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Silicon Valley: 3 ingegneri accusati di furto di segreti tech verso l’Iran

Un grand jury federale ha incriminato tre ingegneri residenti a San Jose con l’accusa di aver sottratto segreti commerciali da aziende tecnologiche statunitensi, tra cui Google, e di aver trasferito dati sensibili verso località non autorizzate, inclusa l’Iran. Gli arresti sono avvenuti il 20 febbraio 2026 e il caso è stato incardinato presso il tribunale federale del Distretto Nord della California, cuore giudiziario della Silicon Valley. Secondo l’atto d’accusa, Samaneh Ghandali, 41 anni, Soroor Ghandali, 32 anni, e Mohammadjavad Khosravi, 40 anni, avrebbero sfruttato le proprie posizioni professionali per accedere a informazioni riservate legate alla sicurezza dei processori mobili e alla crittografia avanzata, trasferendo centinaia di file su piattaforme terze e dispositivi personali. Le accuse comprendono cospirazione per furto di segreti commerciali, furto e tentato furto di segreti, oltre a ostruzione alla giustizia per presunti tentativi di occultamento delle prove.

Le accuse e la ricostruzione dei procuratori

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L’atto d’accusa federale descrive uno schema coordinato nel tempo. Le sorelle Ghandali avrebbero lavorato presso Google prima che una di loro si trasferisse in un’altra azienda di Santa Clara, identificata nei documenti come “Company 3”. Khosravi, marito di Samaneh, operava invece in una società con sede a San Diego, indicata come “Company 2”. Secondo i procuratori, gli imputati avrebbero esfiltrato centinaia di file riservati tramite strumenti di comunicazione esterni e dispositivi personali, aggirando i controlli aziendali. In alcuni casi, Soroor Ghandali avrebbe trasferito documenti direttamente dalla rete aziendale. Il materiale riguarderebbe specifiche tecniche, architetture di sicurezza e soluzioni crittografiche proprietarie. L’accusa sostiene inoltre che, una volta avviate le verifiche interne, gli indagati avrebbero presentato dichiarazioni giurate false alle aziende coinvolte e distrutto o tentato di distruggere file e registrazioni digitali, configurando così l’ipotesi di ostruzione alla giustizia. Le prove digitali, tra cui log di rete e dispositivi sequestrati, costituirebbero la base dell’impianto accusatorio.

I profili degli imputati

Samaneh Ghandali, 41 anni, avrebbe avuto un ruolo centrale nel coordinamento iniziale dei trasferimenti. Dopo un periodo in Google, sarebbe passata a un’altra azienda della Silicon Valley continuando ad avere accesso a informazioni sensibili. Secondo l’accusa, avrebbe trasferito file verso piattaforme terze e dispositivi condivisi con il marito. Mohammadjavad Khosravi, 40 anni, lavorava in una società tecnologica a San Diego. I procuratori sostengono che avrebbe integrato nel flusso di esfiltrazione documenti provenienti dal proprio ambiente lavorativo, contribuendo alla raccolta complessiva di dati riservati. Soroor Ghandali, 32 anni, avrebbe avuto accesso diretto a documenti interni Google e li avrebbe trasferiti al di fuori dell’infrastruttura aziendale. I tre risiedevano a San Jose e, secondo l’accusa, avrebbero agito in modo coordinato anche attraverso legami familiari. Il Dipartimento di Giustizia ha evidenziato come il presunto invio di dati verso l’Iran sollevi preoccupazioni legate alla sicurezza nazionale e allo spionaggio economico. Gli imputati, attraverso i legali, contestano le accuse e il procedimento è ancora nelle fasi iniziali.

Le aziende coinvolte e le misure di sicurezza

Google risulta tra le principali aziende colpite. L’azienda avrebbe individuato anomalie tramite sistemi di monitoraggio interno, avviando un’indagine e segnalando il caso alle autorità federali. Un portavoce ha dichiarato che sono state rafforzate le salvaguardie di sicurezza per proteggere informazioni riservate e prevenire ulteriori incidenti. Tra le misure adottate figurano limitazioni più stringenti agli accessi ai dati sensibili, autenticazione a più fattori obbligatoria, registrazione dettagliata dei trasferimenti file e blocco di upload verso determinate piattaforme da dispositivi aziendali. Anche le altre società coinvolte avrebbero collaborato con le autorità fornendo evidenze digitali. Il caso evidenzia la crescente attenzione verso le minacce interne, considerate uno dei rischi più complessi per il settore tecnologico. In un contesto in cui la competizione globale si gioca su semiconduttori, sicurezza hardware e crittografia, la protezione della proprietà intellettuale diventa una priorità strategica.

Implicazioni legali e possibili pene

Le accuse rientrano nell’ambito dei reati federali previsti dall’Economic Espionage Act e dalle norme sul furto di segreti commerciali. Le pene massime per ciascun capo d’imputazione possono arrivare a diversi anni di reclusione, oltre a sanzioni economiche significative. L’ipotesi di ostruzione alla giustizia aggrava il quadro accusatorio. Il procedimento si svolge nel Distretto Nord della California, tribunale che negli ultimi anni ha gestito diversi casi legati a furti di proprietà intellettuale in ambito tecnologico. Eventuali accordi di patteggiamento o collaborazioni con le autorità potrebbero incidere sulla durata delle pene. Oltre alle conseguenze penali, il caso potrebbe avere riflessi sullo status migratorio degli imputati e aprire la strada a contenziosi civili da parte delle aziende che ritengono di aver subito danni economici.

Spionaggio industriale e tensioni geopolitiche

L’episodio si inserisce in un contesto più ampio di spionaggio industriale che negli ultimi anni ha coinvolto aziende della Silicon Valley in settori chiave come intelligenza artificiale, semiconduttori e sistemi di difesa. Le autorità statunitensi hanno più volte segnalato il rischio di trasferimenti illeciti di tecnologie sensibili verso Paesi considerati ostili. Il presunto coinvolgimento di trasferimenti verso l’Iran rafforza la dimensione geopolitica del caso. Washington considera alcune tecnologie legate a sicurezza dei processori e crittografia come strategiche per la difesa e per la competitività economica. La sottrazione di tali dati, se confermata, potrebbe avere ripercussioni non solo aziendali ma anche diplomatiche.

Conseguenze per l’innovazione americana

Al di là dell’esito giudiziario, il caso sottolinea quanto la tutela della proprietà intellettuale sia centrale per l’innovazione statunitense. Il furto di segreti industriali può tradursi in perdita di vantaggi competitivi, aumento dei costi di sicurezza e rallentamento della ricerca e sviluppo. Allo stesso tempo, episodi di questo tipo spingono le aziende a rafforzare modelli di sicurezza basati su zero-trust, monitoraggio continuo e verifica costante degli accessi. La Silicon Valley, pur rimanendo un hub globale di innovazione, si confronta con una pressione crescente sul fronte della protezione dei dati strategici. Il procedimento è ancora in corso e vale il principio di presunzione di innocenza. Sarà il tribunale federale a stabilire responsabilità e conseguenze. Nel frattempo, il caso riaccende il dibattito su insider threat, sicurezza nazionale e protezione dell’innovazione tecnologica americana. Tre ingegneri accusati di aver rubato segreti tech da Google e inviato dati sensibili in Iran. Inchiesta federale in Silicon Valley.

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