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L’inchiesta Del Deo diventa l’arma finale nello scontro tra Mantovano e Crosetto

L’inchiesta su Squadra Fiore non è più soltanto la cronaca di una presunta centrale clandestina di dossieraggio. È diventata il luogo in cui si incrociano tre linee di crisi: la tenuta del perimetro dei servizi, la lotta per il controllo politico della sicurezza nazionale e la necessità del governo di dimostrare che il proprio cerchio più vicino non è stato perforato da uomini che quel cerchio lo conoscevano troppo bene. Le perquisizioni del Ros del 20 aprile 2026, coordinate dalla Procura di Roma e dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, hanno dato forma giudiziaria a un sospetto che circolava da mesi: la presenza di una struttura capace di produrre dossier su persone e imprese attraverso accessi abusivi a banche dati istituzionali, con una continuità investigativa che si collega anche al filone milanese di Equalize. Il primo punto da chiarire, anche politicamente, è che Giuseppe Del Deo non era un semplice uomo di tutela. Le fonti pubbliche lo descrivono come ex numero due del Dis, con un passato apicale anche nell’Aisi, cioè nei gangli più delicati dell’intelligence italiana. È questo che rende la vicenda più grave. Non si sta parlando di un comprimario con accesso laterale ai palazzi, ma di un uomo cresciuto dentro il sistema informativo della Repubblica, poi uscito di scena nel 2025 con un pensionamento anticipato e oggi indagato, mentre lui rivendica la propria estraneità ai fatti.

Del Deo non era ai margini di Palazzo Chigi

La chiave politica dell’intera storia sta qui. Diverse ricostruzioni giornalistiche collocano Del Deo non solo nel comparto dei servizi, ma anche dentro la zona di prossimità dell’entourage più ristretto della presidente del Consiglio. La stessa stampa che ha seguito il caso ricorda i suoi rapporti con il circuito più fiduciario attorno a Giorgia Meloni, nel quale pesa la figura di Patrizia Scurti, capo della segreteria particolare della premier, e del marito Giuseppe del Deo, indicato come capo della scorta. In parallelo, altre fonti descrivono Del Deo come uno degli uomini che avevano accesso al perimetro più sensibile del potere esecutivo. Non è un dettaglio di colore: significa che la frattura non riguarda l’esterno del palazzo, ma la sua soglia interna. Da questo punto di vista, la domanda “stanno smontando la forza di Mantovano?” è legittima, ma i segnali pubblici raccontano, almeno per ora, qualcosa di più complesso. Alfredo Mantovano non appare come il bersaglio di una demolizione immediata. Al contrario, nelle ore successive all’esplosione del caso, la linea che filtra da Palazzo Chigi è opposta: il governo rivendica di aver allontanato Del Deo già nel 2025. Il messaggio è chiaro e quasi difensivo: non siamo davanti a un uomo ancora protetto, ma a una figura rimossa in tempo.

In termini politici, questa non è la postura di chi viene commissariato; è la postura di chi tenta di intestarsi la bonifica.

Questo però non assolve Mantovano dal problema opposto, cioè dalla responsabilità politica di un perimetro che evidentemente conosceva troppo poco o troppo tardi le proprie falle. Più che smontare la sua forza, l’inchiesta misura la fragilità della sua architettura di controllo. Se un ex vertice del comparto intelligence, descritto da molte ricostruzioni come vicino all’orbita più riservata di Palazzo Chigi, finisce al centro di un’indagine così vasta, il danno non è solo penale o reputazionale: è un danno di sovranità interna, perché dice che l’accesso ai segreti e alle relazioni può sopravvivere alle cariche formali e continuare a produrre influenza.

Fuoco amico o contromisura interna

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Allo stato degli atti pubblici non esiste la prova che Squadra Fiore sia stata usata per costruire dossier contro l’opposizione in senso stretto, e sarebbe scorretto trasformare questa suggestione in fatto accertato. Le fonti ufficiali parlano di attività di dossieraggio su “importanti persone fisiche ed imprese italiane”, mentre altre cronache collegano la vicenda a episodi opachi che avevano già lambito il perimetro della premier, come il caso Giambruno e quello relativo agli accertamenti su Gaetano Caputi. Il punto, dunque, non è ancora stabilire se ci fosse un bersaglio politico unico; il punto è capire se esistesse una infrastruttura parallela di raccolta, pressione e protezione, capace di essere attivata in più direzioni. È qui che nasce la pista del fuoco amico, ma solo come lettura politica, non come verità processuale.

Perché se i dossier, i controlli abusivi e le interferenze riservate si muovono intorno allo stesso ecosistema di apparati, allora l’ipotesi più inquietante non è soltanto quella dell’attacco al nemico esterno.

È quella della regolazione interna dei rapporti di forza, del materiale raccolto per proteggere, neutralizzare, ricattare o disciplinare soggetti diversi a seconda delle necessità. In altre parole: non una macchina ideologica, ma una macchina di potere. Le carte disponibili non consentono ancora di attribuirla a una sola regia politica, però consentono di dire che il suo eventuale uso sarebbe stato trasversale per definizione.

Il denaro, gli appalti e il vero nervo scoperto

La parte più esplosiva del fascicolo, infatti, non è solo quella dei dossier. È quella dei soldi. Il Ros ha parlato di un filone che riguarda l’utilizzo di fondi Aisi per un contratto di fornitura che, secondo gli inquirenti, sarebbe rimasto privo di effettiva esecuzione; di possibile uso non istituzionale degli schedari informativi del comparto intelligence; e di ulteriori ipotesi di truffa aggravata legate a operazioni societarie che avrebbero danneggiato anche Cdp Equity. A questo si aggiungono le ricostruzioni che chiamano in causa la società Sind, attiva nel riconoscimento facciale e nei sistemi biometrici, e il nome di Carmine Saladino per il versante Maticmind. Qui il dossieraggio incontra il procurement, e il procurement incontra il potere. Alcune fonti giornalistiche riferiscono inoltre che nelle intercettazioni e nei verbali compaiono riferimenti a ammanchi di 7-8 milioni di euro, mentre la contestazione formalizzata a Del Deo riguarda un peculato da 5 milioni. Anche su questo versante il punto va tenuto fermo:

le somme più alte appartengono per ora alla dimensione delle conversazioni intercettate e delle ricostruzioni investigative, non a un’accusa definitiva cristallizzata in sentenza. Ma il solo fatto che il baricentro dell’indagine si sposti dai dossier agli ammanchi, dai controlli abusivi agli appalti gonfiati, spiega perché l’affaire sia diventato una questione di governo e non una semplice pagina nera dell’intelligence.

In questa chiave cambia anche la figura di Del Deo. Non più soltanto uomo dei segreti, ma possibile punto di giunzione tra apparato, denaro e relazioni. È per questo che la mossa di autosospendersi da Cerved Group non è stata letta come una semplice formalità aziendale, ma come il tentativo di circoscrivere il danno reputazionale mentre la procura allarga il perimetro delle verifiche su dispositivi, documenti e rapporti economici.

Lo scontro Crosetto-Mantovano e la partita sulla sicurezza

L’altro tassello che trasforma l’inchiesta in fatto politico è il contesto delle ultime settimane. Il 5 marzo 2026, in Senato, Matteo Renzi ha confermato una suggestione di Matrice Digitale di un anno prima, parlando apertamente di una “guerra strisciante” tra Guido Crosetto e Alfredo Mantovano, evocando persino qualcuno “all’interno dei servizi di intelligence” che avrebbe messo di mira il ministro della Difesa. Nei giorni successivi, il dibattito pubblico si è riempito di retroscena su ruggini, dossier, governance della sicurezza e ruolo dell’intelligence militare. Crosetto ha poi risposto dicendo di avere “piena fiducia” in Mantovano, mentre quest’ultimo ha sostenuto che i dossier su sicurezza e difesa sono trattati dal governo con “piena e totale intesa”. Quando due figure istituzionali sono costrette a ribadire così esplicitamente la compattezza, il dato politico è che la frattura è già entrata nella percezione pubblica. Per questo Squadra Fiore arriva nel momento più delicato possibile. Se davvero, come sostengono più ricostruzioni, l’inchiesta apre uno squarcio su attività para-investigative, dossier riservati, appalti della sicurezza e relazioni interne al comparto, allora il caso può diventare il modo con cui il governo tenta di chiudere la partita apertasi tra Difesa, Palazzo Chigi e servizi. Non nel senso di fare chiarezza completa, che spetterà ai magistrati, ma nel senso di ridefinire le gerarchie politiche e dire chi controlla davvero il dossier intelligence dopo mesi di sospetti e tensioni. Questa è una lettura analitica, non una prova processuale, ma poggia sul calendario e sulla convergenza degli eventi.

Il decreto sicurezza, il Colle e la gestione parallela della crisi

Dentro questa stessa cornice si inserisce il capitolo del decreto sicurezza. Il caso della norma sui 615 euro agli avvocati che seguono pratiche di rimpatrio volontario ha aperto un’altra crepa tra governo e Quirinale. Le fonti parlamentari e di agenzia hanno raccontato un passaggio molto preciso: il decreto sicurezza viene portato avanti, ma parallelamente si prepara un nuovo decreto ad hoc per cancellare o sterilizzare la norma contestata, così da superare i rilievi del Colle. A La7, Marco Travaglio ha definito questa dinamica una vera e propria “contrattazione con il Quirinale”, giudicandola una stortura sul piano del metodo. Il collegamento con Squadra Fiore non è giudiziario ma politico. In entrambi i casi il governo sembra muoversi secondo una logica di doppio binario:

prima mette in sicurezza l’immediato, poi corregge, sterilizza, allontana, ridimensiona. Sul decreto sicurezza il modello è: approvo ora, aggiusto dopo. Sul caso Del Deo la formula che trapela è: lo abbiamo già rimosso, quindi il problema non è più nel perimetro attuale. È una tecnica di contenimento che non elimina il danno, ma cerca di impedire che diventi una crisi sistemica.

La Russa rientra, Mantovano resiste

L’ultimo tassello riguarda Ignazio La Russa e le dimissioni di Daniela Santanchè, arrivate il 25 marzo dopo il pressing della premier e del partito. Le cronache riferiscono che La Russa fece da tramite e, nello stesso tempo, continuò pubblicamente a difendere la ministra, sostenendo che non vi fossero ragioni giuridiche per il passo indietro. Qui il punto non è solo Santanchè. Il punto è che, in una fase in cui il governo ha dovuto gestire una serie di fronti sensibili, La Russa ha mostrato di poter tornare a svolgere una funzione di mediazione interna dentro Fratelli d’Italia. In termini di equilibrio politico, questo significa recuperare terreno proprio mentre si riapre la partita sulla sicurezza e sul controllo delle filiere riservate. E allora la risposta più onesta alla domanda iniziale è questa: non ci sono elementi pubblici sufficienti per dire che stiano smontando Mantovano, mentre ce ne sono parecchi per dire che il caso Squadra Fiore viene già usato per ridefinire il campo indebolendo Crosetto. Mantovano prova a uscire dalla vicenda come l’uomo che ha reciso per tempo il ramo marcio. La Russa torna utile come cerniera politica in una fase di riallineamento. Crosetto resta il ministro che ha imposto il tema dello scontro sotterraneo, anche solo per il fatto che quello scontro è stato evocato in Aula e poi smentito con eccessiva enfasi. Ma soprattutto, il governo prova a impedire che l’inchiesta venga letta come una deviazione marginale: il vero rischio è che venga letta come la prova di un potere parallelo cresciuto troppo vicino al cuore dello Stato.

Se nei prossimi giorni le carte dovessero consolidare i nessi tra dossier, appalti, fondi riservati e relazioni di Palazzo, allora la questione non sarà più se qualcuno stesse colpendo Mantovano o proteggendo Meloni. La questione diventerà un’altra: chi ha davvero governato il confine tra sicurezza nazionale e interesse privato, e per conto di chi lo ha fatto.

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