, il valore non è consegnare tutto, ma consegnare ciò che mantiene l’utente in equilibrio, evitando reazioni drastiche. YouTube sta dicendo, in sostanza, che preferisce gestire l’attenzione come risorsa fragile, anche a costo di riscrivere il significato pratico di un’impostazione storica. Per gli utenti, il beneficio è una riduzione del rumore. Per i creator, la sfida è più sottile: non basta essere seguiti, bisogna restare recentemente rilevanti, altrimenti la campanella “tutte” può diventare una promessa condizionata.
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