Le tariffe USA al 15% diventano un acceleratore di frizioni che non riguarda solo il commercio, ma la geometria del potere tecnologico. La leva è semplice e brutale: un costo aggiuntivo applicato all’import si trasforma in una catena di conseguenze che tocca AI, semiconduttori e crypto nello stesso momento. Nel racconto pubblico la tariffa sembra una percentuale, nella realtà operativa diventa un vincolo su margini, tempi di consegna, strategie di investimento e perfino sulla disponibilità di calcolo per l’intelligenza artificiale. In questo scenario convivono tre segnali che, messi insieme, descrivono un cambio di fase. Il primo è lo stallo di Stargate, il progetto di calcolo su scala industriale legato a OpenAI con partner come Oracle e SoftBank, rallentato da dispute sul controllo e sulla proprietà dei siti. Il secondo è il sorpasso di Taiwan sulla Cina negli export verso gli Stati Uniti, spinto dal boom di sistemi avanzati per AI e server. Il terzo è la reazione del mercato crypto, dove la fase risk-off si riflette in outflow sui fondi e in movimenti che ridisegnano le “tesorerie” di Bitcoin ed Ethereum, mentre la narrativa tecnologica si sposta su zkEVM, catene unificate e asset reali onchain.
Tariffe al 15% e la nuova frizione sulle supply chain
Il punto più importante non è quanto “pesa” il 15% in assoluto, ma dove cade. Quando una tariffa colpisce beni importati in una filiera già compressa da colli di bottiglia, controlli export e concentrazione produttiva, l’effetto non si distribuisce in modo uniforme. Si concentra nei nodi critici: componentistica, materiali, sistemi avanzati, capacità produttiva e tempi di ramp-up industriale. Nella filiera dei semiconduttori la tariffa diventa un moltiplicatore di costo su input che spesso non hanno alternative domestiche immediate. Il risultato è paradossale: la misura nasce per favorire l’onshoring, ma nel breve periodo rischia di aumentare i costi proprio per chi costruisce fab e dipende da attrezzature, chimica, materiali e sottosistemi globali. È qui che la differenza tra chi ha già negoziato condizioni e chi parte da zero diventa determinante.
Il vantaggio relativo di TSMC e la pressione su Intel
Dentro questa frizione emerge un effetto competitivo: TSMC si trova in una posizione di vantaggio rispetto a Intel per via di esenzioni e regimi di import legati a piani di investimento e produzione negli Stati Uniti. L’idea operativa è che l’onshoring venga “premiato” non solo con incentivi diretti, ma con margini di manovra sull’import di equipaggiamenti e componenti prima dell’avvio produttivo. Se questa impostazione regge, TSMC può accelerare la costruzione e l’avviamento delle fab in Arizona, collegando tariffe e investimenti in un unico dossier negoziale. Il messaggio implicito è che la produzione avanzata è un asset strategico, quindi chi la porta sul territorio può ottenere condizioni migliori. Nel frattempo, chi ha catene materiali più esposte, o investimenti più lenti a trasformarsi in output, rischia di vedere i costi salire prima che i ricavi compensino. Il risultato più destabilizzante è che la tariffa non “aiuta” automaticamente i produttori USA. Può invece aumentare il costo dell’intero stack industriale, mentre l’ecosistema AI continua a importare ciò che serve per non rallentare: server, rack, networking, acceleratori, sistemi integrati. La tariffa, in altre parole, tende a colpire anche l’urgenza: e nell’AI l’urgenza è tutto.
Taiwan sorpassa la Cina negli export USA: non è solo geopolitica, è AI
Il sorpasso di Taiwan sulla Cina negli import verso gli Stati Uniti ha un valore simbolico, ma soprattutto industriale. Non è un semplice rimpiazzo di un fornitore con un altro: è la fotografia di una domanda che si è spostata dai beni di consumo ai sistemi avanzati legati all’AI. Quando la metrica cambia, cambiano anche i vincitori. E Taiwan oggi presidia l’infrastruttura fisica dell’AI con una densità che pochi altri Paesi possono replicare. Il boom è legato ai “sistemi sofisticati” e all’hardware per data center: server AI, soluzioni rack-scale, integrazione di acceleratori, catene ODM/OEM. Qui entrano in gioco nomi come Foxconn, Quanta, Wistron, e la domanda dei grandi hyperscaler che stanno costruendo capacità a ritmo industriale: l’AI non compra “chip”, compra sistemi. Compra densità energetica, throughput, componentistica, raffreddamento, networking, software di orchestrazione. E soprattutto compra tempo: chi consegna per primo vince contratti, margini e lock-in. Questo spiega perché le tariffe possono produrre un effetto boomerang. Se l’obiettivo politico è ridurre dipendenze, l’obiettivo economico dell’AI è opposto: garantire continuità di import e installazioni, anche pagando un prezzo più alto. Il mercato dell’AI non rallenta perché aumenta il costo unitario, almeno finché la competizione globale resta a somma zero sul compute.
Stargate rallenta: quando il compute diventa governance
Il caso Stargate è la dimostrazione più chiara che il compute non è solo infrastruttura, è governance. Il progetto nasce come risposta all’esigenza di capacità massiva per AI, ma si inceppa su un tema che in altri settori sarebbe “amministrativo” e qui diventa esistenziale: chi controlla i siti, chi possiede le strutture, chi decide design e gestione, chi garantisce energia e contratti di lungo termine.
Quando si parla di investimenti da centinaia di miliardi, il confine tra infrastruttura e sovranità aziendale si assottiglia. La disputa tra OpenAI, Oracle e SoftBank per il controllo operativo di siti strategici, come quello in Texas, produce un effetto immediato: mesi di ritardo in un mercato dove i mesi valgono generazioni di modelli. L’AI vive di curve di apprendimento, ma anche di finestre di vantaggio: perdere una finestra significa acquistare compute a condizioni peggiori o rincorrere competitor che hanno già prenotato capacità. In parallelo, un accordo di fornitura di compute su più anni con Oracle ridisegna i rapporti di forza: non è solo un contratto commerciale, è un asse industriale. Se l’AI dipende da pochi grandi fornitori di infrastruttura, la contrattazione sul compute diventa simile a quella sull’energia: prezzi, disponibilità, priorità, vincoli. E quando entrano in gioco tariffe e shock logistici, la fragilità aumenta. La conseguenza più concreta è che il compute diventa raro nel momento in cui tutti lo inseguono. Le tariffe agiscono da disturbo ulteriore: se aumentano i costi degli input e rallentano l’installazione, anche l’espansione di capacità può perdere ritmo. Stargate non rallenta solo per una disputa societaria: rallenta perché il contesto rende più difficile “chiudere” governance, proprietà e flussi economici su impianti che devono vivere decenni.
Crypto in modalità risk-off: outflow e nuove tesorerie
Mentre AI e semiconduttori vivono una tensione industriale, la criptovalute riflette la stessa tensione in forma finanziaria. Gli outflow dai fondi sono il segnale classico di un mercato che riduce esposizione al rischio quando l’incertezza macro aumenta. Tariffe, volatilità e prospettive di crescita meno lineari spingono parte del capitale a uscire o a spostarsi su strumenti difensivi, inclusi prodotti short. Qui però si innesta una seconda dinamica, più strutturale: la crescita delle “tesorerie” crypto aziendali e la loro capacità di influenzare percezioni e liquidità. Strategy continua ad acquistare Bitcoin anche in fasi di calo, consolidando una posizione che non è più solo investimento, ma narrativa aziendale. La logica è quella di un bilancio che usa l’asset digitale come riserva strategica, con effetti su rischio, volatilità e dipendenza dal prezzo. Sull’altro fronte, la dimensione Ethereum si fa ancora più interessante perché si intreccia con staking e rendimento. Un soggetto come Bitmine, con una detenzione di ETH su scala enorme e una parte significativa in staking, introduce un elemento quasi “quasi-sovrano” nella supply circolante: non è un dettaglio da portafoglio, è un pezzo di mercato che immobilizza liquidità e genera flussi. In un periodo di sentiment negativo, la presenza di grandi tesorerie può stabilizzare o amplificare movimenti, a seconda di come gestisce vendite, staking, rotazioni. La scelta di Vitalik Buterin di vendere ETH in un breve arco temporale, pur non alterando necessariamente la sua posizione complessiva, ha un impatto psicologico inevitabile perché i mercati leggono ogni gesto come segnale. In una fase in cui l’asset scende e i flussi sono in uscita, anche vendite relativamente piccole possono diventare “storia”, quindi volatilità.
ZK, zkEVM e catene unificate: la risposta tecnica alla pressione dei mercati
Se la finanza crypto oscilla, la tecnologia blockchain accelera proprio nei momenti di stress, perché il mercato chiede efficienza, throughput e costi più bassi. Qui entrano in gioco due narrazioni: da un lato zkEVM come trasformazione di Ethereum, dall’altro proposte come Xero che promettono di eliminare la separazione per layer e ridurre complessità. La promessa di zkEVM è chiara: ridurre lo sforzo computazionale per la verifica e aumentare throughput e scalabilità senza replicare lavoro ridondante. In pratica, spostare il peso dal “rieseguire tutto” al “verificare prove”. Questo è coerente con una fase storica in cui la blockchain vuole diventare infrastruttura finanziaria e non può permettersi inefficienze strutturali. La narrativa delle catene unificate spinge nella stessa direzione: meno strati, meno punti deboli, meno surface area per vulnerabilità, più coerenza operativa. Anche qui, la connessione con le tariffe è indiretta ma reale: quando il mondo diventa più frammentato e costoso, la tecnologia che riduce attrito e complessità diventa più appetibile.
RealFi e asset reali onchain: standardizzare prima che esploda la domanda
Sul piano più “istituzionale”, l’Alleanza RealFi spinge su un tema che diventa inevitabile quando i mercati cercano nuove forme di rendimento e nuove infrastrutture di compliance: gli asset reali onchain. La promessa non è solo tokenizzare, ma standardizzare: ridurre frammentazione di liquidità, silos regolatori e rischi operativi. In un contesto di tariffe e riallineamenti geopolitici, l’idea di un’infrastruttura modulare con compliance nativa diventa un tentativo di rendere la finanza più trasparente e “programmabile”. Qui si misura un altro cambio di fase: la blockchain smette di vivere solo di narrativa retail e cerca credibilità su standard, rischio, oracoli, messaging cross-chain e strumenti per il capitale istituzionale. È un percorso lungo, ma i segnali sono coerenti con la pressione macro: quando il mondo si irrigidisce, le infrastrutture che promettono efficienza e compliance acquistano peso.
Dove porta tutto questo: la tariffa come architettura del potere tecnologico
Mettendo insieme questi segnali, la tariffa USA al 15% non appare più come una misura commerciale, ma come un dispositivo che influenza l’architettura del potere tecnologico. Spinge aziende e Paesi a ripensare investimenti, controlla tempi e incentivi, modifica vantaggi competitivi tra produttori, cambia i flussi di export e, indirettamente, condiziona perfino la disponibilità di compute per l’AI. La frizione sulle supply chain favorisce chi ha già scala e negoziazione, come TSMC, mentre mette pressione su chi deve costruire sovranità industriale con input ancora globali. Il boom export di Taiwan racconta che l’AI sta riscrivendo le categorie di commercio: non contano più solo beni, contano sistemi. Lo stallo di Stargate mostra che il compute è governance e che la governance, oggi, vale quanto l’hardware. La crypto, infine, riflette la stessa incertezza con flussi in uscita e movimenti di grandi tesorerie, mentre a livello tecnologico accelera la corsa verso ZK, efficienza e standardizzazione degli asset reali. È un mondo in cui percentuali e gigawatt hanno lo stesso peso narrativo, perché raccontano la stessa cosa: la competizione non è più sul prodotto finale, ma sulla capacità di sostenere infrastrutture, filiere e fiducia in un sistema che si sta restringendo.
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