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L’effetto Falsissimo: la censura di Mediaset trasforma Fabrizio Corona nel nuovo Grillo?

L’ultima puntata di Fabrizio Corona su Falsissimo (YouTube) è diventata una “resa dei conti” capace di accendere un putiferio social e far affiorare dettagli che, letti in sequenza, somigliano sempre meno a un semplice scontro mediatico. In superficie c’è la polemica, la contrapposizione, la rivalsa personale. Sotto, però, si intravede una traiettoria che Corona stesso aveva anticipato: l’idea di scendere in politica e la ripetuta evocazione di un incontro con Donald Trump per avviare un progetto. Che sia serio o strumentale, il punto non è la promessa in sé, ma l’effetto: il modo in cui una figura “borderline” trasforma la propria esposizione in un dispositivo di mobilitazione. Se lo si guarda con lente politica, l’“effetto Corona” sembra riportare indietro l’orologio: a una stagione in cui l’anti-sistema diventava contenitore, in cui la rete sembrava una piazza orizzontale capace di inglobare tutto, dal ragionamento più lucido al complottismo più puro. In quella fase, un modello ha segnato un’epoca: il Movimento 5 Stelle, con il suo ecosistema e la centralità di Beppe Grillo, lo strillatore che portava il teatro nel web e il web nel teatro, facendo sentire “unici e speciali” individui diversissimi ma accomunati da una frattura con il sistema. L’analogia con Corona nasce proprio qui: nella capacità di catalizzare consenso e rancore, nel rendere “partecipazione” un atto che ruota attorno a una figura dominante. Solo che, nel caso attuale, il bersaglio e il terreno di scontro cambiano radicalmente. La pressione non si concentra soltanto sul perimetro politico, ma si sposta su una grande potenza industriale e mediatica privata, e cioè Mediaset, legata ai figli di Berlusconi e a un pezzo di storia nazionale che ha avuto ed ha ancora oggi un peso industriale, culturale e politico. E dove c’è Mediaset, in questa lettura, c’è anche la scia di Forza Italia, che da oltre trent’anni cavalca la scena della destra italiana ed ha un ruolo rilevante nel Governo proprio sui media e l’editoria dove esercita un potere di influenza nel rapporto con le big tech ed i meccanismi pubblicitari. L’effetto, a questo punto, non è solo sociologico. Diventa anche legale. Diventa un conflitto che si misura in oscuramenti, procedure stragiudiziali, tentativi di spegnere megafoni, e nella conseguente nascita di un mito: l’idea che Corona venga “censurato” e che proprio quella censura lo trasformi, agli occhi di una parte del pubblico, in un simbolo politico.

Il precedente Grillo e la macchina che muoveva l’anti-sistema

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Per capire il parallelismo, bisogna restare dentro la dinamica che viene evocata: Beppe Grillo era il frontman, ma la sua potenza di fuoco, col senno di poi, appare come il prodotto di una squadra e di una fase storica in cui Internet aveva meno limiti e minori restrizioni operative. Grillo riempiva teatri, costruiva una comunità, amplificava temi economico-finanziari che intercettavano chi aveva subito danni da grandi casi come Parmalat. Quella miscela, nel racconto, produceva un’energia che arrivò fino al Parlamento grazie a una cordata politica, ma con un limite strutturale: Grillo non poté scendere in campo in ruoli istituzionali perché gravato da una condanna penale. Ed è qui che l’analogia diventa più tagliente. Fabrizio Corona è nei fatti un pluripregiudicato, risucchiato in un vortice di processi e condanne, fino a sperimentare sulla propria pelle i meccanismi delle case circondariali italiane. Il suo profilo pubblico è quello di un personaggio che si muove tra salotti buoni e frequentazioni criminali, tra mondi rispettabili e mondi carcerari, tra spettacolo e oscurità. È una traiettoria che produce repulsione e attrazione, e che, proprio per questo, può funzionare come miccia politica: chi lo guarda non vede solo un entertainer, ma un soggetto che si presenta come “detentore di informazioni sensibili”, in grado di colpire un sistema. In questa cornice, l’aspetto decisivo non è se le informazioni siano davvero “sensibili” nel senso pieno del termine, ma il modo in cui vengono percepite. Nel caso Grillo, il colpo era diretto al sistema politico-economico. Nel caso Corona, la specializzazione sia un’altra: colpire la più grande azienda italiana di comunicazione privata, cioè Mediaset, con un’operazione che ha riverberi industriali e politici oltreché deontologici.

Mediaset come bersaglio totale: industria, politica, identità

Quando il bersaglio diventa Mediaset, il terreno cambia scala. Non si parla più soltanto di reputazioni individuali, ma di un’azienda “dal valore di miliardi”, impegnata in borsa, in espansione sul suolo europeo e quindi fisiologicamente sensibile a qualunque catena di voci che possa penalizzarla. In questa lettura, la reazione non è orientata “solo a vincere” in tribunale, ma a bloccare una dinamica comunicativa prima che diventi inarrestabile. È qui che si innesta la dimensione politica: Mediaset non è un attore neutro nella memoria collettiva. È un pezzo di storia, ed è il luogo da cui “parte anche il partito”, ossia il percorso che ha portato a Forza Italia e che consente oggi di tutelare l’azienda e Signorini . Questo rende qualunque conflitto con Mediaset qualcosa di più di una lite tra privati: assume i contorni di uno scontro con un nodo di potere che ha influenzato l’immaginario, la televisione, l’industria culturale e il discorso pubblico. Corona, in questo quadro, “ci va giù pesante”, mosso anche da interesse personale e da un livore che lo porta talvolta a commettere passi falsi. Il conflitto non è pulito, non è lineare, non è istituzionale. È un conflitto che alterna denuncia, attacco, provocazione e incoerenza. E proprio questa instabilità, paradossalmente, alimenta l’attenzione: l’audience non assiste a una conferenza stampa, ma a un corpo a corpo.

Rivalità, nemici giurati e la “meritocrazia” come bandiera

Dentro la dinamica emergono anche i “nemici giurati” che, nel testo, muovono Corona: la famiglia Berlusconi, nella persona dei figli, e soprattutto Alfonso Signorini, descritto come colui che “è subentrato al sistema” e che ha messo Corona alle strette negli ultimi anni. Qui la rivalità diventa carburante narrativo: non è più soltanto Mediaset come entità astratta, ma un conflitto che si personifica. Accanto alla vendetta e alla rivalità, però, viene evocato un appiglio “sociale”: Corona sposta la palla sul tema della meritocrazia, facendo riferimento alle selezioni del Grande Fratello. È un passaggio centrale perché trasforma una disputa in un discorso che pretende di parlare a molti. La tesi implicita è che il sistema premi amicizie e conoscenze, che perfino l’accesso a un format popolare diventi simbolo di un Paese bloccato, e che proprio su questa frustrazione si possa costruire un consenso trasversale, soprattutto tra giovani e professionisti scontenti. Questo è uno snodo politico classico: prendere un caso specifico e convertirlo in metafora generale. Se funziona, l’oggetto della polemica non è più “Corona contro Signorini”, ma “un sistema Italia” percepito come non meritocratico. Ed è qui che il discorso può spostarsi dall’intrattenimento alla politica, anche se resta in bilico tra denuncia e spettacolarizzazione.

Il web come campo di battaglia e la punizione dell’oscurantismo

C’è poi un elemento che, in questa narrazione, separa Corona da Grillo. Nel mondo moderno, Corona ha il web a favore, ma nello stesso tempo ha contro la struttura di Internet: piattaforme, regole, procedure, azioni legali capaci di spegnere profili e canali. Corona vive “borderline” nei meandri dei social come se fosse un criminale o un truffatore, con un megafono che si accende e si spegne. Qui entra in gioco un parallelo esplicito con Matrice Digitale, vittima di chiusure ingiustificate di profili sui social pur muovendosi su un piano giornalistico e tematico diverso da quello di Corona. Il punto, però, non è l’equiparazione morale. È la meccanica: la procedura stragiudiziale come strumento per ottenere oscuramenti, e la percezione di una tutela “preventiva” dell’immagine che prescinde da un pieno contraddittorio pubblico. In questa cornice, Mediaset avvia procedure extragiudiziali “e non solo” per oscurare i profili di Corona, riuscendoci con un’efficacia eccezionale. Il dato politico che ne deriva, nel ragionamento, è che la democrazia digitale, nella sua prima fase, riesce a far valere un diritto specifico con grande rapidità: il diritto di Signorini, indagato, a essere tutelato nella sua immagine, preventivamente, insieme ad una azienda che dovrà dimostrare di non aver violato il codice etico in tribunale. L’effetto, però, è anche un altro: più si spegne il megafono, più si alimenta la narrativa della censura.

Il mito politico della censura: quando spegni il megafono e accendi il virus

È qui che nasce il “mito politico” di Corona. La domanda che si impone nel testo è brutale: perché Corona viene censurato da più parti sui social network? La risposta implicita è che la censura non elimina il contenuto, ma lo trasforma in contagio. Corona diventa un “virus” già innescato, un’idea che continua a vivere anche se l’uomo viene colpito. Viene evocata l’immagine di Guy Fawkes di V per vendetta: puoi uccidere chi esprime l’idea, ma l’idea sopravvive. Questo avviene concretamente nelle chat di WhatsApp, nelle ripubblicazioni spontanee, nei “volontari” che rimettono in circolo la puntata integrale. L’unica piattaforma che “resiste” al momento della pubblicazione dell’articolo è X, mentre su Telegram si segnalano oscuramenti. Corona continua a macinare visite, ma con una portata ridotta rispetto alle prime apparizioni sul caso Mediaset e Signorini. Tuttavia, la traiettoria resta: meno canali ufficiali, più copie e riflessi. In questo scenario, il fattore più rilevante è la trasformazione del potere: Corona dice di viaggiare da solo, di prodursi da solo, di massimizzare gli introiti, ma allo stesso tempo riesce a portare avanti qualcosa che non è solo dibattito politico: è soprattutto dibattito giudiziario che a Matrice Digitale interessa molto perchè affronta il rapporto tra organi dello Stato, privati cittadini e imprese con il mondo delle piattaforme web. C’è un però: un dibattito giudiziario, quando si innesta nel racconto di censura, tende a produrre comunità.

Il laboratorio stragiudiziale e il ruolo dello “studio Previti”

Dietro l’operazione Mediaset c’è un corpo legale di grande riferimento. Corona, più volte, ha accusato lo studio Previti, dicendo, in sostanza: “io contro tutti questi avvocati”. L’idea è che la specializzazione e la forza di una macchina legale abbiano avuto la meglio, anche per competenze maturate in contesti di rilievo, come il supporto alla Lega Serie A per il Piracy Shield. Ma proprio qui si apre una seconda lettura: grazie a Corona, lo stesso apparato legale diventa anche simbolicamente rappresentativo di un sistema capace di “giustiziare” sui social e di offrire strumenti a chi vuole tutelare la propria immagine. È un paradosso: da un lato Corona si presenta come vittima di un assedio legale; dall’altro, quell’assedio diventa la prova che esiste un metodo replicabile, un precedente, un kit operativo per spegnere contenuti e profili quando si ritiene che danneggino un soggetto forte. In controluce, c’è il tema più grande: la tutela preventiva dell’immagine come arma contemporanea. Se la procedura stragiudiziale diventa scorciatoia, l’informazione e l’opinione pubblica entrano in un regime di rischio permanente: non ti puniscono dopo, ti spengono prima. È la dinamica che riecheggia anche in esperienze già vissute da Matrice Digitale.

Il ritorno agli anni Settanta: quando la piazza digitale si sposta nei teatri

Il ragionamento compie un salto temporale esplicito: Corona, oggettivamente e fattualmente, “riporta l’Italia” a una situazione simile agli anni ’70, quando copertine di giornali o intere redazioni venivano sequestrate per contenuti non in linea con la morale dell’epoca. Se questo parallelo regge, e non ci sono dubbi in tal senso, allora cambia anche la strategia di sopravvivenza. Proprio come negli anni ’70, l’unico modo per fare pubblico diventa incontrare i seguaci dal vivo, nei teatri e nelle piazze, stringere mani, ascoltare “le istanze dei cittadini”. Da un lato, questo penalizza i grandi numeri. Dall’altro, rafforza il presidio territoriale e produce un rapporto più saldo, più fisico, più politico. È qui che si affaccia l’ipotesi estrema: la nascita di un partito politico.

Mario Adinolfi: Corona e Vannacci con me. Altrimenti scelgo uno

Mario Adinolfi, giornalista e politico di lungo corso nonchè volto Mediaset, dopo aver espresso un auspicio su un trittico Vannacci-Corona-Adinolfi in politica, ha subito una doccia fredda nell’ultima puntata di Falsissimo perché lo stesso ex re dei paparazzi ha definito in modo sprezzante un eventuale sinergia con il Generale. Dietro lo spettro Pascale, le cui fonti a lei vicine hanno diffuso informazioni o diffamazioni su un dirigente di Mediaset, Adinolfi rincara la dose a Matrice Digitale raccontando un dietro le quinte: “Corona mi parla da tempo di questa sua ambizione di costituire un partito ed è certamente lucida la sua ambizione di rivolgersi a un territorio vergine come quello dei giovani che finora si sono tenuti lontani dalle urne. In questo c’è una discontinuità anche rispetto al più general-generico populismo grillino, che non a caso è rifluito ora nel solito campo della sinistra. I ragazzi che Corona può intercettare hanno invece il cuore che prevalentemente batte a destra ed è attratto dalla lotta al laidume morale che accomuna i fratelli Berlusconi alla sinistra, specie nel territorio della copertura alla cupola lgbt. Anche per questo io continuo a coltivare il progetto di far dialogare Corona e Vannacci, se possibile con l’azione del Popolo della Famiglia l’obiettivo è federarli. Dopo l’impegno che avrò concluso il 23 marzo, quando avrò pesato il valore del mio simbolo essendo candidato alle suppletive per la Camera in Veneto, mi metterò d’impegno alla costruzione del ponte tra i due. Se non dovessi riuscirci comunque schiererò il mio know how politiche e le forze del Popolo della Famiglia con uno dei due”.

Fuoco di paglia o nuovo Movimento 5 Stelle: la scommessa e il rischio

La domanda finale è inevitabile: come finirà la storia? La risposta resta sospesa, ma viene tracciato un bivio. Da un lato, Corona potrebbe diventare colui che avvicina giovani e classe dirigente scontenta al voto, trascinando perfino persone che prima non lo sopportavano e ora lo rivalutano. Potrebbe farlo grazie al modello contemporaneo dell’uomo visibile e forte, in un sistema in cui conta la centralità del leader. Dall’altro, potrebbe essere un fuoco di paglia: qualche percentuale, qualche quattrino, poi una vita intera passata a difendersi nei tribunali e nei social, in una condizione borderline permanente. Luigi de Magistris, è l’esempio di una traiettoria che, secondo le minacce ricevute da chi era stato indagato, può trasformare la politica in un campo minato personale, una vita spesa a reggere l’urto dopo aver aperto una voragine.

E qui riemerge il nodo strutturale: rispetto al Movimento 5 Stelle delle origini, nel caso Corona manca, almeno per ora, l’aspetto orizzontale. La partecipazione appare verticistica, concentrata esclusivamente sulla figura di Corona. È un modello diverso, più compatibile con gli standard moderni della visibilità, ma anche più fragile: se il leader cade, cade tutto; se il leader viene oscurato, però, può scattare l’effetto opposto, e cioè la mitologia del martirio digitale.

Il punto politico, dentro questa ricostruzione, non è stabilire se Corona sia “buono” o “cattivo”. Il punto è che un personaggio con un passato giudiziario pesante, un profilo pubblico controverso e una capacità di colpire nodi sensibili può diventare un catalizzatore. E quando la risposta del sistema si esprime attraverso spegnimenti, oscuramenti, azioni legali rapide, l’energia non si dissolve necessariamente: può cambiare forma, diventare copia, diventare chat, diventare teatro, diventare partito. È questo, in definitiva, il cuore dell’effetto Corona così come emerge da questa vicenda: un conflitto che nasce come spettacolo, cresce come guerra di reputazioni, e finisce per assumere un potenziale politico perché mette le mani, contemporaneamente, su potere mediatico, procedure legali e frustrazioni sociali di coloro che ritengono di vivere in una società dove anche per entrare nel Grande Fratello c’è bisogno della raccomandazione.

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