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Bce: euro digitale nel 2027 e prima emissione nel 2029 tra sovranità monetaria, banche e accessibilità

La Banca centrale europea mette una data sul passaggio più delicato dell’euro digitale: un pilota di 12 mesi a metà 2027, seguito da un’emissione iniziale nel 2029. L’indicazione arriva il 18 febbraio 2026 durante un incontro con l’Associazione bancaria italiana, quando Piero Cipollone, membro del consiglio esecutivo, descrive l’avanzamento del progetto come una risposta a due pressioni che ormai convivono nello stesso frame: la richiesta di strumenti di pagamento allineati all’economia digitale e la necessità di rafforzare la sovranità monetaria in un continente che dipende sempre di più da reti di pagamento non europee. L’euro digitale, nella traiettoria delineata, non nasce per sostituire il contante, ma per operare accanto al contante con un’infrastruttura che rimane sotto il controllo dell’Eurosystem. Il cuore del design è un sistema di settlement centralizzato, capace di registrare e verificare transazioni e detenzione in tempo reale. Non è un progetto “crypto” e non si basa su blockchain, ma incorpora principi ispirati alle tecnologie DLT per aumentare resilienza, efficienza e affidabilità in un’architettura multi-regione pensata per reggere continuità operativa e minacce cyber.

Dalla fase investigativa alla preparazione tecnica: novembre 2025 come spartiacque

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La Bce colloca l’avvio della fase di preparazione tecnica a novembre 2025, dopo due anni di lavoro preliminare. È un passaggio importante perché sposta il progetto dalla dimensione “di studio” alla dimensione “di costruzione”: infrastrutture, test su componenti, definizione di protocolli, integrazione con attori di mercato che, nei pagamenti, non sono comparse ma colonne portanti. In questa fase la banca centrale coinvolge fornitori di servizi di pagamento e commercianti, per verificare in anticipo quanto l’euro digitale sia compatibile con i flussi reali e con i sistemi già in uso. È qui che la Bce prova a rendere credibile una promessa centrale: non creare un circuito parallelo scollegato dall’ecosistema, ma un’infrastruttura pubblica che si appoggi a canali privati per distribuzione, interfacce e relazione con l’utente finale.

Il pilota 2027: un anno, partecipanti selezionati e quattro scenari in ambiente controllato

Il pilota è descritto come un test in ambiente controllato, con durata 12 mesi. La Bce prevede la partecipazione di banche selezionate, rivenditori e personale di banca centrale, con l’obiettivo di verificare quattro scenari di transazione. Il perimetro controllato serve a una cosa precisa: raccogliere evidenze empiriche su prestazioni, usabilità e robustezza senza esporre l’intero sistema a rischi sistemici. Il dato politico-tecnico è che la Bce non parla di “esperimento aperto” al pubblico indistinto, ma di un pilota guidato e selettivo. È una scelta coerente con la natura del progetto: un’infrastruttura monetaria europea non può comportarsi come un’app consumer in beta perenne. Deve poter dimostrare, con dati e auditabilità, che tempi di transazione, gestione degli errori, resistenza al carico e risposta alle anomalie siano compatibili con l’idea di moneta della banca centrale.

Il nodo legislativo: senza regolamento Ue non c’è rollout

La timeline operativa della Bce è agganciata a una condizione esterna: la finalizzazione dei regolamenti da parte dei legislatori dell’Unione europea “quest’anno”, come viene indicato nel racconto. La Bce descrive un quadro in cui il Consiglio adotta una posizione a dicembre 2025, mentre il Parlamento punta a chiudere il proprio orientamento intorno a maggio. Questo passaggio è più che burocratico: definisce limiti, requisiti, responsabilità e cornici di tutela che rendono l’euro digitale un prodotto istituzionale e non una sperimentazione tecnologica. Dentro il processo legislativo entrano temi che, inevitabilmente, polarizzano: privacy, governance dei dati, concorrenza, impatti sugli intermediari, e soprattutto i parametri che stabiliscono come l’euro digitale possa essere detenuto e usato senza diventare un canale di disintermediazione o un fattore di instabilità bancaria. È qui che la Bce insiste su un messaggio chiave: l’euro digitale deve preservare il ruolo delle istituzioni finanziarie tradizionali.

Distribuzione e ruolo delle banche: accesso tramite conti e wallet di operatori autorizzati

Nel modello descritto, gli utenti non aprono “conti” direttamente con la banca centrale. Accedono agli euro digitali tramite conti presso banche autorizzate e fornitori di pagamento, finanziando il wallet digitale da conti esistenti. Le transazioni avvengono attraverso app, carte o dispositivi, cioè con interfacce che l’utente riconosce e che gli operatori possono integrare in ecosistemi già costruiti. Questo impianto ha un obiettivo esplicito: evitare la disintermediazione e mantenere le banche nel ruolo di front-end, con possibilità di costruire servizi a valore aggiunto attorno al wallet, mantenendo al tempo stesso la moneta digitale come passività di banca centrale. Il messaggio di stabilità è chiaro: l’euro digitale non deve riscrivere da zero il sistema bancario, ma modernizzare il livello dei pagamenti con un asset pubblico digitale.

Accessibilità come requisito, non come nota a margine: partnership con Fondazione Once

Uno degli elementi più significativi, nel racconto, è la partnership tra Bce e Fondazione Once per garantire l’usabilità dell’euro digitale a persone con disabilità, scarsa competenza tecnica o età avanzata. La scelta pesa perché colloca l’accessibilità non come “funzione extra”, ma come requisito di sistema: se l’euro digitale nasce per essere un’infrastruttura europea, deve poter essere usato anche da chi oggi fatica con app, autenticazioni e interfacce mobile-first. Qui la posta in gioco non è solo sociale. È anche politica e strategica: un euro digitale percepito come strumento per pochi rischia di fallire nel consenso, mentre l’inclusione rafforza l’idea di moneta pubblica digitale come complemento universale al contante. L’accessibilità, in questa logica, diventa parte della legittimazione.

Piattaforma centralizzata, niente blockchain: un design ibrido con principi DLT

La Bce chiarisce che l’euro digitale non sarà basato su blockchain. L’infrastruttura di settlement resta centralizzata, gestita dall’Eurosystem, con registrazione e verifica delle transazioni e della detenzione. Allo stesso tempo, la banca indica l’adozione di principi ispirati alle DLT per ottenere benefici tipici dei sistemi distribuiti, senza importarne i vincoli operativi e di governance. È un punto tecnico che vale anche come messaggio politico: la Bce vuole un sistema con controllo istituzionale, auditabilità e responsabilità chiare, ma non vuole nemmeno un “single point of failure” fragile. Da qui l’enfasi su un’architettura multi-regione, sicura e resiliente, dove distribuzione e ridondanza vengono integrate come proprietà di affidabilità, non come ideologia tecnologica.

Sovranità monetaria e dipendenza da reti non Ue: la ragione geopolitica dietro l’euro digitale

La motivazione più strutturale, nel discorso, è la difesa dell’indipendenza monetaria europea in un contesto in cui infrastrutture di pagamento e circuiti globali non europei rappresentano un livello di dipendenza che non è solo economico, ma geopolitico. La Bce presenta l’euro digitale come una salvaguardia: un modo per assicurare che, in un’economia sempre più digitale, l’Europa disponga di un’infrastruttura pubblica in grado di operare anche quando le condizioni di mercato o di politica industriale cambiano. Questa chiave spiega anche la prudenza sulla timeline: pilota nel 2027, emissione nel 2029, con l’idea di un’adozione graduale e misurata. La Bce non cerca la velocità fine a sé stessa. Cerca un equilibrio tra innovazione, stabilità finanziaria, legittimazione politica e robustezza tecnica.

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