Il dato che sembra buono, in Europa, è un calo che finalmente si vede: i prezzi della Ddr5 iniziano a rientrare dai picchi, anche se con lentezza e senza riportare davvero il mercato su livelli “normali”. Il dato che resta cattivo è che la causa strutturale non è sparita: la carenza di chip memoria continua e il boom dell’AI sta risucchiando capacità produttiva e scorte, spostando la pressione su tutto ciò che non è prioritario per gli hyperscaler. Il risultato è una filiera schizofrenica: da un lato i rivenditori europei tagliano i cartellini per riattivare domanda e smaltire tensione, dall’altro prodotti consumer come Steam Deck finiscono in shortage globale e, sullo sfondo, i data center iniziano a costruire una “shadow grid” alimentata a gas naturale per non aspettare anni di connessione alle reti elettriche. Questo incrocio è la fotografia del 2026: la memoria non è più solo un componente, è un collo di bottiglia geopolitico e industriale. E l’energia, con l’AI, torna a essere il vero limite fisico del digitale.
Il calo Ddr5 in Europa: rientro reale, ma ancora sopra soglia
Le verifiche su Amazon Germania mostrano riduzioni concrete su kit da 32 GB nelle fasce più richieste, in particolare Ddr5-6000 e Ddr5-6400, con marchi consumer mainstream. Il punto chiave non è solo la discesa, ma la distanza dai massimi recenti: un rientro da picchi che avevano assunto caratteristiche quasi speculative.

Nel dettaglio, vengono citati esempi molto “da carrello” per chi assembla o aggiorna un PC: Corsair Vengeance RGB 32 GB Ddr5-6000 scende da circa 480 euro a 425 euro, mentre Kingston Fury Beast 32 GB Ddr5-6000 cala da circa 550 euro a 463 euro. Sono numeri che parlano chiaro: la correzione esiste, ma l’asticella resta altissima, con prezzi medi europei ancora nella fascia 430–470 euro per kit da 32 GB.

È un livello che, per la memoria di sistema, resta percepito come “fuori scala” rispetto alle aspettative storiche del mercato consumer. Ed è qui che la filiera manda un segnale ambiguo: se i prezzi scendono nonostante le carenze persistenti, significa che la domanda a quei livelli sta iniziando a frenare e che il retail sta cercando di riattivare volumi. Non è un ritorno alla normalità, è un aggiustamento per evitare la paralisi.
Perché i prezzi possono scendere anche con carenze persistenti
La contraddizione è solo apparente. In una filiera sotto stress, il prezzo non riflette solo la disponibilità fisica, ma anche la composizione della domanda e la priorità assegnata dai produttori alle diverse linee di prodotto.

La memoria oggi non è tutta uguale. Il mondo AI assorbe capacità e attenzione su segmenti ad alto margine e ad altissima domanda. Questo spostamento provoca un effetto domino: quando i produttori e i grandi acquirenti concentrano la spesa su memoria “più redditizia” o su configurazioni data center, la memoria consumer può diventare un mercato dove il prezzo sale per scarsità, ma poi deve correggere perché la platea reale di chi compra a qualunque prezzo è limitata. I rivenditori europei, in questa lettura, stanno facendo quello che il retail fa sempre quando vede resistenza: scontano, anche se la supply rimane tesa.

La traiettoria descritta, con prezzi stabili fino all’autunno 2025 e poi una salita rapida, assomiglia a una fase di shock seguita da una correzione. Correzione non significa risoluzione. Significa solo che il massimo era diventato insostenibile per la domanda reale.
Moore Threads e il portatile Arm: l’AI entra nel laptop “nazionale”
Dentro la stessa storia, emerge un altro segnale interessante: la pressione sulla memoria sta riscrivendo anche l’architettura dei dispositivi. Moore Threads, indicata come rivale cinese di Nvidia, lancia Mtt Ai Book, un laptop con SoC Yangtze a 12 core Arm e una logica da ecosistema integrato: memoria unificata 32 GB Lpddr5x-7500, NPU da 50 TOPS, storage 1 TB SSD, display OLED 14″ 2,8K 120 Hz, batteria 70 Wh, peso circa 1,5 kg e porte ridotte a tre USB-C. Prezzo dichiarato intorno a 1.266 euro.

Il dettaglio che cambia il tono della notizia è l’esecuzione di Windows tramite virtualizzazione, non come esperienza Arm nativa “mainstream”. È un approccio che serve a dimostrare compatibilità e a presidiare la narrativa, più che a competere subito in prestazioni con i notebook x86 moderni. I numeri citati su Geekbench, 1.127 in single-core e 7.420 in multi-core, lo posizionano sotto molte soluzioni Ryzen e Intel recenti, ma il prodotto è chiaramente pensato come piattaforma per workload e sperimentazioni AI in un ecosistema dove la sovranità tecnologica è un obiettivo politico oltre che industriale. In questa cornice, la memoria unificata e ad alta velocità non è solo una scelta tecnica, è una risposta alla scarsità: controllare la piattaforma significa controllare approvvigionamento, profilo energetico e margini.
Steam Deck in shortage: quando la crisi memoria colpisce il gaming
Se l’Europa vede un minimo di respiro sulla Ddr5 retail, il gaming portatile riceve il colpo opposto. Valve conferma un shortage globale di Steam Deck legato a carenze di memoria e storage, con disponibilità compromessa in USA, Europa, Canada e Giappone. La narrativa qui è brutale: il primo sistema gaming consumer che “salta” davvero per un problema di supply di memoria diventa un indicatore di priorità industriali.

Quando la memoria manca, la filiera decide a chi va. E la risposta, in questo ciclo, è che va dove i margini sono più alti e i contratti più pesanti. L’AI, con i data center, sposta l’ago. Il consumer si arrangia. E se si arrangia, paga di più o aspetta.

Questo si riflette anche sui produttori di notebook. Nello scenario descritto, Dell, Lenovo e Framework anticipano rincari legati a costi della memoria che “raddoppiano o quintuplicano”. La memoria diventa una tassa trasversale sull’hardware. Persino Apple, secondo il quadro riportato, ammette impatti più pesanti sui risultati trimestrali nel tentativo di inseguire forniture. A quel punto il shortage non è più un problema per “smanettoni”: è un problema per chiunque venda dispositivi.
Il paradosso europeo: prezzi Ddr5 in calo mentre Steam Deck sparisce
Qui emerge un paradosso utile a leggere il momento. I prezzi Ddr5 calano in Europa perché il retail risponde a una domanda più elastica, e perché la memoria PC è un mercato dove gli utenti possono rimandare upgrade. Steam Deck, invece, è un prodotto finito, con una domanda che si concentra su una finestra temporale e con una supply chain più rigida. Se un componente salta, salta il prodotto, non il singolo pezzo.

Per questo la stessa carenza può produrre due effetti simultanei: sconto nel retail su alcuni SKU per smuovere vendite, e indisponibilità su prodotti integrati dove la distinta base non concede sostituzioni facili. È la stessa pressione, applicata a mercati con leve diverse.
Data center off-grid: la “shadow grid” a gas naturale
Sul piano macro, la parte più inquietante è energetica. La domanda AI sta spingendo gli sviluppatori di data center a soluzioni radicali: costruire impianti off-grid a gas naturale per bypassare reti elettriche sovraccariche e tempi di connessione lunghissimi. Viene citato un tracciamento di 47 progetti off-grid negli Stati Uniti e casi emblematici come Gw Ranch in Texas, con consumi paragonati a quelli di una grande città.

Il punto strutturale è che la rete non riesce a tenere il passo del deployment AI. Se per collegarsi bisogna aspettare anni, chi ha capitale sceglie di costruirsi la propria centrale. È una privatizzazione della continuità energetica del digitale. E ha due conseguenze immediate: l’aumento delle emissioni e la competizione per le turbine, con disponibilità indicata come “esaurita fino al 2030”. Si crea un effetto di trascinamento: chi corre sull’off-grid compra equipment, aumenta prezzi e tempi per gli altri, e sposta costi indiretti sulle utility e sulle comunità locali. Il digitale, qui, non è più “cloud”: è industria pesante con combustibile, rumore, inquinamento e politica locale.
Cosa significa tutto questo per chi compra hardware in Europa
Per l’utente europeo, il calo Ddr5 è una buona notizia solo se viene letto per ciò che è: una correzione dopo un picco, non una normalizzazione. Se i kit da 32 GB restano stabilmente nella fascia 430–470 euro, molti rimanderanno upgrade e il mercato consumer resterà compresso. La situazione può migliorare solo se la pressione della domanda AI viene assorbita da nuova capacità produttiva e se la filiera smette di dover scegliere tra data center e consumer come se fossero due mondi separati. Oggi non lo sono. Oggi è lo stesso imbuto. E sul lungo periodo, la vera variabile non è solo la produzione di chip: è l’energia. L’AI può comprare memoria a premio, può prenotare capacità, può spostare supply chain. Ma non può aggirare per sempre una rete elettrica che non cresce alla stessa velocità del compute. L’off-grid a gas è un ponte, ma è un ponte che sposta il costo nel tempo e lo scarica sull’ambiente.
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