Jane Street finisce citata in giudizio in un nuovo capitolo del caso TerraUSD (UST) e LUNA, uno dei crolli più distruttivi dell’ultimo decennio crypto, e lo fa in un momento in cui il mercato vive una doppia pressione: da un lato la litigiosità legale che riscrive retroattivamente responsabilità e profitti, dall’altro l’industrializzazione dell’AI come asset geopolitico e commerciale, al punto che Anthropic parla apertamente di campagne su scala “industriale” per estrarre capacità da Claude. Nel mezzo, il sistema delle stablecoin mostra la sua fragilità reputazionale prima ancora che tecnica, con USD1 che perde temporaneamente il peg e recupera in mezz’ora, mentre negli Stati Uniti riemergono piani di “normalizzazione” regolatoria e bancaria: Binance.US valuta partnership e opzioni di charter dopo il ritiro della causa SEC, e Crypto.com incassa un’approvazione condizionale dall’OCC per una trust bank nazionale. L’effetto complessivo è quello di una filiera che si sta istituzionalizzando, ma lo fa mentre si moltiplicano incidenti, attacchi coordinati, hack e accuse di manipolazione, come se la maturità arrivasse insieme alle vulnerabilità di un’infrastruttura ormai centrale.
Causa contro Jane Street per Terra: l’accusa di front-running e informazioni interne
La causa federale depositata a Manhattan dall’amministratore del piano di bancarotta di Terraform Labs, Todd Snyder, non è una semplice rievocazione del collasso del maggio 2022. È un tentativo di trasformare il crash di UST e LUNA in una sequenza ricostruibile di condotte, incentivi e vantaggi informativi. L’impianto accusatorio parla di front-running e utilizzo di informazioni non pubbliche provenienti da insider legati all’ecosistema Terraform, con l’effetto di generare profitti e, allo stesso tempo, di accelerare l’instabilità che avrebbe portato al collasso. Il punto politico-finanziario è qui: se la tesi regge, il caso Terra smette di essere “solo” un fallimento di design e di gestione del rischio, e diventa una disputa su manipolazione di mercato e appropriazione di valore tramite vantaggio informativo. La cifra evocata nel testo è quella di una distruzione di valore pari a 36,68 miliardi di euro, numeri che, nella narrativa legale, assumono la funzione di misuratore del danno sistemico. La causa coinvolge anche nomi interni a Jane Street, come il co-fondatore Robert Granieri, Bryce Pratt e Michael Huang, dettagli che indicano l’intenzione di alzare il livello di responsabilità fino ai vertici operativi. Nel racconto emergono anche riferimenti a chat Telegram e contatti tra soggetti che, all’epoca, erano presenti come attori di liquidità o come salvatori di mercato: Jump Trading, Jane Street e Alameda Research. Il fatto che procuratori federali a Manhattan abbiano esaminato conversazioni in cui si parla di “salvataggio” di UST rende l’episodio meno lineare: ciò che per alcuni era un intervento di stabilizzazione, per altri può diventare una prova di coordinamento opportunistico. In questa cornice, la bancarotta non è solo un passaggio tecnico, ma una piattaforma processuale per inseguire arricchimento illecito e per chiedere danni. La posizione difensiva, almeno sul piano comunicativo, è netta: Jane Street nega. Ma il contesto non è neutro. Il caso Terra, per definizione, è un cratere che ha trascinato a cascata soggetti come Three Arrows Capital, Voyager Digital e, nel domino successivo, ha contribuito al clima che ha preceduto la crisi di FTX. Per un tribunale, tutto questo non è “storia”, è contesto: dimostra che l’evento non era isolato e che le condotte di mercato potevano avere un impatto di sistema. In parallelo, Snyder presenta una pretesa separata contro Jump Trading per 3,67 miliardi di euro, e qui l’architettura dell’accusa diventa ancora più esplicita: Jump avrebbe generato 917 milioni di euro di profitti manipolando UST. In termini investigativi, la scelta di separare i filoni non è casuale. Significa provare a scomporre la catena in attori e moventi, distinguendo la presunta “ingegneria” del peg dall’uso del mercato per estrarre valore. Rimane l’ombra più pesante, quella di Do Kwon, che nel testo risulta essersi dichiarato colpevole di frode e condannato a 15 anni. È un elemento che, nel linguaggio legale, rafforza la plausibilità generale di condotte dolose attorno a Terraform, ma non risolve la domanda cruciale: chi, tra i grandi operatori, sapeva cosa e quando lo sapeva. La causa contro Jane Street, in questa prospettiva, è un tentativo di portare quella domanda dentro un perimetro probatorio.
Jansen Teng e Virtuals Protocol: agenti AI come attori economici e tokenizzazione della robotica
Mentre il caso Terra torna a essere un’arena giudiziaria, un’altra linea di frattura attraversa il settore: la trasformazione dell’AI in soggetto economico operativo. Jansen Teng, CEO di Virtuals Protocol, descrive un mondo in cui gli agenti AI non sono assistenti, ma entità che gestiscono wallet, generano ricavi e partecipano a mercati “agent-to-agent”. Il lessico qui cambia: non si parla più di “AI che aumenta la produttività umana”, ma di AI come attore. Virtuals si presenta come piattaforma decentralizzata che “crea, tokenizza e co-possiede” agenti autonomi, oggi applicati a gaming e intrattenimento, domani potenzialmente estesi alla robotica umanoide. L’idea chiave è che la tokenizzazione non serve solo a finanziare progetti, ma a trasformare l’attenzione e l’utilità in valore economico misurabile. È un discorso che, letto insieme alle turbolenze legali del crypto, mostra una contraddizione: la stessa infrastruttura che viene accusata di manipolazione e insider trading viene proposta come coordinatore di mercati autonomi per macchine. Teng lega questa traiettoria a un concetto operativo: la teleoperazione come ponte tra robotica e casi commerciali reali, con una riduzione dei costi del lavoro fisico stimata tra 40% e 60%. In questa visione, la robotica non aspetta il salto “fully autonomous” per diventare mercato. Diventa mercato prima, tramite ibridazione: operatori umani remoti, smart contract per coordinare compiti e flussi di pagamento, e token come meccanismo di incentivo e governance. Nel testo compare anche un dettaglio di mercato: un “token robotica” a 4,58 milioni di euro di market cap che “assicura residenza”, formulazione che suggerisce un ecosistema di progetti dove l’asset digitale diventa badge di accesso, appartenenza e, soprattutto, leva di raccolta. È un modello che riprende dinamiche già viste nel DeFi e nel Web3, ma le trasporta dentro la robotica, un settore che per decenni ha sofferto la mancanza di un motore di distribuzione e monetizzazione rapida. Teng parla apertamente di un collasso dei modelli economici per “produttività insana” generata da AI e robotica. È una frase che, in un contesto giornalistico, va letta come sintomo di una narrativa crescente: l’AI non è più tecnologia, è regime economico. In parallelo, Virtuals ipotizza un launchpad con fee sulle transazioni degli agenti e un sistema di staking che riconosce airdrop tra 3% e 5% dei nuovi progetti. Qui il tema diventa delicato: la promessa di mercati autonomi si accompagna a incentivi finanziari che, storicamente, hanno anche alimentato bolle e manipolazioni. Il punto non è “se sia giusto o sbagliato”, ma che questo modello sta entrando in territori ad alta responsabilità, come la robotica.
SolanaFloor e Step Finance: quando l’hack riscrive il destino di un media di ecosistema
Sul lato crypto più tradizionale, la chiusura di SolanaFloor rappresenta un segnale meno rumoroso ma altrettanto istruttivo: la sostenibilità di progetti e media legati a un ecosistema dipende da condizioni che, in mercato ribassista o in crisi di fiducia, crollano rapidamente. SolanaFloor cessa le operazioni “immediatamente”, con la motivazione delle difficoltà finanziarie di Step Finance, indicata come società madre. Il testo collega la decisione a un hack di gennaio: 27,5 milioni di euro in SOL sottratti a Step. Da quel punto, Step esplora finanziamenti e acquisizioni senza successo, avvia piani di buyback per holder STEP su snapshot pre-incidente e gestisce la chiusura di prodotti come dashboard, API e app mobile. La storia qui è una: un hack non è solo perdita economica, è perdita di continuità operativa, reputazione e capacità di monetizzare. Il dato sul token STEP è brutale: un crollo del 90% post-hack, fino a un valore citato di 0,0007 euro, con un –99% rispetto ai livelli pre-incidente. In un ecosistema dove i token spesso finanziano sviluppo e community, quel tipo di perdita rende difficile sostenere costi fissi e salari, e costringe a scelte drastiche. SolanaFloor mantiene un archivio, ma interrompe nuovi contenuti, segnando la fine di una narrativa che aveva documentato la crescita di Solana “da un account X piccolo” fino a un ruolo più strutturato. C’è anche la gestione di Remora Markets, con redenzione rToken e promessa di backing 1:1. Sono dettagli che indicano un tentativo di chiudere senza lasciare macerie, ma il messaggio di fondo resta: anche i progetti più vicini all’ecosistema e alle sue metriche possono essere spazzati via se il layer di sicurezza e liquidità si rompe.
USD1 depeg: l’attacco coordinato e la vulnerabilità reputazionale delle stablecoin
Il depeg di USD1, stablecoin legata a World Liberty Financial, è un episodio che vale più della sua durata. Nel testo USD1 scende fino a 0,90 euro su Binance e recupera in 30 minuti. Tecnicamente, il recupero rapido viene attribuito alla solidità del meccanismo mint-and-redeem e alla struttura di collateral che mantiene la parità con il dollaro. Ma l’aspetto rilevante è l’interpretazione: World Liberty parla di attacco coordinato, con compromissione di account X dei co-fondatori, influencer pagati per diffondere FUD e posizioni short “massive” su WLFI, il token di governance. WLFI nel testo scende dell’8% e chiude a 0,10 euro, –4%. Qui emerge una dinamica tipica del 2026: molte crisi non sono più solo “on-chain”. Sono crisi ibride. Un attacco informativo, un account social compromesso, un’ondata di post e un posizionamento speculativo possono creare un depeg temporaneo anche senza un difetto tecnico strutturale. È la vulnerabilità reputazionale delle stablecoin, soprattutto quando sono politicamente connotate o legate a figure pubbliche. Il testo definisce USD1 come quinta per market cap, a 4,4 miliardi di euro, e la lega a un contesto politico “Trump-adjacent”. Questo dettaglio non è ornamentale: è ciò che rende l’asset più esposto a campagne narrative, perché diventa un bersaglio che produce ritorno mediatico oltre che profitto finanziario. Il recupero in mezz’ora “rafforza fiducia”, ma il danno più importante non è la perdita momentanea: è la dimostrazione che, nel mercato attuale, la stabilità è anche una battaglia di percezione.
Binance.US dopo il ritiro della causa SEC: ritorno alle banche e opzione charter
Sul fronte statunitense, Binance.US cerca di riposizionarsi dopo il ritiro della causa SEC del 2023 contro Binance e CZ “con prejudice”, segno di un cambio di clima regolatorio sotto la seconda amministrazione Trump. Il testo parla di Paul Atkins alla guida della SEC e di una Task Force Crypto che punta a un framework regolatorio più bilanciato. In questo scenario, Binance.US esplora “legami bancari profondi” e opzioni di charter, anche perché la causa aveva avuto effetti operativi immediati: sospensione dei depositi e prelievi in dollari per 18 mesi e crollo dei volumi. Il dato sulle multe antiriciclaggio è gigantesco: 3,94 miliardi di euro. CZ nel testo ha scontato 4 mesi ed è stato rilasciato a settembre 2024, ricevendo un perdono presidenziale nell’ottobre 2025. È un passaggio che, nel mondo reale, significa una cosa sola: la strategia di accesso al sistema bancario torna al centro. Senza banche, un exchange USA resta confinato. Con banche e licenze, può tornare a competere su rampe fiat, prodotti e compliance. CZ, nel testo, nega il ritorno come CEO e nega legami con la famiglia Trump, ma il segnale che vuole mandare è la presenza di un ambiente più favorevole. La domanda giornalistica è un’altra: cosa succede quando un operatore che ha pagato miliardi in sanzioni tenta un rientro “istituzionale”? La risposta sta nei processi di controllo, nelle partnership bancarie, e nella capacità di dimostrare che il modello di rischio è cambiato. Il mercato, di solito, premia il ritorno della liquidità prima ancora della reputazione. Ma i regolatori, se davvero cambiano approccio, potrebbero spingere verso un modello in cui l’innovazione è permessa solo dentro argini verificabili.
Stablecoin per Gaza: dollaro digitale come infrastruttura in area di conflitto
Uno dei passaggi più sensibili riguarda l’esplorazione da parte di funzionari Trump di una stablecoin dollar-backed per Gaza, come parte di un progetto di ricostruzione economica post-guerra. La proposta, attribuita a Liran Tancman, viene descritta come strumento per pagamenti digitali, non come nuova valuta palestinese. Il razionale è pratico e brutale: infrastrutture bancarie distrutte, accesso limitato al contante in shekel dal 2023, scarsità di cash fisico. In questa cornice, una stablecoin potrebbe diventare un sostituto funzionale dei canali tradizionali, ridurre dipendenza dal contante e, secondo il testo, “limitare” canali di ricavo per Hamas. Ma la proposta porta con sé rischi strutturali che nel testo vengono già evocati: separazione economica dalla West Bank, problemi di governance in condizioni di blackout elettrici e connettività ridotta a rete 2G. Qui la tecnologia non risolve la politica: la amplifica. Una stablecoin può funzionare come infrastruttura di pagamento, ma può anche diventare un meccanismo di controllo e tracciamento, e un nuovo livello di dipendenza da attori esterni. Il fatto stesso che un’area di conflitto venga discussa come terreno di sperimentazione per una stablecoin segnala un cambiamento: le crypto non sono più solo finanza alternativa, diventano strumento di policy e di logistica economica. La questione non è se sia “buono” o “cattivo”, ma chi controlla le chiavi, chi definisce gli accessi, chi gestisce i freeze, e chi garantisce continuità in condizioni estreme.
Crypto.com e OCC: la trust bank come scorciatoia federale per custodia e staking
Infine, l’approvazione condizionale dell’OCC per la licenza di banca fiducia nazionale a Crypto.com è una delle notizie più “istituzionali” del pacchetto, e forse la più importante nel medio periodo. Il testo parla di Foris Dax National Trust Bank, con applicazione nell’ottobre 2025 e potenziale rinomina in “Crypto.com National Trust Bank” a licenza piena. La leva qui è chiara: operare come trust bank nazionale consente custodia di asset e servizi come staking sotto supervisione federale, evitando il mosaico di licenze statali per la custodia. È un’accelerazione verso la normalizzazione: le crypto diventano un servizio bancario di custodia e gestione, con regole, audit e controlli. Nel testo si parla anche di ritiro di guidance restrittive e di un trend crescente di aziende digitali che inseguono status bancario federale, in concorrenza con nomi come Circle, BitGo, Fidelity e Paxos. È la materializzazione di una tesi: la finanza crypto, per sopravvivere su larga scala, entra nelle forme della finanza tradizionale. E lo fa perché il mercato, dopo anni di crisi e frodi, chiede infrastrutture verificabili. In questo quadro, il caso Jane Street-Terra e l’approvazione OCC sono due estremi della stessa traiettoria. Da una parte, la ricostruzione giudiziaria di presunte manipolazioni in un mercato ancora giovane. Dall’altra, la ricerca di licenze e cornici federali per rendere “adulto” ciò che era nato come ribellione. In mezzo, la guerra industriale dell’AI e le stablecoin come terreno di attacco informativo mostrano che la maturità non elimina la turbolenza: la sposta su livelli più alti, dove la posta in gioco è sistemica.
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