Quindici giorni. Quattro crepe. Un’unica costante: il disservizio pubblico passa, l’esfiltrazione resta.
Sapienza va in blackout digitale e scopriamo che il “perimetro cibernetico” è spesso più slogan che struttura.
La Digos finisce dentro una falla informativa e capiamo che la sicurezza non è il computer che si riaccende, ma i dati che non torneranno mai più indietro.
Epstein esplode in Europa e l’archivio diventa un detonatore politico-mediatico dove la verità compete con il rumore.
Cloudflare e VPN entrano nel mirino: l’Europa non insegue più solo i contenuti, colpisce l’infrastruttura.
Non sono episodi scollegati.
Sono la stessa fotografia: quando non riesci a governare il fenomeno, inizi a colpire la catena tecnica.
Il punto non è la pirateria. Non è il ransomware. Non è il nome famoso dentro un file.
Il punto è questo:
abbiamo costruito un Paese che pretende disciplina digitale dagli altri ma fatica a dimostrarla su se stesso.
Parliamo di sovranità, resilienza, enforcement, compliance. Poi bastano quindici giorni per vedere le crepe.
La narrativa rassicura. La tecnica no.
E la tecnica, quando viene violata, non dimentica.
Se vogliamo discutere di governance della rete, libertà digitale, responsabilità degli intermediari e sicurezza nazionale, partiamo da qui: la vulnerabilità non è l’incidente. È l’asimmetria che rimane dopo.
Il resto è retorica da convegno.
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