Questa settimana c’è un filo che lega tutto, ed è molto più inquietante di quanto sembri a chi passa le giornate a misurare la politica con i like, i reel e le frasi riprese dai podcast. Da una parte c’è Giorgia Meloni che entra nel salotto di Fedez mentre il Paese viene accompagnato al referendum dentro una gigantesca operazione di spettacolarizzazione del potere. Dall’altra c’è il crollo di credibilità del Garante Privacy, lo stesso che nel 2023 veniva celebrato come avanguardia mondiale contro ChatGPT e che oggi si ritrova con atti annullati, verbali contestati e una crisi istituzionale che la politica finge di non vedere. Sullo sfondo, ma nemmeno troppo, c’è poi la guerra cibernetica, quella vera, quella che oggi in tanti scoprono come se fosse una novità di stagione, mentre noi la raccontiamo da dieci anni e la mappiamo ogni giorno in un atlante vivo che non serve a impressionare i convegni ma a capire come si muove davvero il conflitto digitale globale.
Il punto è sempre lo stesso: una parte della classe dirigente italiana continua a vivere dentro la superficie, dentro la narrazione pronta all’uso, dentro il teatrino in cui i mediocri si applaudono tra loro. I lavoratori, i professionisti, perfino molti osservatori che dovrebbero maneggiare con cautela i fatti, si fermano invece al post sui social, alla clip ben montata, al commento del teleimbonitore di Stato o del commerciante di narrazioni utili alle imprese. E così la realtà sparisce. Noi questa settimana proviamo a rimetterla al centro, senza trucco e senza riverenza.
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