Il nuovo Comitato di coordinamento per l’aggiornamento della Strategia nazionale per l’intelligenza artificiale 2026-2028 nasce formalmente come organismo tecnico di supporto al sottosegretario Alessio Butti, ma politicamente apre una questione molto più scomoda: chi decide davvero la linea italiana sull’AI, con quali criteri vengono scelti gli esperti e quanto resta visibile ai cittadini quando la strategia entra nella stanza chiusa di Palazzo Chigi. Il DPCM istituisce il comitato presso il Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei ministri, collocandolo alle dirette dipendenze del sottosegretario con delega all’innovazione tecnologica. Il compito dichiarato è aggiornare la strategia nazionale sull’intelligenza artificiale per il biennio 2026-2028, in un passaggio che arriva dopo l’AI Act europeo, dopo la legge italiana sull’intelligenza artificiale e dopo anni di narrazione governativa sulla sovranità digitale. La notizia, però, non resta confinata alla comunicazione istituzionale. A riaprire il caso è Walter Quattrociocchi, docente alla Sapienza e nominato nel Scientific Panel europeo dell’AI Act, che su LinkedIn commenta la composizione del comitato italiano con una perplessità esplicita. Il suo ragionamento è semplice e tagliente: quando si deve definire la strategia sull’intelligenza artificiale di un Paese del G7, la domanda sui criteri di selezione non è un dettaglio accademico, ma una questione strategica. Il punto non riguarda soltanto il prestigio dei nomi. Riguarda il metodo. Perché l’Europa, nel caso del panel scientifico dell’AI Act, ha scelto attraverso una selezione internazionale competitiva, con oltre mille candidature per sessanta posizioni, valutando curriculum, pubblicazioni, esperienza scientifica e contributi alla ricerca. L’Italia, invece, presenta un comitato nel quale convivono accademici, funzionari ministeriali, figure istituzionali, profili mediatici, giuristi, rappresentanti del mondo della ricerca e presenze già viste in altri tavoli governativi. La differenza tra una selezione aperta e una nomina dall’alto diventa il vero cuore politico della vicenda.
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Il nuovo comitato e la geografia del potere sull’AI
Il comitato è composto da tredici componenti. Il coordinatore è Gianluigi Greco, rettore dell’Università della Calabria e figura già centrale nella precedente architettura italiana sull’intelligenza artificiale. Accanto a lui compaiono Rosita D’Angiolella per il Dipartimento Affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio, Giorgio Maria Tosi Beleffi per il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Valentina Cardinale per il Ministero dell’Università e della Ricerca e Barbara Caputo per il Ministero della Difesa. La presenza di Barbara Caputo, indicata dal Ministero della Difesa, segna una delle novità più politicamente rilevanti. L’intelligenza artificiale non viene più trattata soltanto come materia industriale, accademica o amministrativa, ma entra in modo sempre più evidente nel perimetro duale, militare, strategico e di sicurezza nazionale. È un passaggio coerente con la legge italiana sull’AI, che richiama anche gli aspetti relativi ai sistemi impiegabili in chiave duale, ma è anche un segnale della progressiva militarizzazione istituzionale del discorso sull’intelligenza artificiale. Nel comitato figurano poi Paolo Benanti, indicato come Università Gregoriana, Marco Camisani Calzolari per la comunicazione istituzionale, Giuliano Noci del Politecnico di Milano, Edoardo Carlo Raffiotta e Emilio Tosi dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, Andrea Orlandini come presidente dell’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale, Andrea Lenzi, indicato nel DPCM come presidente CNR, e Rebecca Montanari dell’Università di Bologna. La fotografia è chiara. Il nuovo comitato non è soltanto un tavolo tecnico: è un punto di intersezione tra Presidenza del Consiglio, ministeri, accademia, comunicazione pubblica, Difesa, ricerca e mondo giuridico. Proprio per questo la domanda di Quattrociocchi pesa. Non basta dire che nel comitato siedono persone competenti. Bisogna capire quali competenze servono, chi le valuta, con quale trasparenza e con quale obiettivo finale.
La reazione di Quattrociocchi e il criterio Google Scholar
Walter Quattrociocchi non liquida il comitato con una battuta. Anzi, chiarisce di conoscere e stimare alcune delle persone nominate. Il suo intervento è più insidioso perché non attacca i singoli nomi, ma il processo. Il professore ricorda la propria recente nomina nel Scientific Panel europeo dell’AI Act e sottolinea che, in quel caso, la selezione ha avuto una natura internazionale, competitiva e verificabile. Da qui nasce la frattura:
se l’AI è una delle sfide scientifiche, tecnologiche, industriali e sociali più importanti del nostro tempo, l’Italia sta davvero scegliendo le migliori competenze disponibili?
Quattrociocchi confessa una deformazione professionale: quando sente parlare di expertise, apre Google Scholar. Cerca pubblicazioni, citazioni, contributi alla letteratura, partecipazione al dibattito internazionale, produzione di conoscenza e riconoscimento da parte della comunità scientifica.

Questa posizione non significa che un comitato strategico debba essere composto soltanto da ricercatori puri o da profili con migliaia di citazioni. Un Paese non si governa con Google Scholar. Una strategia nazionale sull’AI deve includere diritto, industria, lavoro, sicurezza, pubblica amministrazione, comunicazione, etica, formazione, ricerca applicata e politica industriale. Tuttavia, il punto sollevato da Quattrociocchi resta intatto: se si allarga il criterio oltre la produzione scientifica, quel criterio deve essere dichiarato, spiegato e difeso pubblicamente. L’alternativa è la solita opacità italiana. Si nominano figure note, si costruisce una narrativa di competenza, si incrociano ministeri e accademie, si rivendica la necessità di una visione nazionale e poi si lascia il pubblico fuori dalla domanda decisiva: perché proprio queste persone e non altre?
Il problema dei soliti noti e la filiera Benanti
Dentro questa geografia, il nome di Paolo Benanti assume un peso particolare. Non perché la sua presenza sia sorprendente, ma perché appare ormai strutturale. Benanti è già stato protagonista della Commissione sull’intelligenza artificiale per l’informazione, subentrando dopo le dimissioni di Giuliano Amato in un organismo voluto nell’orbita del sottosegretario Alberto Barachini. È stato poi indicato alla guida della commissione etica dell’Osservatorio sull’AI nel mondo del lavoro. Ora entra anche nel nuovo comitato strategico nazionale sull’intelligenza artificiale. Il risultato è una presenza trasversale che attraversa informazione, lavoro, etica pubblica e strategia nazionale. Benanti non è più soltanto il teologo dell’algoretica: è una figura di sistema dentro la governance italiana dell’AI. Questo dato può essere letto come riconoscimento di un profilo intellettuale consolidato, ma anche come sintomo di una concentrazione di legittimazione su una figura ricorrente, capace di occupare contemporaneamente più tavoli nei quali si costruisce il linguaggio pubblico dell’intelligenza artificiale. La questione diventa ancora più delicata perché il DPCM lo indica come appartenente all’Università Gregoriana, mentre il suo profilo pubblico è attualmente collegato all’università privata Luiss. Qui non si tratta di fare una caccia al dettaglio curriculare, ma di porre un problema politico: quando una figura legata alla riflessione etica, religiosa, accademica e istituzionale entra ripetutamente nei luoghi in cui lo Stato decide la traiettoria dell’AI, occorre chiarire quale interesse rappresenti e quale funzione svolga. Il rischio è che l’etica diventi una lingua di copertura.
Non perché l’etica non serva, ma perché può diventare un marchio rassicurante dentro processi decisionali molto materiali: fondi, priorità industriali, linee guida, investimenti, rapporti con imprese, ricerca, comunicazione pubblica e reputazione internazionale. L’algoretica può illuminare le contraddizioni, ma può anche addomesticarle se diventa grammatica ufficiale del potere.
Il segreto d’ufficio e la strategia nazionale chiusa al pubblico
Il passaggio più pesante del DPCM non è l’elenco dei nomi. È la disciplina della riservatezza. Il decreto stabilisce che le informazioni relative ai lavori del comitato sono coperte dal segreto d’ufficio e che il coordinatore, i membri e tutti coloro che partecipano alle riunioni o alle attività non possono utilizzare, divulgare o diffondere in alcun modo e tramite nessun canale informativo o mediatico i contenuti delle riunioni e i risultati di eventuali studi, approfondimenti, statistiche ed elaborazioni effettuati nel proprio ambito. Non è tecnicamente segreto di Stato. È segreto d’ufficio, con una clausola di riservatezza molto ampia. Ma la sostanza politica resta enorme. Si parla di una strategia nazionale sull’intelligenza artificiale, cioè di un documento che dovrebbe incidere su ricerca, imprese, amministrazioni, sicurezza, lavoro, formazione, infrastrutture, comunicazione pubblica e rapporti con l’AI Act europeo. Eppure i lavori preparatori vengono collocati in un perimetro di riservatezza che rende difficilmente controllabile la formazione dell’indirizzo politico.
La riservatezza può avere ragioni legittime. In materia di AI ci sono aspetti industriali, sicurezza nazionale, infrastrutture critiche, dati sensibili, tecnologie duali e scenari di competizione geopolitica. Ma la riservatezza non può diventare il modo elegante con cui si sottrae la strategia pubblica al controllo pubblico come abbiamo già analizzato per ACN. Soprattutto quando il comitato può disporre audizioni, chiedere contributi, studi e ricerche a soggetti pubblici e privati e produrre materiali che finiranno poi nelle mani delle autorità politiche di riferimento.
Qui nasce il sospetto politico più ruvido: chi partecipa a questi tavoli può influenzare indirettamente priorità, linguaggi, capitoli di intervento e indirizzi di spesa, anche quando formalmente non riceve compensi, gettoni o rimborsi. Il DPCM precisa che la partecipazione non comporta compensi e che l’attività non produce nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Ma il punto non è il gettone. Il punto è il potere reputazionale, relazionale e strategico che deriva dall’essere dentro la stanza in cui si scrive la linea nazionale sull’AI.
La spesa, il quantum e il rischio della vetrina pre-elettorale
La strategia nazionale sull’intelligenza artificiale non vive nel vuoto. Vive dentro una stagione in cui il governo rivendica investimenti, fondi, progetti, AI, cybersecurity, tecnologie quantistiche, 5G, edge computing e infrastrutture digitali. Il tema delle risorse non è laterale. È centrale. Perché ogni strategia, quando smette di essere documento e diventa programma, produce priorità. E ogni priorità può orientare denaro, incarichi, bandi, progetti, consulenze, partnership e carriere. Il governo ha più volte legato l’intelligenza artificiale a un disegno più ampio di sovranità tecnologica. In questo quadro rientra anche il quantum computing, diventato una delle bandiere più care ad Alessio Butti. La partita quantistica, soprattutto in Lombardia e nell’area comasca, è stata raccontata come frontiera della sovranità digitale italiana, tra hub, poli di ricerca, centri dedicati e collaborazione fra università, imprese e pubblica amministrazione, ma tutti sanno nell’ambiente che Butti aspira a concorrere come Presidente della Regione Lombardia e nel caso fosse preferito a Fidanza, avrà già una buona parte di programma elettorale svolto. Il problema non è investire nel quantum. Sarebbe miope negarlo. Il calcolo quantistico, la crittografia post-quantistica, la simulazione avanzata e le tecnologie duali saranno settori decisivi nei prossimi anni. Il problema è un altro: quando la strategia AI, la strategia quantum e la comunicazione politica si sovrappongono nello stesso circuito decisionale, il rischio di trasformare la visione tecnologica in vetrina di potere diventa concreto. Il comitato opera comunque non oltre il 31 gennaio 2027, salvo possibile riattivazione su impulso del sottosegretario. Questo significa che il suo lavoro si colloca in una fase politicamente sensibile, a ridosso della parte finale della legislatura. Anche qui, il punto non è sostenere che la strategia sia automaticamente una mancia elettorale. Sarebbe una scorciatoia. Il punto è più serio: un documento strategico nazionale scritto a fine ciclo politico deve dimostrare ancora di più la propria autonomia, trasparenza e qualità metodologica, perché altrimenti rischia di diventare materiale di legittimazione per campagne, posizionamenti e filiere di consenso.
Il nodo della Difesa e la nuova AI duale
L’ingresso del Ministero della Difesa nel comitato non va liquidato come dettaglio burocratico. La legge italiana sull’intelligenza artificiale prevede che la strategia nazionale tenga conto anche dei profili relativi ai sistemi impiegabili in chiave duale. È una formula tecnica, ma dietro quella formula c’è il cuore della trasformazione contemporanea: l’AI non è più soltanto un software per imprese e cittadini, ma un’infrastruttura di potere civile, militare, cognitivo e industriale. La presenza di Barbara Caputo come componente indicata dalla Difesa porta dentro il comitato una dimensione che fino a pochi anni fa sembrava più laterale nel dibattito pubblico italiano. AI significa droni, targeting, logistica militare, sorveglianza, cyber difesa, analisi predittiva, simulazione, guerra informativa, sicurezza delle infrastrutture e autonomia decisionale dei sistemi. Significa anche dipendenza da chip, cloud, modelli, data center e capacità computazionale. In altre parole, parlare di AI senza Difesa è ormai impossibile nel periodo della guerra cibernetica inoltrata, ma parlare di AI con la Difesa senza trasparenza democratica è pericoloso. Questo è il crinale su cui il governo dovrà misurarsi. Non basta inserire una figura del Ministero della Difesa per dimostrare maturità strategica. Bisogna chiarire quale equilibrio verrà costruito tra sicurezza nazionale, sviluppo industriale, diritti fondamentali, controllo pubblico e tutela della società. Se il comitato lavora in un regime di forte riservatezza, la domanda diventa ancora più pesante:
quanta parte della strategia AI italiana sarà discussa pubblicamente e quanta resterà dentro una catena istituzionale chiusa?
L’Italia tra competenza scientifica e nomina politica
Il confronto con l’Europa rende la vicenda italiana più leggibile. Il Scientific Panel dell’AI Act viene presentato come organismo di esperti indipendenti chiamato a supportare l’AI Office e le autorità nazionali nell’attuazione e nell’enforcement del regolamento europeo. Si occupa di rischi sistemici, modelli di AI per uso generale, metodologie di valutazione, classificazione dei modelli e sorveglianza del mercato. È un organismo tecnico, pensato per misurare, valutare e controllare. Il comitato italiano, invece, nasce come organismo di supporto al sottosegretario. Non è illegittimo. È la forma scelta dal governo per aggiornare la strategia nazionale. Ma è proprio questa differenza a generare la frizione. L’Europa separa il livello tecnico dell’enforcement dal livello consultivo e politico della governance. L’Italia tende invece a concentrare nella stessa stanza competenze, ministeri, comunicazione, profili ricorrenti e indirizzo politico. La domanda di Quattrociocchi colpisce qui. Non perché Google Scholar possa sostituire la politica, ma perché la politica non può usare la parola “esperti” senza spiegare il criterio dell’expertise. In un Paese normale, un comitato strategico sull’intelligenza artificiale dovrebbe rendere leggibile il bilanciamento fra competenze scientifiche, profili industriali, giuristi, tecnologi, esperti di sicurezza, economisti, sociologi, rappresentanti delle istituzioni e figure del mondo produttivo. In Italia, invece, il rischio è che ogni tavolo venga percepito come una somma di nomine, equilibri, presenze simboliche e curriculum da rafforzare. Non è un dettaglio. Far parte di un comitato nazionale sull’AI produce valore. Produce autorevolezza, inviti, incarichi, reputazione, possibilità di mercato, visibilità accademica e istituzionale. Anche senza compenso diretto, la nomina è capitale politico e professionale. E quando questo capitale viene distribuito dall’alto, la trasparenza dei criteri diventa un obbligo democratico.
La strategia nazionale non può essere l’ennesimo rito
Il rischio vero è che la Strategia nazionale per l’intelligenza artificiale 2026-2028 diventi l’ennesimo documento solenne prodotto da un comitato autorevole e poi lasciato a galleggiare fra dichiarazioni, convegni, slide e annunci. L’Italia ha già visto troppe strategie digitali diventare cataloghi di intenzioni. Ha visto piani sulla trasformazione digitale, sulla pubblica amministrazione, sulla cybersecurity, sul cloud, sulle competenze e sull’innovazione trasformarsi spesso in linguaggio più che in infrastruttura.
L’AI non concede questo lusso. L’intelligenza artificiale è già dentro il lavoro, la scuola, la sanità, la giustizia, l’informazione, la sicurezza, l’industria, la pubblica amministrazione e la guerra cognitiva. Non si governa con una commissione di facciata. Non si governa con una processione di nomi già presenti in altri tavoli. Non si governa con il segreto d’ufficio elevato a metodo ordinario della discussione pubblica. E non si governa neppure con la sola metrica accademica, se questa diventa una nuova forma di autoreferenzialità.
Serve una cosa più difficile: un metodo verificabile. Chi viene nominato deve avere una funzione chiara. Chi rappresenta un ministero deve dichiarare il perimetro dell’intervento. Chi porta competenza scientifica deve poter essere valutato su base pubblica. Chi porta esperienza istituzionale deve rispondere dei risultati. Chi costruisce la strategia deve spiegare come verranno coinvolti imprese, università, società civile, lavoratori, giornalismo, industria, difesa, scuola e pubblica amministrazione.
Il punto politico dietro il comitato
La vicenda non riguarda solo Butti, Quattrociocchi, Benanti o i tredici componenti. Riguarda il modo in cui l’Italia continua a trattare la tecnologia: come campo di potere prima ancora che come infrastruttura nazionale. Ogni grande parola, dalla sovranità digitale all’AI antropocentrica, dal quantum alla cybersicurezza, rischia di diventare una formula buona per coprire filiere di nomina, ambizioni personali, equilibri ministeriali e progetti che verranno giudicati quando sarà troppo tardi.
Per questo la reazione di Quattrociocchi non può essere archiviata come sfogo accademico. È una domanda pubblica rivolta al sistema: un Paese del G7 sta scegliendo davvero le competenze migliori per governare l’intelligenza artificiale o sta costruendo l’ennesimo tavolo dei soliti noti?
La risposta non può arrivare da un comunicato. Arriverà solo dalla qualità del lavoro, dalla trasparenza dei criteri, dalla capacità di produrre una strategia misurabile, dalla distinzione tra interesse pubblico e rendita reputazionale, dalla volontà di non trasformare l’AI nell’ennesima passerella per chi è già dentro tutti i salotti istituzionali. Il comitato non è nato oggi, bensì rinnovato, ed i criteri di selezione sembrano fare acqua da tutte le parti se non per il fatto che abbia deciso di stanziare un misero miliardo di euro per una Intelligenza Artificiale che a detta di tutti non ha prodotto risultati. I nomi restano scritti. La riservatezza è stabilita. La scadenza è fissata.
Resta da capire se l’Italia userà questa occasione per costruire una vera strategia nazionale sull’intelligenza artificiale o se si limiterà, ancora una volta, a mettere il futuro dentro una stanza chiusa, affidandolo a chi era già seduto al tavolo prima ancora che il Paese potesse fare domande.
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