epstein files

Il sistema Epstein in Europa: ecco le prime vittime illustri

Il 19 febbraio 2026 è diventato una data-soglia perché, per la prima volta, la crisi “Epstein” non sta producendo soltanto imbarazzo reputazionale o contenziosi civili: nel Regno Unito la vicenda è entrata pienamente nel terreno della cronaca giudiziaria con l’arresto di (ex Principe Andrea) in relazione al reato di misconduct in public office (cattiva condotta in ufficio pubblico o abuso d’ufficio). Come era prevedibile, dopo 12 ore di custodia, l’ex principe, ma pur sempre fratello del Re d’Inghilterra, è stato liberato. Questo passaggio conta per almeno due ragioni. La prima: sposta il baricentro dalla sfera del “si dice” a quella degli atti e delle procedure, con una cascata di verifiche e investigazioni in più Paesi europei, spesso avviate dopo la pubblicazione di una grande massa di documenti ufficialmente resi disponibili negli Stati Uniti. La seconda: mette in evidenza un dato che giornalisticamente non può essere ignorato, ovvero che “Epstein” non è più soltanto un caso americano esportato mediaticamente dai meandri di Qanon, ma un insieme di dossier, contatti, transazioni e presunti abusi con ramificazioni transnazionali, su cui le autorità europee stanno aprendo – o riaprendo – fascicoli. Detto in modo netto (e necessario per evitare scorciatoie narrative): la pubblicazione di milioni di pagine non equivale a milioni di prove di reato e la presenza di un nome in un archivio investigativo non equivale automaticamente a colpevolezza. È una distinzione che le istituzioni e diversi media hanno ribadito proprio per arginare l’effetto “liste di proscrizione” e il rischio di false attribuzioni.

Cosa dicono le fonti giudiziarie e i documenti pubblici disponibili al 19 febbraio 2026

Annuncio

Il punto di svolta più documentabile – e più “pesante” dal punto di vista delle fonti – è l’apertura dell’archivio federale statunitense legato a Epstein, reso pubblico in grandi tranche in base a una nuova cornice normativa americana. Il 30 gennaio 2026 ha comunicato di aver pubblicato oltre 3 milioni di pagine aggiuntive, superando complessivamente quota 3,5 milioni di pagine, includendo anche oltre 2.000 video e 180.000 immagini. L’architettura della disclosure è oggi consultabile in un portale dedicato (la cosiddetta “Epstein Library”), aggiornato al 18 febbraio 2026 e accompagnato da avvertenze significative: limiti tecnici di indicizzazione (per esempio documenti manoscritti), ricerca testuale non sempre affidabile e redazioni applicate ai nomi delle vittime (con toni audio usati per “coprire” le identità nei file sonori). La stessa uscita dei documenti, però, è diventata oggetto di scontro politico e di accuse di gestione opaca. Negli Stati Uniti alcune figure istituzionali hanno contestato redazioni “misteriose” e incoerenze: l’accusa, in sintesi, è che in alcuni casi i file avrebbero oscurato nomi di potenziali abusanti mentre avrebbero esposto – anche solo indirettamente – vittime o dettagli riconoscibili. Sul piano procedurale, inoltre, l’uscita dei materiali non è stata lineare: è stata segnalata anche la scomparsa temporanea di file dalla pagina del Dipartimento, con conseguente incremento di sospetti e polemiche sulla trasparenza. Un ulteriore elemento, rilevante per capire come nascono e si alimentano le narrazioni di “censura”, è che in una precedente tranche di rilascio alcuni utenti hanno sostenuto di aver aggirato redazioni mal applicate con metodi banali (editing e copy-paste), facendo circolare porzioni “de-redatte” sui social e spingendo il dibattito in un territorio grigio tra open-source investigation e potenziale danno (privacy, diffamazione, interferenza con indagini).

Europa: tra persone citate, procedimenti reali e affermazioni non verificabili

In Europa, la “trasformazione” del caso Epstein in un’agenda giudiziaria e politica è riconoscibile soprattutto ad oggi in tre assi: Regno Unito, Francia, Norvegia. A questi si aggiunge un capitolo più tecnico ma cruciale: l’impatto nei luoghi dove si produce impunità procedurale, cioè la galassia legale e dell’arbitrato internazionale.

image 531
Il sistema Epstein in Europa: ecco le prime vittime illustri 8

Nel Regno Unito, l’arresto di Andrew Mountbatten-Windsor è stato eseguito da e, secondo i resoconti, riguarda sospetti legati al suo ruolo passato come inviato commerciale e a presunte condivisioni di materiale confidenziale con . È un punto essenziale: allo stato attuale delle informazioni pubbliche, si parla di “sospetto” e di “indagine”, non di condanna; inoltre, come abbiamo anticipato nelle prime righe, è stato rilasciato “sotto indagine”, cioè senza incriminazione immediata. Nel frattempo, diverse forze di polizia britanniche stanno valutando le ricadute operative dei documenti, dalle ipotesi di tratta legate ai transiti aeroportuali alle contestazioni su eventuali condotte omissive o di copertura. In questo contesto, la scelta della monarchia – in particolare la presa di distanza pubblica di – viene letta da molti commentatori come tentativo di contenimento istituzionale di una crisi che non è più solo “privata”, ma tocca la credibilità dello Stato e della famiglia reale.

image 530
Il sistema Epstein in Europa: ecco le prime vittime illustri 9

Parallelamente, l’esplosione politica a Downing Street non riguarda solo la dimensione sessuale-criminale della galassia Epstein, ma anche quella delle relazioni, dei favori e dell’accesso al potere. Morgan McSweeney è stato trascinato in una tempesta di credibilità dopo le rivelazioni sui rapporti tra lui ed Epstein, che hanno portato alle dimissioni del capo di gabinetto, che ha dichiarato di assumersi la responsabilità per aver consigliato la nomina di Mandelson a un incarico diplomatico nonostante le sue “note” connessioni con Epstein. È qui che la vicenda diventa un caso-studio di potere: i documenti (secondo Reuters e AP) hanno riacceso indagini su condotte potenzialmente configurabili come abuso d’ufficio per la possibile trasmissione di informazioni sensibili (per esempio “informazioni finanziarie rilevanti”) a Epstein quando Mandelson ricopriva ruoli di governo. La crisi ha avuto anche conseguenze economiche e reputazionali immediate: la società di consulenza , co-fondata da Mandelson, è stata data da Reuters come prossima all’amministrazione dopo la fuga di clienti.

image 532
Il sistema Epstein in Europa: ecco le prime vittime illustri 10

In Francia, la traiettoria è diversa ma altrettanto esplicita: apertura di indagini quadro su traffico di esseri umani e reati finanziari, e riattivazione di piste che per anni sono rimaste in una zona d’ombra o sono state archiviate. Reuters ha riportato che la Procura ha avviato due indagini di vasta portata, una centrata sulla tratta e una su reati come riciclaggio, corruzione e frode fiscale, con magistrati dedicati a setacciare i file pubblicati per individuare eventuali coinvolgimenti di cittadini francesi. In questo quadro, l’ex ministro Jack Lang e sua figlia Caroline risultano sotto indagine preliminare per “riciclaggio e evasione”, con perquisizioni che hanno coinvolto più sedi e individui. La ricostruzione di Euronews – basata su fonti giudiziarie e agenzie – indica come baricentro un veicolo offshore (Prytanee LLC), presentato come fondo per giovani artisti ma attenzionato dagli investigatori per i flussi e la governance societaria (quota del 50% attribuita a Caroline Lang e disponibilità di 1,4 milioni di dollari).

image 534
Il sistema Epstein in Europa: ecco le prime vittime illustri 11

Sempre in Francia, i file stanno riaprendo il capitolo di Matthieu de Boisséson, storico associato di Epstein: secondo Euronews e Reuters, il suo caso viene riconsiderato in un fascicolo che, per effetto della sua morte in custodia e delle dinamiche procedurali, era stato chiuso nel 2023. Ed è qui che serve un chiarimento contro le semplificazioni: gli apparati francesi, almeno nelle dichiarazioni pubbliche riportate, stanno trattando l’archivio come “materiale da verificare”, non come “verdetto già scritto”. In altri termini, la Francia sembra muoversi con la logica del triage investigativo: centralizzare i dati, incrociare denunce e segnalazioni, capire cosa è perseguibile e con quali prove.

image 533
Il sistema Epstein in Europa: ecco le prime vittime illustri 12

Il terzo asse europeo è la Norvegia. Qui la pubblicazione dei documenti ha innescato indagini e dimissioni che non hanno precedenti recenti per intensità e simbolismo, coinvolgendo diplomazia, figure pubbliche e persino la casa reale. Reuters ha riportato l’apertura di investigazioni e l’intenzione del governo di fare chiarezza sui legami tra figure norvegesi e Epstein. Secondo Reuters, il primo ministro ha insistito sulla necessità di un accertamento rigoroso; nello stesso periodo, l’autorità norvegese per i reati economici ha avviato o coordinato verifiche su contatti, benefici e possibili utilità percepite da esponenti di alto profilo. In questo contesto, la diplomatica Mona Juul ha lasciato l’incarico, mentre l’attenzione mediatica e investigativa si è estesa anche al marito (con ipotesi di illeciti che entrambi, tramite legali, respingono). La dimensione simbolica è aumentata con le scuse pubbliche di per contatti passati con Epstein, riportate da AP, e con l’apertura di verifiche anche su figure collegate al , tra cui il norvegese . Infine, un capitolo che illumina come il “sistema” possa funzionare anche senza la politica in senso stretto: il diritto d’affari e l’arbitrato. Nel febbraio 2026, documenti e mail hanno investito il profilo dell’arbitro Matthieu de Boisséson. Secondo la stampa britannica, e in particolare quanto riportato da The Standard, la sua sospensione da è collegata alla pubblicazione di corrispondenze che lo mostrerebbero in contatto con Epstein e Brunel; l’interessato nega illeciti e contesta le ricostruzioni. Anche qui, il dato giornalisticamente più solido non è “la colpa”, ma la conseguenza istituzionale: un soggetto di alto livello viene sospeso “per indagine in corso”, segnalando che la pressione reputazionale e deontologica può agire come leva parallela (e a volte anticipatrice) rispetto ai tribunali penali.

Per mettere ordine fra livelli molto diversi (arresti, dimissioni, indagini, sospensioni), ecco una sintesi aggiornata al 19 febbraio 2026 basata su fonti pubbliche.

Persona / entePaese / settoreStato riportato dalle fontiNodo principale emerso
Andrew Mountbatten-WindsorRegno Unito / istituzioniarrestato e poi rilasciato “sotto indagine”sospetto di abuso d’ufficio e presunta condivisione di materiale confidenziale con Epstein
Morgan McSweeneyRegno Unito / governodimesso da capo di gabinettoresponsabilità politica per la nomina di Mandelson (crisi di fiducia e vetting)
Peter MandelsonRegno Unito / politica-diplomaziasotto indagine (secondo Reuters/AP) + impatto reputazionale su reti e impresepresunte informazioni sensibili condivise con Epstein; crollo reputazionale e ricadute economiche
Jack Lang e Caroline LangFrancia / politica-culturaindagine preliminare + perquisizioniipotesi di riciclaggio legato a frode fiscale e struttura offshore (Prytanee LLC)
Matthieu de BoissésonLondra–Parigi / arbitratosospeso dalla camera (in attesa di verifiche)mail e contatti pubblicati nei file; contestazioni e smentite dell’interessato
Mona Juul e Terje Rød-LarsenNorvegia / diplomaziadimissioni (Juul) + indagini in corsocontatti e presunti benefici; verifiche di Økokrim; smentite tramite legali

Disinformazione, “fake news” e delegittimazione: come si costruisce un depistaggio

Il “caso Epstein 2026” è anche un esperimento sociale: milioni di pagine vengono pubblicate e, nello stesso momento, milioni di utenti cercano scorciatoie interpretative, spesso attraverso clip, screenshot, “liste”, meme e strumenti di IA. Questo contesto è indispensabile per capire perché, nel pieno di una rivelazione documentale, emergano accuse incrociate di censura, depistaggio e propaganda.

Primo elemento: le redazioni. In parte sono un obbligo (protezione delle vittime), in parte sono una scelta discrezionale e contestabile. La critica più dura, rilanciata anche da membri del Congresso USA, è che alcune redazioni sembrano colpire “nomi di potere” mentre la privacy delle vittime sarebbe stata protetta in modo incoerente. Questa frizione – tra trasparenza e tutela – alimenta l’idea di un “oscuramento strategico” e diventa benzina per chi parla di censura di Stato.

Secondo elemento: la viralità “investigativa” e il rischio di errore. Un caso emblematico, riportato dal Guardian, riguarda nomi letti in aula al Congresso come “svelati” dai file e poi ricondotti dal DoJ a semplici materiali di indagine senza legami con Epstein: un corto circuito perfetto per produrre diffamazione, confusione e sfiducia nelle istituzioni.

Terzo elemento: l’ecosistema dei deepfake e delle immagini manipolate, che rende plausibile (e sfruttabile) tutto e il contrario di tutto. Euronews e Reuters Fact Check hanno documentato la circolazione di immagini generate o manipolate che “mostrerebbero” Epstein accanto a politici e figure pubbliche, spesso senza alcuna prova che siano autentiche. 

Qui nasce un paradosso: la stessa categoria (“fake”, “deepfake”, “manipolazione”) può essere usata in buona fede per smontare una falsificazione, ma può anche essere usata in cattiva fede per screditare un documento vero, o un testimone vero, classificandolo come “propaganda”.

Quarto elemento: la dimensione geopolitica e l’uso strumentale della “mano russa”. Nel febbraio 2026 Reuters ha riportato che le autorità francesi hanno individuato una campagna di disinformazione filorussa che avrebbe tentato di collegare falsamente a Epstein attraverso screenshot di email artefatte e siti fake. In parallelo, un reportage citato da AFP (ripreso da The Moscow Times) descrive l’uso dei file da parte di account pro-Cremlino per alimentare narrazioni complottiste legate anche alla guerra in Ucraina. Il nodo giornalistico, qui, non è stabilire un “grande burattinaio” unico: è mostrare come, in un contesto già polarizzato (anche per la guerra), il frame “disinformazione russa” diventi un jolly retorico potente, spendibile tanto per denunciare operazioni reali quanto per proteggere reti di potere delegittimando chi indaga.

Quinto elemento: il depistaggio interno, non necessariamente “statale” nel senso classico, ma politico-comunicativo. Un caso documentato dal Guardian, pur non legato direttamente ai file Epstein, è utile per capire il meccanismo: una struttura vicina al potere laburista avrebbe ipotizzato che un’inchiesta giornalistica fosse frutto di una fuga o di un hack “russo o cinese”, inserendo l’ipotesi in report destinati a gestire la crisi; un esempio concreto di come il richiamo a interferenze straniere possa funzionare anche come dispositivo di delegittimazione del giornalismo investigativo.

È in questo spazio – dove documenti reali, redazioni controverse, errori istituzionali e deepfake convivono – che il concetto di “censura moderna” prende forma. Non sempre come censura per legge (bavaglio esplicito), ma come somma di pratiche: opacità, rilascio a tranche, rimozioni temporanee, redazioni incoerenti, framing geopolitici e guerre di reputazione che, insieme, possono ridurre la capacità collettiva di distinguere tra verità verificabile e narrazione tossica.

Le vittime: dinamiche di reclutamento, silenzi istituzionali e persone sopravvissute

Qualunque analisi del “sistema Epstein” che resti centrata soltanto sulle élite rischia di replicare l’asimmetria che ha permesso alla rete di durare: i potenti al centro, le vittime sullo sfondo. E invece le fonti più robuste oggi disponibili insistono su un altro punto: il cuore del caso è un’industria di abuso e reclutamento che, per anni, ha prosperato perché le istituzioni non hanno saputo (o voluto) interromperla in tempo. Un passaggio chiave è il riconoscimento del fallimento istituzionale già negli anni Novanta. Time ha riportato che una sopravvissuta, Maria Farmer, avrebbe denunciato materiale e dinamiche riconducibili a Epstein già nel 1996, sostenendo che le sue segnalazioni non furono adeguatamente seguite: un dettaglio che rafforza la lettura di una lunga catena di omissioni e sottovalutazioni.

La pubblicazione dei file sta generando un secondo trauma: quello della visibilità involontaria. Un panel di esperti ONU, citato da Reuters, ha parlato di possibili elementi compatibili con un’impresa criminale globale e persino con atti “fino al livello” di crimini contro l’umanità, sottolineando anche criticità nella protezione della privacy delle vittime e nelle modalità di rilascio dei materiali. Il punto, qui, è doppiamente sensibile: da un lato la comunità internazionale chiede investigazioni imparziali e profonde; dall’altro mette in guardia contro un modello di trasparenza che finisce per esporre chi ha subito violenza più di chi l’ha esercitata o facilitata.

In Europa, la riapertura delle indagini francesi su tratta e reati finanziari è accompagnata – sempre secondo Reuters – da un appello a far emergere nuove testimonianze: l’idea è che la pubblicità del caso possa spingere persone rimaste in silenzio a rivolgersi ora alla giustizia. È un passaggio cruciale perché mostra che il “web” è ambivalente: può essere spazio di disinformazione (fake email, deepfake), ma anche spazio di emersione, coordinamento e pressione pubblica che costringe le istituzioni a riaprire fascicoli e a predisporre canali di ascolto.

Questa ambivalenza è evidente anche nei formati contemporanei di “investigazione di massa”. Un articolo di The Verge descrive come l’uscita dei file abbia alimentato su una corsa al contenuto: creator che “decodificano” documenti, spesso con redditività commerciale, in un ambiente dove l’etica giornalistica (verifica, contestualizzazione, tutela delle vittime) compete con la logica dell’engagement e con il rischio di accusare innocenti.

Infine, l’elemento che rende coerente la definizione di “sistema” (e non di singolo scandalo) è la convergenza tra abuso sessuale, denaro e protezione: la rete, secondo quanto riportato da Reuters e da varie inchieste internazionali, avrebbe interagito con banche, intermediari e istituzioni in modi che oggi sono sotto scrutinio e producono conseguenze legali e reputazionali. Anche qui, la prudenza è obbligatoria: l’esistenza di conti o rapporti finanziari non prova automaticamente complicità nei reati di abuso, ma documenta un contesto in cui la reputazione di Epstein non è bastata – per anni – a spezzare relazioni professionali.

L’analisi di Matrice Digitale

Dentro questa vicenda, Matrice Digitale propone una chiave di lettura che non pretende di “chiudere” il dossier sul piano probatorio, ma di spiegare perché la crisi non si esaurisce nei fascicoli. L’idea di fondo è che l’arresto di Andrew (Andrea) Mountbatten-Windsor possa funzionare, nel racconto pubblico, come un possibile capro espiatorio: una figura già politicamente e mediaticamente compromessa, dunque “sacrificabile”, utile a contenere l’impatto sistemico sulla famiglia reale e, per riflesso, sulla stabilità istituzionale del Regno Unito. Questa lettura non nasce dal bisogno di trovare un colpevole comodo, ma dalla constatazione che quando un potere entra in crisi tende a scegliere un punto di caduta controllabile, una figura che assorba la pressione e renda più gestibile la frattura. Nel frattempo, però, il punto fermo resta un altro: l’arresto è avvenuto e Londra, intesa come centro politico, attraversa un terremoto che investe monarchia, governo e catene di nomina, tra dimissioni e crisi reputazionali che si alimentano a vicenda.

Da qui si innesta la prospettiva geopolitica. Nella lettura di Matrice Digitale, la dinamica statunitense dell’ultimo anno – oggi guidata dal presidente – avrebbe contribuito, direttamente o indirettamente, ad accelerare una forma di trasparenza forzata capace di destabilizzare pezzi delle élite euro-atlantiche. Il punto fattuale, su cui questa analisi si appoggia, è l’esistenza di una cornice normativa che impone la pubblicazione, firmata nel novembre 2025, e la comunicazione di una pubblicazione massiva da parte del Dipartimento di Giustizia il 30 gennaio 2026. Tutto il resto è interpretazione, ma un’interpretazione che prova a leggere le conseguenze: la combinazione tra rilascio documentale, competizione globale e crisi di fiducia occidentale può spingere verso un ordine più multipolare e indebolire assi tradizionali di influenza. Non perché i file “dimostrino” da soli questo scenario, ma perché diventano un detonatore politico dentro un ecosistema già saturo di conflitti, sospetti e rinegoziazioni di potere.

In questa cornice entra anche il tema della narrazione russa. Matrice Digitale la descrive, perché più volte l’ha constatato, come un dispositivo che, in alcuni casi, sarebbe stato utilizzato per confondere, derubricare o ritardare l’impatto delle rivelazioni, persino quando queste si appoggiano a archivi ufficiali. Qui il ragionamento tiene insieme due piani che spesso vengono separati in modo strumentale. Da un lato, esistono operazioni di disinformazione filorussa che sfruttano il tema Epstein come clava politica contro leader europei, contaminando il terreno con falsi e manipolazioni e rendendo più difficile la verifica. Dall’altro lato, nella storia recente occidentale esistono esempi documentati in cui l’attribuzione “Russia/Cina” è stata usata come frame comunicativo per gestire crisi mediatiche, attacchi alla reputazione o pressioni sul giornalismo, trasformando un’ipotesi geopolitica in una scorciatoia retorica. È proprio questa sovrapposizione a produrre la zona grigia: la stessa categoria, “disinformazione”, può essere uno strumento di difesa della verità oppure una leva di delegittimazione preventiva.

Il punto che Matrice Digitale mette al centro è che i file, in questa fase, non sono soltanto un archivio giudiziario. Diventano un detonatore politico-informativo che viene usato e riusato dentro una guerra di reputazioni, di alleanze e di protezioni incrociate. Non si tratta di immaginare una censura come atto unico, esplicito e facilmente identificabile, ma di osservare un modello più contemporaneo: censura per pratiche, fatta di redazioni opache, rilascio frammentato, rimozioni o “aggiustamenti” comunicativi, delegittimazione dei testimoni, saturazione del dibattito con falsi e deepfake. È un ambiente in cui la verità non sparisce necessariamente, ma diventa più costosa da ricostruire, perché richiede più tempo, più competenze, più responsabilità editoriale e più capacità di distinguere tra documento, interpretazione e manipolazione.

Alla fine, la tesi non è che “tutto è complotto”, ma che molte crisi moderne non si giocano soltanto nelle aule di giustizia. Si giocano nella forma del discorso pubblico, nel modo in cui una società decide cosa è credibile, cosa è dicibile, cosa è verificabile e cosa viene ridotto a rumore. E il fatto che oggi, tra arresti, indagini, dimissioni e campagne di disinformazione individuate, la partita si sposti così apertamente su quel terreno è già, di per sé, un segnale: il potere non teme solo le prove, teme anche la possibilità che qualcuno ricostruisca la trama completa senza accettare cornici preconfezionate.

Iscriviti alla Newsletter

Non perdere le analisi settimanali: Entra nella Matrice Digitale.

Matrice Digitale partecipa al Programma Affiliazione Amazon EU. In qualità di Affiliato Amazon, ricevo un guadagno dagli acquisti idonei. Questo non influenza i prezzi per te.

Torna in alto