Il Galaxy S26 Ultra entra nel ciclo 2026 con un messaggio che Samsung non ha neppure bisogno di costruire con il marketing: sono i numeri, questa volta, a fare da trailer. Non tanto perché un top di gamma non debba migliorare rispetto al precedente, ma perché qui il salto – almeno sulla carta e nei test riportati – è abbastanza netto da cambiare la percezione dell’upgrade anche per chi di solito liquida le generazioni consecutive come “ritocchi”. La combinazione di punteggi più alti, maggiore stabilità sotto stress e un incremento termico più controllato racconta un S26 Ultra pensato per reggere carichi prolungati, non soltanto per fare bella figura nei primi minuti di un benchmark. Il contesto è quello che ormai accompagna ogni flagship: leak, unità reperite prima del lancio e video “da Dubai” che diventano la vera anteprima globale, molto prima dell’evento ufficiale. E nel caso S26 Ultra il pre-lancio si intreccia con un altro aspetto che Samsung sembra voler trasformare in differenziazione “premium”: il privacy display, una funzione che esce dall’area delle pellicole di terze parti e diventa una capacità nativa del pannello, attivabile con un toggle nelle impostazioni.
Prestazioni: il salto numerico non è sottile
Partiamo dalla parte più facile da misurare, perché qui la distanza tra S26 Ultra e S25 Ultra è descritta in modo brutale. In AnTuTu, S26 Ultra arriva a 3.720.219 punti contro 2.441.258 di S25 Ultra. Anche senza trasformare tutto in matematica da vetrina, il messaggio è chiaro: è un salto che non assomiglia a un semplice affinamento.

È uno di quei distacchi che, se è coerente nel mondo reale, cambia il comportamento del telefono sotto carico, soprattutto quando si sommano multitasking, AI locale, gaming e registrazione video. Su Geekbench 6, i numeri indicati sono 3.648 in single-core e 10.898 in multi-core per S26 Ultra, contro 3.057 e 9.846 per S25 Ultra. Qui la crescita appare più “classica”, ma resta significativa: single-core più alto vuol dire reattività percepita, cioè la sensazione di fluidità nei micro-task quotidiani, mentre il multi-core incide di più su carichi lunghi e parallelizzabili, come export video, elaborazioni pesanti, compressioni e alcune attività AI. Il dettaglio più interessante, però, non è il picco. È la capacità di mantenere prestazioni senza collassare dopo pochi minuti.
Raffreddamento e stabilità: la parte che conta quando la giornata è lunga
Nel 3DMark Wild Life Extreme Stress, S26 Ultra viene descritto con 6.489 punti massimi e 3.455 minimi, con una stabilità del 53,2%. S25 Ultra fa 6.434 massimi e 3.080 minimi, con 47,9% di stabilità. Tradotto in linguaggio d’uso: il picco è simile, ma S26 Ultra conserva meglio il “fondo” quando il sistema inizia a limitare frequenze e potenza per ragioni termiche. È qui che un flagship si guadagna la reputazione. Perché l’utente non compra un telefono da quasi mille euro e oltre per fare uno sprint di 30 secondi. Lo compra per reggere la giornata senza diventare incostante, con prestazioni “a singhiozzo”, frame rate che crollano o rendering che rallenta proprio quando serve. Se la stabilità cresce davvero, S26 Ultra smette di essere solo “più potente”: diventa più prevedibile.

E la prevedibilità, nel lavoro e nel gaming, vale più di un numero massimo. Anche la gestione termica racconta una storia non banale. S26 Ultra passa da 34°C a 44°C durante i test, quindi +10°C. S25 Ultra passa da 29°C a 43°C, quindi +14°C. Qui il punto non è tanto il valore finale, quanto la dinamica: S26 Ultra parte già più caldo, ma scalda meno in salita, suggerendo un comportamento più controllato o un profilo termico più stabile. In pratica, l’idea è che il telefono non “impenn(i)” rapidamente, evitando quella sensazione di surriscaldamento improvviso che spesso coincide con throttling aggressivo e prestazioni che scendono a gradini. Se questo profilo è reale e replicabile, è un upgrade che parla soprattutto a chi usa lo smartphone come workstation tascabile, non a chi lo cambia per riflesso.
Snapdragon 8 Elite Gen 5: potenza, ma soprattutto gestione del carico
Nel testo che mi hai dato, l’elemento tecnico chiave è il SoC: Snapdragon 8 Elite Gen 5. Al di là del nome, quello che emerge è una piattaforma che spinge i punteggi e, al tempo stesso, sembra tenere meglio la stabilità sotto stress. Questo tipo di miglioramento, quando è autentico, arriva spesso da una combinazione di fattori: efficienza del chip, profili di boost più intelligenti, dissipazione interna riprogettata e un tuning software che decide quando e come spingere, senza “bruciare tutto” nei primi minuti. È qui che Samsung gioca la partita più utile per l’utente evoluto: non nell’ennesimo claim sulla potenza assoluta, ma nella capacità di dare prestazioni sostenute. Se S26 Ultra guadagna davvero su questo fronte, allora il salto rispetto a S25 Ultra non è un vezzo da benchmark, ma un upgrade da uso reale.
Privacy display: quando la privacy diventa hardware, non accessorio
La feature “privacy display” è l’altro elemento che distingue S26 Ultra, almeno nel racconto di chi lo mostra in anticipo. L’idea è semplice: da angolazioni laterali il contenuto si oscura, proteggendo dati sensibili da sguardi indiscreti in treno, in coworking, in sala d’attesa, in taxi. Il fatto che venga descritta come integrata nel display e attivabile via impostazioni cambia la percezione: non è più la soluzione esterna da applicare e tollerare, ma una funzione “nativa”, calibrata sul pannello.

Qui c’è anche un dettaglio pratico che non va ignorato: se la tecnologia si basa su polarizzazione o filtri ottici, può avere effetti collaterali su alcune riprese video o su come le fotocamere catturano lo schermo. In altre parole, è una feature che protegge, ma che può introdurre comportamenti particolari quando si filma il display o lo si usa in contesti specifici. Eppure, per chi lavora spesso in pubblico, è esattamente il tipo di miglioramento “silenzioso” che vale più di dieci nuove opzioni AI che si usano una volta al mese.
Colori: la solita strategia “online exclusive”, ma con una logica chiara
Samsung continua anche la strategia dei colori esclusivi sul proprio store. Compaiono argento e oro rosa come opzioni online, mentre i colori standard sarebbero nero, bianco, viola cobalto e blu cielo. Questa scelta non è casuale: i colori esclusivi servono a spingere l’acquisto diretto, aumentare margini e differenziare la percezione del modello “premium” rispetto a ciò che si vede nei negozi.
L’informazione utile è una sola: se vuoi certe colorazioni, non basta aspettare l’offerta del retailer, perché potresti non trovarle mai fuori dal canale Samsung.
Prezzo: qui l’upgrade diventa una decisione economica, non tecnica
Il punto più “doloroso” è il prezzo. La variante 1TB viene indicata a 1.588 euro in Corea del Sud, contro 1.351 euro del modello precedente, quindi circa +20%. Il motivo riportato è l’aumento dei costi dei chip memoria, un tema credibile in un ciclo in cui lo storage e la RAM (e in generale la supply chain legata alla memoria) hanno oscillazioni che impattano direttamente i listini. Questo è il punto in cui l’articolo smette di essere un racconto di prestazioni e diventa una guida all’acquisto: se Samsung alza così tanto il prezzo sulle configurazioni alte, allora S25 Ultra diventa automaticamente più interessante, soprattutto quando il mercato inizierà a spingerlo con sconti e bundle. Per molti utenti, l’upgrade ha senso solo se si verificano tre condizioni insieme: prestazioni sostenute davvero migliori, vantaggi concreti sull’uso quotidiano (qui entra il privacy display), e un prezzo che non sembri punitivo rispetto al valore percepito. Se anche una sola di queste condizioni salta, l’acquisto diventa più discutibile.
S Pen senza Bluetooth: la rinuncia che divide, anche se “la usavano in pochi”
La notizia più controversa, per un certo pubblico, è la conferma della S Pen priva di Bluetooth, quindi niente Air Actions. Samsung avrebbe già rimosso questa funzione da S25 Ultra perché usata da pochi, e il video anticipato confermerebbe che la rinuncia prosegue.

Questo tipo di scelta è sempre difficile da comunicare, perché la statistica “pochi la usavano” non consola chi la usava davvero. E la S Pen, per gli utenti Ultra, non è solo un accessorio: è parte dell’identità del prodotto. La giustificazione tecnica riportata – Samsung esplora tecnologie USI per evitare interferenze con Qi2 – suggerisce che la decisione non sia solo di marketing, ma anche di compromessi ingegneristici tra spazio interno, magneti, ricarica e componenti.
La domanda utile, quindi, non è “è grave o no?”, ma: tu la usavi? Se controllavi fotocamera, media o presentazioni a distanza con Air Actions, allora questa generazione è un passo indietro. Se la S Pen per te è scrittura, annotazione e precisione, allora cambia poco.
Chi dovrebbe comprare S26 Ultra e chi può tranquillamente restare su S25 Ultra
S26 Ultra ha senso se arrivi da una generazione più vecchia, o se usi davvero lo smartphone in modo intensivo: gaming prolungato, editing, multitasking pesante, lavoro su schermo tutto il giorno, hotspot, video e carichi continui. In quel caso, prestazioni sostenute e stabilità sono un upgrade reale, non teorico. E il privacy display, se vivi spesso in ambienti pubblici, è una differenza concreta. S25 Ultra resta una scelta razionale se hai già un device recente e vuoi massimizzare valore: se il prezzo del nuovo sale davvero del 20% sulle configurazioni alte, il precedente diventa il “flagship conveniente” non appena iniziano le offerte. E se eri tra quelli che usavano Air Actions, allora questa generazione non ti dà un motivo forte per sentirti premiato, perché una funzione è stata tolta, non aggiunta. In sostanza, S26 Ultra sembra più convincente del solito sul fronte prestazioni e gestione termica. Ma il prezzo e la S Pen senza Bluetooth trasformano l’acquisto in una scelta da fare a mente fredda: non basta il benchmark, serve capire se quelle differenze cambiano davvero la tua giornata.
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