Cloudflare spagna pirateria

Pressioni “pirata” su Cloudflare e VPN: Capitanio asfalta Giomi

Europa stringe sui “facilitatori” della pirateria: il Tribunale di Milano ordina a Cloudflare il blocco immediato di 31 domini e introduce un meccanismo dinamico anti-cloni, mentre in Spagna una corte impone a NordVPN e ProtonVPN restrizioni su siti legati alle dirette illegali di LaLiga. Nel giro di poche settimane, la traiettoria europea cambia tono e bersagli: non più soltanto i portali che pubblicano contenuti illeciti, ma anche l’infrastruttura che rende quei portali resilienti, difficili da localizzare e veloci nel ricomparire con nuovi indirizzi. Il punto di rottura non è solo giuridico. È operativo. Le misure diventano tempestive, automatizzabili e soprattutto “a inseguimento”, cioè capaci di colpire le varianti di dominio senza aprire ogni volta un nuovo procedimento. È il passaggio che tenta di chiudere il divario tra il ritmo industriale della pirateria e la lentezza fisiologica della giustizia.

Italia, il provvedimento del Tribunale di Milano: Cloudflare chiamata a bloccare 31 siti “pirata”

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Il caso italiano nasce da una richiesta cautelare presentata da Indiana Production e Medusa Film il 3 dicembre 2025, a ridosso dell’uscita di “Buen Camino” di Checco Zalone. Il dettaglio che pesa nel ragionamento del giudice è la presenza della locandina del film su portali noti per lo streaming illegale, accompagnata da annunci di imminente disponibilità gratuita. In termini giudiziari, quel materiale diventa un indicatore di rischio concreto e attuale di danno economico, tanto più nel periodo natalizio, quando la finestra di sfruttamento commerciale è più sensibile e le copie illegali tendono a propagarsi con maggiore velocità. Il Tribunale di Milano interviene con un provvedimento d’urgenza che impone a Cloudflare di interrompere immediatamente l’erogazione dei propri servizi verso 31 domini indicati, tra cui vengono citati nomi come Streaming Community, Altadefinizione e Cineblog01. Il fulcro è che Cloudflare, in questo schema, non viene trattata come “editore” dei contenuti, ma come intermediario tecnico che, attraverso DNS pubblico, CDN e reverse proxy, offre agli operatori dei siti un vantaggio strutturale: mascherare gli indirizzi IP reali, distribuire traffico, assorbire attacchi e rendere più difficile l’identificazione dei backend. Il passaggio che rende il provvedimento particolarmente incisivo è l’impostazione: l’ordine si fonda sull’articolo 156 della legge sul diritto d’autore, che consente l’inibizione nei confronti degli intermediari anche senza dover dimostrare una conoscenza specifica delle violazioni. In altre parole, la tutela d’urgenza può “attraversare” la catena tecnica e colpire chi fornisce le condizioni operative che rendono la violazione praticabile e scalabile.

Sanzioni e obblighi informativi: la leva economica per rendere il blocco “inevitabile”

Il provvedimento non si limita a imporre lo stop. Introduce anche una pressione economica pensata per eliminare ambiguità e ritardi: 10.000 euro al giorno in caso di mancata o tardiva esecuzione del blocco e 5.000 euro per l’eventuale mancata trasmissione di informazioni richieste. È una struttura che mira a rendere l’ordine eseguibile e misurabile: se l’intermediario rallenta, paga. Se non collabora sull’identificazione degli account, paga. In parallelo, viene imposto a Cloudflare l’obbligo di trasmettere dati identificativi utili a risalire ai gestori, nei limiti di quanto disponibile nella relazione contrattuale e tecnica. Questo elemento sposta ulteriormente il baricentro: non solo “spegni”, ma contribuisci a disambiguare chi sta dietro l’infrastruttura, rendendo più difficile l’anonimato operativo e la rotazione infinita di domini.

Il “blocco dinamico” contro i domini-clone: due giorni lavorativi per inseguire le varianti

La parte più strategica dell’ordine è il meccanismo dinamico. Le produzioni segnalano le varianti dei domini e Cloudflare deve bloccarle entro due giorni lavorativi. Qui la misura diventa una risposta diretta al modello industriale della pirateria: quando un dominio viene bloccato, ne nasce un altro; quando l’IP viene esposto, si cambia hosting; quando un nome viene oscurato, si moltiplicano sottodomini e mirror. Il blocco dinamico prova a spezzare questa economia di sostituzione rapida. Non richiede un nuovo giudizio per ogni “rinascita”, non alimenta una catena infinita di ricorsi, e soprattutto trasforma la lotta alla pirateria in un processo continuo più che in una sequenza di atti isolati. Il giudice, secondo il quadro descritto, bilancia anche il tema più delicato sul piano europeo: il divieto di imporre una sorveglianza generale. La chiave è che l’obbligo non chiede a Cloudflare di monitorare “tutto”, ma di reagire a segnalazioni circostanziate su domini specifici, in un perimetro definito. È una differenza sottile, ma è la differenza che consente di far convivere enforcement e principi UE.

Agcom e la conferma operativa: Cloudflare inizia a eseguire i blocchi

Il passaggio dall’ordine alla realtà è ciò che spesso determina la credibilità di una misura. Nel racconto, arriva la conferma pubblica: Agcom comunica che Cloudflare ha iniziato a eseguire i blocchi, con una presa di posizione rilanciata dal commissario Massimiliano Capitanio su LinkedIn. Il messaggio istituzionale, in questo contesto, ha due funzioni: certifica che la misura è tecnicamente fattibile e rafforza l’idea che il sistema italiano non si basi su annunci, ma su esecuzione. C’è anche un elemento di “pedagogia del blocco”: gli utenti, tentando di accedere ai portali, incontrano pagine di reindirizzamento che indicano l’autorità che ha emesso l’ordine e i titolari dei diritti. Non è un dettaglio cosmetico. È un modo per dare tracciabilità all’intervento e ridurre l’accusa ricorrente di oscuramenti opachi o arbitrari.

Spagna, il salto su NordVPN e ProtonVPN: i VPN entrano nel perimetro antipirateria

Se l’Italia colpisce la “camicia” infrastrutturale dei siti attraverso un provider come Cloudflare, la Spagna apre un fronte più controverso: una corte impone a NordVPN e ProtonVPN il blocco di 16 siti legati alle trasmissioni illegali di partite di LaLiga. È un passaggio che pesa perché i VPN, per definizione, non sono un “sito” e non sono un “hosting” dei contenuti. Sono un servizio di rete che può essere usato per privacy e sicurezza, ma anche per eludere geoblocchi e accedere a stream illeciti. La decisione viene descritta come emessa senza udienza per i provider, applicando la cornice UE dei Servizi Digitali, e basandosi su un impianto probatorio costruito da LaLiga e Telefónica attraverso la preservazione di prove digitali delle trasmissioni illecite. Qui la pirateria sportiva gioca su una variabile critica: il tempo reale. Se perdi mezz’ora, perdi il valore dell’intervento. È per questo che il modello cautelare accelera e che i titolari dei diritti spingono su misure che possano “tagliare” l’accesso mentre l’evento è ancora in corso. La tesi di fondo è che i VPN facilitano l’accesso ai contenuti geograficamente limitati e possono distorcere la posizione reale dell’utente. Ed è proprio questo che rende la misura un precedente: non si limita a colpire chi trasmette, ma tenta di ridurre l’efficacia dell’elusione.

Il nodo del contraddittorio: i provider contestano notifica e diritto di difesa

L’altro lato della medaglia è immediato: ProtonVPN e NordVPN contestano l’ordine, sostenendo di non essere stati notificati correttamente e di non aver avuto l’opportunità di difendersi. In un’Europa in cui l’enforcement digitale tende a espandersi, il tema del giusto processo diventa centrale: accelerare è utile, ma il rischio è aprire un conflitto strutturale con la legittimazione delle misure. È qui che la differenza tra il caso italiano e quello spagnolo diventa politica oltre che tecnica. L’Italia costruisce un meccanismo dinamico dentro un ordine che colpisce un intermediario legato direttamente ai domini e ai servizi di distribuzione. La Spagna sperimenta una strada che tocca un servizio percepito anche come strumento di libertà digitale. La tensione è inevitabile: se colpisci un VPN, colpisci anche utenti che lo usano per scopi leciti. E se lo fai senza contraddittorio, il tema si sposta dal copyright alla governance.

Perché i blocchi a CDN, DNS e VPN cambiano il mercato della pirateria

Questi provvedimenti raccontano una trasformazione: la lotta alla pirateria non si limita più a inseguire i siti, ma tenta di disarticolare la catena di resilienza. I portali illegali sopravvivono perché possono nascondere backend, ruotare domini, distribuire traffico e monetizzare rapidamente. Colpire un nodo come Cloudflare significa ridurre la capacità di “sparire” dietro un proxy e la velocità di ripartenza. Colpire un VPN, almeno nelle intenzioni, significa ridurre la platea che riesce a bypassare blocchi e georestrizioni con un click. Il rischio, però, è altrettanto chiaro: più ti sposti verso l’infrastruttura, più devi evitare che la misura diventi indiscriminata. È per questo che i provvedimenti insistono su liste di domini, aggiornamenti controllati e tempi rapidi di esecuzione. Il modello europeo che si sta delineando prova a restare nel perimetro di interventi “mirati”, ma la pressione dei titolari dei diritti, soprattutto nello sport, spinge verso soluzioni sempre più aggressive.

Italia e Spagna come laboratorio europeo: l’effetto domino su intermediari globali

La combinazione tra ordine del Tribunale di Milano e precedente spagnolo sui VPN segnala una convergenza: l’Europa sta costruendo un arsenale di misure che rendono gli intermediari parte attiva dell’enforcement. Questo ha un impatto immediato sul modo in cui operatori globali gestiscono compliance territoriale, escalation legale e policy di servizio. Se un intermediario può essere chiamato a bloccare “entro due giorni lavorativi” varianti di dominio, deve predisporre processi e automazioni. Se un VPN può finire in un ordine cautelare, deve ripensare gestione di richieste legali e visibilità pubblica. Per i titolari dei diritti, è un cambio di passo: non più solo rimozioni lente o blocchi che arrivano quando il danno è già fatto, ma strumenti che provano a intervenire nel momento in cui l’illecito si prepara o si consuma. Per la pirateria, è un aumento dei costi operativi e un restringimento degli spazi di manovra. Per gli utenti, è l’ingresso in una fase in cui la frontiera tra tutela dei diritti e impatto sull’accesso alla rete diventa più sottile, e quindi più conflittuale.

L’inciucio Capitanio Giomi e l’analfabetismo dei paladini della rete

Massimiliano Capitanio ancora una volta incassa la vittoria dapprima contro chi riteneva il Piracy Shield uno strumento che avrebbe rotto la rete Internet, ma anche con la sua collega AgCom Prof. Elisa Giomi che aveva avallato strumenti alternativi votando contro in seno all’Autorità Garante delle Comunicazioni. La verità, purtroppo per molti a questo punto, era davvero lineare ed il provvedimento di contrasto alla pirateria è andato avanti tra mille critiche che si sono spente dopo appena un anno dall’entrata in vigore e dai correttivi applicati. Sarebbe opportuno aggiungere, ancora una volta, l’impreparazione di tecnici o professori universitari che non conoscono la materia per cui lavorano o insegnano, oppure, ne fanno un uso strumentale finalizzato ad ottenere incarichi o consulenze di Governo uscendo dal perimetro tecnico facendo attività politica.

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