Il caso Report-Garante Privacy entra in una nuova fase davanti al Tar del Lazio e produce un cortocircuito comunicativo perfetto: Report rivendica una vittoria sulla trasparenza delle spese, mentre il Garante Privacy rivendica che il giudice amministrativo abbia confermato la correttezza dell’operato dell’Autorità su tre dei quattro profili esaminati. Entrambi dicono una parte di verità. Ed è proprio questa doppia narrazione a rendere politicamente interessante la vicenda, perché mostra come una sentenza possa essere trasformata in due comunicati opposti, due rivendicazioni incompatibili solo in apparenza, due letture costruite per parlare a pubblici diversi. Secondo quanto affermato da Report, il Tar del Lazio ha riconosciuto l’ostensione dei documenti di spesa del collegio del Garante della Privacy relativi al 2024. Per una trasmissione d’inchiesta che aveva concentrato la propria attenzione su hotel, voli, costi dell’Autorità e modalità di utilizzo delle risorse pubbliche, questo punto non è secondario: è il cuore giornalistico dell’intera operazione. La redazione non chiedeva soltanto un principio astratto di accesso, ma la possibilità di verificare come fossero state sostenute e rendicontate le spese dei vertici dell’Autorità.

Il Garante Privacy, dal canto suo, ha diffuso un comunicato in cui sottolinea che la sentenza del Tar Lazio confermerebbe la correttezza dell’operato dell’Autorità su tre dei quattro profili esaminati. Sul quarto, quello relativo al bilanciamento concreto tra trasparenza e riservatezza, l’Autorità ha fatto sapere di voler valutare se fondare un’impugnazione. Tradotto fuori dal linguaggio istituzionale, significa che il Garante celebra il tre a uno, ma sul punto decisivo dell’inchiesta giornalistica ha incassato una decisione sfavorevole. La questione non si riduce quindi a chi abbia “vinto” in senso matematico. Il punto reale è capire quale delle quattro istanze avesse il peso pubblico maggiore. E la risposta, sul piano giornalistico, appare difficilmente aggirabile: la richiesta più rilevante era quella sulle spese. Se Report puntava a verificare l’utilizzo delle risorse pubbliche da parte del collegio, l’accesso ai documenti contabili non rappresenta un dettaglio tecnico, ma l’oggetto stesso della sua inchiesta.
Cosa leggere
La guerra del tre a uno e il nodo politico delle spese
Il comunicato del Garante Privacy costruisce la propria difesa su un dato aritmetico: tre profili su quattro sarebbero stati risolti in modo favorevole all’Autorità. È una linea comunicativa comprensibile, perché consente all’ente di presentare la sentenza come conferma generale della correttezza del proprio comportamento. Ma l’aritmetica processuale non coincide sempre con il peso pubblico delle domande, soprattutto quando il contendere riguarda un’inchiesta giornalistica. Report non aveva bisogno di vincere tutte le istanze per rivendicare un risultato. Aveva bisogno di ottenere l’accesso al materiale capace di sostenere la verifica sulle spese. Ed è qui che la comunicazione del Garante mostra il suo limite: celebra tre rigetti, ma non può cancellare il fatto che il Tar abbia aperto una breccia proprio sul terreno più sensibile, quello della documentazione economica riferibile ai vertici dell’Autorità. La vicenda si inserisce in un percorso già tracciato da Matrice Digitale, che aveva ricostruito la fase in cui Guido Scorza ed il Garante Privacy giocavano d’anticipo su spese e conflitti, provando a smontare preventivamente le accuse e le anticipazioni dell’inchiesta di Report. Quella strategia si fondava su una premessa chiara: rispondere prima della messa in onda, normalizzare le voci di spesa, contestualizzare i numeri e presentare l’Autorità come un organismo trasparente e sotto controllo. A distanza di mesi, però, il ricorso al Tar cambia il piano della discussione. Non si tratta più soltanto di comunicazione preventiva, ma di accesso formale agli atti. Non basta più dire che le spese siano corrette, proporzionate o aggregate in modo legittimo. La domanda pubblica diventa più semplice e più scomoda:
se le spese sono corrette, perché opporsi alla loro piena conoscibilità quando riguardano risorse pubbliche e vertici di un’Autorità indipendente?
È su questo passaggio che la difesa del Garante rischia di apparire formalmente solida ma politicamente fragile. Un’Autorità può avere ragione su tre profili e perdere comunque il centro della partita reputazionale. Può dimostrare che alcune richieste erano eccessive, improprie o meritevoli di limiti, ma non può trasformare il rigetto di tre istanze in una cancellazione del dato più delicato: sulle spese, Report ha ottenuto un’apertura decisiva.
Quando la trasparenza diventa un problema per chi la pretende dagli altri
La contraddizione più forte riguarda la natura stessa del Garante Privacy. L’Autorità chiede a imprese, piattaforme, amministrazioni e soggetti pubblici di rispettare principi di correttezza, trasparenza, minimizzazione, proporzionalità e rendicontazione. Pretende accountability dagli altri, sanziona chi non dimostra di avere basi giuridiche solide, interviene quando rileva opacità nel trattamento dei dati. Proprio per questo, quando il controllo pubblico si sposta sull’Autorità stessa, il margine di tolleranza verso l’opacità si riduce drasticamente. La privacy non può trasformarsi in uno scudo automatico contro la trasparenza amministrativa. È evidente che esistano dati personali da proteggere, dettagli da oscurare, informazioni da bilanciare. Ma quando si parla di spese sostenute da vertici pubblici con risorse pubbliche, il tema non è la curiosità morbosa sul singolo scontrino. Il tema è la possibilità di verificare come un’Autorità indipendente utilizzi denaro pubblico e come renda conto del proprio operato. Il Garante ha tutto il diritto di difendere il perimetro della riservatezza. Ma l’autorevolezza istituzionale non nasce soltanto dalla capacità di vincere ricorsi o di formulare comunicati giuridicamente ben costruiti. Nasce anche dalla disponibilità a sottoporsi al controllo che si pretende dagli altri. Qui la differenza tra autorità e autorevolezza diventa decisiva.
L’autorità consente di resistere in giudizio; l’autorevolezza suggerirebbe di accettare il controllo quando il controllo riguarda la fiducia pubblica.
Il caso diventa ancora più delicato perché il Garante non arriva a questa sentenza in una condizione ordinaria. Negli ultimi mesi l’Autorità è stata attraversata da crisi, dimissioni, polemiche, procedimenti giudiziari, contestazioni politiche e decisioni demolite in sede giudiziaria. Matrice Digitale aveva già descritto questo scenario in Flop su ChatGPT, verbali fantasma e registrazioni distrutte, dove la vicenda OpenAI e il tema della tenuta degli atti del collegio venivano letti come sintomi di una crisi più ampia. In questo contesto, anche una vittoria parziale rischia di non bastare. Il problema non è solo ciò che il Tar ha stabilito, ma ciò che la sentenza comunica all’esterno: l’Autorità chiamata a vigilare sugli altri è costretta a difendere davanti a un giudice il modo in cui rende conoscibili le proprie spese. È un’immagine pesante, soprattutto per un ente che dovrebbe vivere di fiducia prima ancora che di potere sanzionatorio.
Il cortocircuito di Ghiglia e la lezione involontaria sulla manipolazione
Dentro questa vicenda entra anche Agostino Ghiglia, componente del Garante Privacy, che nel dibattito pubblico ha provato a spostare la lettura della sentenza sul terreno della manipolazione dell’informazione. Il punto, secondo questa impostazione, sarebbe che Report avrebbe celebrato come vittoria una decisione in cui il Garante avrebbe invece prevalso su tre istanze su quattro. La cornice è efficace sul piano retorico, perché consente di accusare la trasmissione di selezionare solo la parte utile alla propria narrazione.

Ma questa tesi funziona solo se si resta alla superficie numerica. Appena si guarda al peso delle istanze, il quadro cambia. Tre rigetti possono valere meno di un accoglimento quando l’accoglimento riguarda il cuore dell’inchiesta. Ed è qui che l’osservazione attribuita a Michele Iaselli diventa centrale nel dibattito: è vero che il Garante può rivendicare tre profili favorevoli, ma è altrettanto vero che il punto più rilevante per Report era l’accesso alle spese sostenute dall’Autorità. Il paradosso è evidente. Nel tentativo di accusare Report di manipolazione, Ghiglia rischia di finire sullo stesso terreno che vorrebbe denunciare: quello della selezione parziale del dato utile alla propria tesi. Report enfatizza l’ostensione delle spese; il Garante enfatizza i tre rigetti. Ma mentre Report concentra il racconto sull’oggetto principale dell’inchiesta, l’Autorità prova a diluire quel punto dentro una statistica processuale più favorevole.

Questa non è una questione lessicale. È il nucleo della comunicazione istituzionale contemporanea. Un ente pubblico non comunica soltanto ciò che è vero, ma sceglie quale verità mettere in primo piano. Se mette in primo piano il tre a uno, spinge il pubblico a leggere la sentenza come una quasi assoluzione. Se Report mette in primo piano le spese, spinge il pubblico a leggere la sentenza come una vittoria del controllo democratico. La differenza è che le spese erano il bersaglio giornalistico principale, non un dettaglio laterale. Per questo il caso smentisce Ghiglia proprio sul terreno della disinformazione e della manipolazione narrativa. Non perché Report sia immune da forzature o da strategie comunicative aggressive, ma perché in questo caso la rivendicazione della trasmissione poggia sul punto sostanziale della vicenda. L’accesso alle spese non è un accessorio. È la domanda che giustifica l’inchiesta, il ricorso e la successiva battaglia comunicativa.
Il Garante tra ricorso possibile e danno reputazionale già avvenuto
Il Garante Privacy ha fatto sapere che valuterà se fondare un’impugnazione sul quarto profilo, quello in cui il Tar ha fornito indicazioni sul bilanciamento concreto tra trasparenza e riservatezza. Dal punto di vista giuridico, la scelta è legittima. Un’Autorità ha il diritto di difendere la propria interpretazione davanti ai giudici e di chiedere un ulteriore vaglio quando ritiene che il bilanciamento individuato possa incidere sul funzionamento dell’ente. Sul piano politico, però, la questione è diversa. Impugnare il punto sulle spese significherebbe prolungare l’immagine di un’Autorità che resiste all’accesso giornalistico su documenti legati all’utilizzo di risorse pubbliche. Anche se la scelta fosse tecnicamente fondata, il messaggio pubblico sarebbe difficilmente gestibile: il Garante, dopo mesi di polemiche, continuerebbe a opporsi proprio alla trasparenza sul terreno più sensibile. Qui la reputazione pesa più del diritto amministrativo.

Il Garante può avere argomenti sulla tutela della riservatezza, ma l’opinione pubblica difficilmente leggerà un eventuale ricorso come una raffinata questione di bilanciamento. Lo leggerà come un nuovo tentativo di impedire a Report di vedere le carte. E in una vicenda già caricata da accuse, sospetti, inchieste e tensioni interne, anche una difesa legittima può trasformarsi in un boomerang istituzionale. Matrice Digitale aveva già raccontato l’allargamento del caso in Dal dossier “dall’aldilà” all’inchiesta di Report, mettendo in fila soffiate interne, conflitti d’interesse, dossier anonimi, tensioni tra collegio e trasmissione televisiva. In quel quadro, la battaglia sulle spese non rappresentava una deriva laterale, ma una conseguenza naturale: quando un’Autorità perde fiducia, ogni documento diventa politicamente sensibile. Il danno reputazionale, infatti, non nasce dalla singola spesa eventualmente corretta o discutibile. Nasce dal sospetto che l’Autorità consideri la trasparenza una regola da applicare agli altri e una minaccia quando riguarda se stessa. È questo il punto che la sentenza del Tar rimette al centro. Non basta dire che tre istanze sono state rigettate. Bisogna spiegare perché l’unica istanza accolta sia proprio quella che Report voleva davvero utilizzare per misurare la distanza tra racconto istituzionale e realtà amministrativa.
Report, Garante e la crisi di un’Autorità che non può più limitarsi a comunicare
Il confronto tra Report e Garante Privacy non riguarda più soltanto una trasmissione televisiva e un’Autorità indipendente. È diventato un test sul modo in cui le istituzioni italiane reagiscono quando finiscono sotto osservazione. La comunicazione del Garante mostra un ente che prova a governare il danno con il linguaggio del risultato processuale: tre profili su quattro, correttezza dell’operato, valutazione dell’impugnazione, bilanciamento tra trasparenza e riservatezza. Report, invece, costruisce la propria vittoria sul linguaggio del controllo democratico: accesso civico, spese pubbliche, documenti del collegio, diritto dei cittadini a sapere. Le due narrazioni non si annullano. Si sovrappongono. Ma una delle due appare più comprensibile al pubblico, perché tocca una domanda elementare:
come sono stati spesi i soldi dell’Autorità che dovrebbe garantire i diritti digitali dei cittadini?
La vicenda pesa ancora di più perché arriva dopo mesi in cui Matrice Digitale ha seguito il progressivo indebolimento dell’Autorità, dal ritorno televisivo di Report fino alla domanda sulla tenuta politica del collegio raccontata in Report torna sul Garante Privacy: Ghiglia reggerà all’urto e l’Autorità eviterà l’azzeramento?. La sentenza del Tar non chiude quella domanda. La riapre con maggiore forza. Se il Garante avesse voluto uscire dalla spirale comunicativa, avrebbe potuto scegliere una linea più netta: prendere atto della decisione sfavorevole sul punto delle spese, difendere i limiti necessari alla riservatezza, ma consentire l’accesso nella forma indicata dal giudice. Avrebbe potuto trasformare una sconfitta parziale in un gesto di autorevolezza. Invece, lasciando aperta l’ipotesi del ricorso, mantiene vivo il sospetto che l’Autorità preferisca combattere la trasparenza piuttosto che governarla. Questo non significa che Report abbia automaticamente ragione su tutto. Non significa che ogni spesa sia illegittima, impropria o scandalosa. Non significa nemmeno che l’Autorità non possa difendere dati personali e informazioni sensibili. Significa però che il centro dell’inchiesta ha superato il primo sbarramento giudiziario e che il Garante non può più limitarsi a una comunicazione difensiva fondata sul conteggio dei profili respinti. L’aritmetica del tre a uno può funzionare in un post, in un comunicato, in una battuta polemica. Ma la sostanza resta diversa. Report cercava le spese. Il Tar ha aperto sulle spese. Il Garante valuta se impugnare sulle spese. Tutto il resto può essere giuridicamente rilevante, ma politicamente secondario.
La vera sentenza, almeno sul piano pubblico, è questa: un’Autorità indipendente può ancora avere il potere di resistere, ma perde autorevolezza ogni volta che dà l’impressione di temere la trasparenza che pretende dagli altri. E nel caso Report-Garante Privacy, il problema non è più soltanto chi abbia vinto in tribunale. Il problema è chi, dopo il tribunale, riesca ancora a risultare credibile.
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