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Caso Orsini, la verità giudiziaria travolge Corriere e NewsGuard

La condanna civile inflitta in primo grado al Corriere della Sera per l’articolo che nel giugno 2022 collocò Alessandro Orsini nel perimetro della cosiddetta «rete di Putin in Italia» non chiude soltanto una controversia giudiziaria. Riapre uno dei capitoli più controversi dell’informazione italiana durante la prima fase della guerra in Ucraina: quello delle liste di proscrizione, dei dossier attribuiti agli apparati di sicurezza, delle fonti coperte e delle società private incaricate di stabilire quali media, giornalisti e accademici fossero affidabili. La sentenza non stabilisce che ogni previsione geopolitica formulata da Orsini fosse corretta, né cancella l’esistenza della propaganda russa. Afferma un principio differente: un’opinione controversa non può essere trasformata in una prova di appartenenza a una rete propagandistica senza elementi verificabili. Il confine tra critica, propaganda e collaborazione con una potenza straniera non può essere cancellato attraverso un titolo, una fotografia o il richiamo a una fonte di intelligence che rimane nascosta.

Quattro anni dopo, la vicenda mostra quanto possa essere potente un’etichetta e quanto sia difficile rimuoverla. Il risarcimento economico pesa relativamente poco sui conti di un grande gruppo editoriale, ma la decisione mette in discussione un metodo che nel 2022 contribuì a dividere il dibattito pubblico tra voci autorizzate e presunti agenti della disinformazione.

La condanna del Corriere e il significato della sentenza

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La prima sezione civile del Tribunale di Milano ha condannato in primo grado RCS MediaGroup, il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana e le giornaliste Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini a risarcire Alessandro Orsini per l’articolo pubblicato il 5 giugno 2022. Il danno è stato quantificato in 27.500 euro, ai quali si aggiungono circa 5.000 euro di spese processuali. La decisione è impugnabile e non può quindi essere presentata come definitiva.

Cosa ha accertato davvero il tribunale

Il punto centrale non è una certificazione giudiziaria dell’innocenza politica o della correttezza geopolitica di Orsini. Un tribunale civile non stabilisce chi abbia interpretato meglio una guerra. Valuta invece se la pubblicazione abbia leso la reputazione di una persona e se le affermazioni contestate fossero sostenute da una base fattuale sufficiente. Nel caso in esame, secondo quanto emerso dalla ricostruzione della sentenza, non sarebbe stata dimostrata l’esistenza di un’indagine dell’intelligence nei confronti di Orsini, né il suo inserimento in una struttura organizzata incaricata di diffondere la propaganda del Cremlino. Il richiamo a materiale raccolto dagli apparati avrebbe prodotto nel lettore la convinzione che il professore fosse sottoposto a monitoraggio o fosse stato individuato dai servizi come componente di una rete filorussa. È precisamente questo collegamento, non dimostrato in giudizio, ad avere assunto carattere diffamatorio.

La distinzione è fondamentale. Ripetere una tesi utilizzata dalla propaganda russa non significa necessariamente lavorare per la Russia, così come condividere una valutazione diffusa dalla propaganda ucraina, statunitense o europea non dimostra un rapporto organico con i rispettivi governi.

Una narrazione può essere ripresa per convinzione, errore, coincidenza analitica, prossimità ideologica o semplice valutazione delle fonti. Per dimostrare l’esistenza di una rete servono rapporti, coordinamento, finanziamenti, istruzioni o almeno una concatenazione documentata di condotte. Non basta una convergenza di opinioni.

L’articolo del 5 giugno 2022 e la rete attribuita a Putin

L’articolo del Corriere della Sera era intitolato online «La rete di Putin in Italia: chi sono influencer e opinionisti che fanno propaganda per Mosca». Nell’edizione cartacea, il caso acquistò una forza ancora maggiore attraverso il richiamo ai «putiniani d’Italia», le fotografie dei soggetti coinvolti e il riferimento a una mappa ricostruita dagli apparati di sicurezza. Orsini compariva in evidenza insieme ad altre personalità considerate vicine, direttamente o indirettamente, alle narrazioni del Cremlino. L’operazione comunicativa funzionava su più livelli. Il primo riguardava il contenuto delle opinioni. Il secondo trasformava quelle opinioni in indizi di appartenenza. Il terzo attribuiva la classificazione a una fonte istituzionale, conferendole una forza che nessun commento editoriale avrebbe potuto avere da solo. Non era più soltanto un giornale a criticare un professore: sembrava che fossero gli apparati dello Stato a indicarlo come parte di un problema di sicurezza nazionale.

La copertura mediatica successiva accentuò l’equivoco. Per diversi giorni si parlò di un dossier, di una lista del Copasir, di monitoraggi dell’intelligence e di soggetti sui quali gli organismi di sicurezza avrebbero acceso un faro. Il risultato fu una sovrapposizione tra quattro realtà differenti: le dichiarazioni pubbliche di alcuni opinionisti, il monitoraggio generale della disinformazione, le eventuali attività russe di guerra ibrida e una presunta indagine personale sugli individui citati.

La falsa notizia del licenziamento dalla Luiss

Nell’articolo compariva inoltre il riferimento a Orsini come docente licenziato dalla Luiss dopo le polemiche generate dalle sue apparizioni televisive. La ricostruzione era inesatta. L’università precisò che Orsini era professore associato dell’ateneo, mentre era giunto a scadenza il progetto dell’Osservatorio sulla sicurezza internazionale da lui diretto. Ancora oggi il sito ufficiale della Luiss lo indica come professore associato presso il Dipartimento di Scienze politiche. La differenza non è formale. Scrivere che un accademico è stato licenziato dopo avere espresso determinate opinioni costruisce un rapporto causale tra le sue analisi e una sanzione professionale. Comunicare invece che un progetto è arrivato alla scadenza e non è stato rinnovato descrive una situazione amministrativa differente. Inserita nel contesto della «rete di Putin», la notizia del licenziamento contribuiva a rappresentare Orsini come un docente allontanato dall’università a causa della scarsa affidabilità delle proprie posizioni. La pressione sull’accademico, del resto, era cominciata prima della pubblicazione del Corriere. Nel marzo 2022, la ricostruzione della falsa notizia sulla cancellazione della pagina Wikipedia di Orsini aveva mostrato come un fatto tecnicamente verificabile fosse stato trasformato in una storia di censura, espulsione o delegittimazione. La pagina non era stata rimossa dopo una decisione politica contro il professore: era stata creata da poco e sottoposta alle normali procedure dell’enciclopedia. La falsità, tuttavia, funzionava in entrambe le direzioni, alimentando tanto la rappresentazione di Orsini come vittima assoluta quanto quella di un personaggio professionalmente screditato.

Le smentite di Gabrielli e Urso sul dossier dei servizi

La narrazione del dossier cominciò a incrinarsi quasi immediatamente. Adolfo Urso, allora presidente del Copasir, dichiarò di avere appreso dell’elenco leggendo il giornale e precisò che il Comitato non aveva svolto indagini sui giornalisti o sugli opinionisti indicati. Il rapporto specifico sulla disinformazione era stato ricevuto dal Copasir soltanto successivamente alla pubblicazione dell’articolo. La smentita più netta arrivò da Franco Gabrielli, all’epoca autorità delegata per la sicurezza della Repubblica. Dopo la desecretazione del bollettino sulla disinformazione russa, Gabrielli precisò che non esisteva alcuna lista di proscrizione e che giornalisti e politici non erano stati sottoposti a investigazione dall’intelligence. Essere citati in un documento di monitoraggio perché si era pronunciata una determinata frase non equivaleva a essere indagati.

Il bollettino ibrido non era una lista giudiziaria

Il documento trasmesso alle istituzioni rientrava nell’attività di osservazione delle campagne di disinformazione e della guerra ibrida. Poteva riportare dichiarazioni, siti, canali Telegram e contenuti rilanciati nell’ecosistema informativo, ma non attribuiva automaticamente ai soggetti menzionati lo status di agenti, fiancheggiatori o collaboratori della Russia.

Tra il rilevare che una frase è stata utilizzata dalla propaganda russa e affermare che l’autore di quella frase faccia propaganda per la Russia esiste un salto logico. Il primo dato può essere misurato osservando la circolazione di un contenuto. Il secondo richiede una valutazione sulle intenzioni, sui rapporti e sull’eventuale coordinamento del soggetto. Il problema dell’articolo del Corriere fu la trasformazione di un’analisi dell’ecosistema informativo in una classificazione delle persone.

La tutela della fonte giornalistica non cancella questa responsabilità. Un giornale ha il diritto e, in molti casi, il dovere di proteggere chi fornisce informazioni riservate. Quando però la fonte viene utilizzata per attribuire a una persona un rapporto con apparati stranieri o con strutture propagandistiche, la protezione non può sostituire completamente la prova. La fonte può rimanere anonima, ma le informazioni devono trovare riscontri indipendenti, documenti, fatti o elementi capaci di sostenere la gravità dell’accusa.

Orsini come bersaglio della polarizzazione digitale

Nei mesi precedenti alla lista, Orsini era diventato uno dei principali bersagli del dibattito italiano sulla guerra. Contestava la narrazione di un conflitto destinato a concludersi rapidamente con la sconfitta strategica della Russia, criticava l’espansione della Nato e insisteva sulla necessità di una trattativa. Le sue posizioni erano discutibili, a volte formulate con toni assoluti e spesso utilizzate dalle emittenti televisive come elemento di polarizzazione. Questo non autorizzava però a trasformare il contrasto accademico in un’accusa di collaborazione propagandistica.

L’analisi OSINT della conversazione social su Alessandro Orsini, condotta tra il 23 febbraio e il 17 aprile 2022, rilevò 95.192 messaggi, oltre 1,2 milioni di like, 193.782 condivisioni e più di 186.000 commenti. Il dato più significativo non riguardava soltanto il volume, ma la struttura della conversazione: il professore era diventato un oggetto simbolico attorno al quale si organizzavano sostenitori, avversari, giornalisti, politici e programmi televisivi.

Non era necessario che esistesse una regia unica. L’ecosistema premiava spontaneamente le posizioni più aggressive. Ogni intervento generava estratti video, titoli, reazioni indignate e nuovi passaggi televisivi. La delegittimazione produceva visibilità, la visibilità generava altra delegittimazione e Orsini finiva per occupare lo spazio mediatico proprio perché veniva presentato come una minaccia alla linea dominante. Questo circuito mostra il funzionamento della guerra cognitiva contemporanea. Non si limita alla diffusione di informazioni false. Agisce attraverso la selezione dei temi, la ripetizione, la pressione reputazionale e la costruzione di categorie morali. L’obiettivo non è sempre convincere il pubblico che una tesi sia vera. Può essere sufficiente rendere socialmente costoso ascoltarla.

La propaganda russa esiste, ma non assolve gli errori occidentali

La critica alla lista dei putiniani non deve diventare una negazione della propaganda russa. Mosca dispone di apparati statali, media internazionali, reti diplomatiche, canali digitali e strategie di influenza utilizzate per sostenere gli interessi del Cremlino. L’invasione dell’Ucraina è stata accompagnata da campagne volte a negare o ridimensionare responsabilità militari, attribuire agli avversari operazioni compiute dalle forze russe, esasperare le divisioni nei Paesi europei e indebolire il sostegno a Kiev.

Riconoscere questa attività non obbliga però ad accettare che qualunque critica alla Nato, all’invio di armi o alle scelte del governo ucraino sia propaganda russa. Una democrazia perde la propria superiorità politica quando combatte la propaganda utilizzando gli stessi meccanismi di semplificazione, delegittimazione e appartenenza obbligatoria.

Nel 2022 la comunicazione occidentale tendeva spesso a descrivere la guerra attraverso una successione di vittorie ucraine imminenti, collassi economici russi e svolte militari definitive. Alcune previsioni si sono rivelate corrette, altre no. Anche le fonti istituzionali di Kiev, Washington, Londra e Bruxelles svolgevano un’attività di comunicazione strategica coerente con i propri obiettivi bellici. Il giornalismo avrebbe dovuto analizzare tutte le propagande, non scegliere quale propaganda definire informazione e quale trasformare in reato morale. La ricostruzione delle relazioni tra informazione, apparati statunitensi e società di certificazione individuò già nel luglio 2022 il rischio di affidare la selezione delle fonti affidabili a soggetti inseriti in circuiti governativi, militari e atlantici. Il problema non consisteva nell’origine americana di quei soggetti, ma nella difficoltà di separare la verifica giornalistica dagli interessi strategici dei committenti.

NewsGuard è una società privata, non un’autorità pubblica

In questo sistema assume rilievo il ruolo di NewsGuard Technologies, società fondata da Steven Brill e Gordon Crovitz. NewsGuard non è un ministero, un’autorità indipendente, un organismo giudiziario o un ente pubblico nonostante sia stata presentata più volte dal mainstream come organizzazione. È una società registrata nello Stato di New York, finanziata da investitori privati e sostenuta economicamente attraverso abbonamenti e licenze dei propri dati (qui c’è un articolo interessante che chiarisce la vicenda). La stessa azienda precisa che Brill e Crovitz controllano i prodotti editoriali e che gli investitori esterni non intervengono nelle valutazioni. Il modello prevede l’assegnazione ai siti di un punteggio compreso tra zero e cento, calcolato attraverso nove criteri riguardanti affidabilità e trasparenza. NewsGuard sostiene che tali criteri siano apolitici, che le schede siano redatte da giornalisti e che ogni valutazione venga sottoposta al controllo degli editor e degli amministratori della società.

NewsGuard non dichiara di voler censurare i media, ma di offrire informazioni contestuali a utenti, piattaforme, inserzionisti, istituzioni e imprese. Nel monitoraggio della guerra ha inoltre registrato anche false narrazioni favorevoli all’Ucraina o contrarie alla Russia, sebbene la maggioranza dei contenuti individuati fosse riconducibile alla propaganda filorussa.

Il problema nasce quando una valutazione privata produce effetti pubblici. Un punteggio può influire sulla reputazione di una testata, sulle campagne pubblicitarie, sulla distribuzione algoritmica, sulle partnership commerciali e sull’accesso ai finanziamenti. La scheda non ordina formalmente di rimuovere un articolo, ma può contribuire a renderlo meno visibile o meno remunerativo. La censura contemporanea non richiede sempre un divieto: può funzionare attraverso il mercato, gli algoritmi e la gestione del rischio reputazionale.

I rapporti di NewsGuard con governi e apparati di sicurezza

NewsGuard ha rapporti documentati con istituzioni governative e strutture di difesa. Nell’ottobre 2022 la società annunciò di avere concesso in licenza il proprio centro di monitoraggio sulla disinformazione al Centro ucraino per il contrasto alla disinformazione, organismo collegato al Consiglio per la sicurezza nazionale e la difesa dell’Ucraina. Nel comunicato, NewsGuard spiegava che il database sarebbe stato utilizzato per attività di ricerca e analisi e ricordava che tra gli altri enti governativi che avevano impiegato i suoi dati figuravano il Cyber Command del Pentagono e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Steven Brill parlava espressamente di un contributo alla raccolta di informazioni di intelligence e alle attività di ricerca delle autorità ucraine.

Questi rapporti non dimostrano che NewsGuard sia controllata dall’intelligence statunitense, né autorizzano a descriverla come una struttura clandestina. Dimostrano però che una società privata di valutazione dei media vende o concede dati a governi, apparati militari e organismi direttamente coinvolti nel conflitto sul quale la stessa società produce classificazioni giornalistiche.

Il conflitto di funzioni è evidente. Un soggetto può fornire legittimamente servizi a un governo, ma quando contemporaneamente attribuisce punteggi di affidabilità alle fonti che raccontano le azioni di quel governo diventa necessario interrogarsi sulla neutralità del sistema. Non basta dichiarare apolitici i criteri: occorre valutare quali fatti vengono selezionati, quali errori assumono maggiore peso, quali fonti sono considerate autorevoli e quali effetti producono le classificazioni.

NewsGuard fu la fonte della lista del Corriere?

Il testo e la documentazione disponibili non consentono di affermare come fatto accertato che NewsGuard fosse la fonte diretta dell’articolo del Corriere della Sera. Non è emerso un documento pubblico nel quale le giornaliste attribuiscano a NewsGuard la lista dei soggetti citati, né la sentenza finora resa nota sembra identificare la società americana come origine del dossier.

Questo limite probatorio deve essere rispettato. Sostituire una fonte coperta con una fonte presunta significherebbe riprodurre lo stesso errore contestato al Corriere: trasformare un’ipotesi in una certezza attraverso una concatenazione suggestiva.

Esiste però un elemento più ampio e documentabile. Nel 2022 NewsGuard produceva rapporti sulla disinformazione russa, classificava siti e narrazioni, collaborava con istituzioni europee e vendeva dati ad apparati governativi. Il Corriere operava dentro lo stesso ambiente informativo nel quale report privati, monitoraggi istituzionali, analisi dei servizi e attività di fact-checking tendevano a sovrapporsi.

NewsGuard può quindi essere considerata parte dell’infrastruttura epistemica che rese possibile la categoria dei “putiniani”, ma non può essere indicata senza prove come la fonte materiale della lista.

La distinzione non indebolisce l’inchiesta. La rende più solida. Il problema non è trovare necessariamente un unico autore del dossier, ma comprendere come più soggetti abbiano prodotto una cornice comune nella quale il dissenso sulla guerra poteva essere interpretato come indicatore di influenza straniera.

Il sistema europeo e il «Ministero della verità»

La trasformazione delle valutazioni private in strumenti quasi istituzionali emerge con il coinvolgimento di NewsGuard nell’ecosistema europeo contro la disinformazione. La società ha partecipato all’Italian Digital Media Observatory, l’hub italiano collegato all’European Digital Media Observatory, insieme a Luiss, Rai, TIM, Gruppo GEDI, Università di Roma Tor Vergata, T6 Ecosystems e Pagella Politica. Il progetto è stato coordinato da Gianni Riotta e sostenuto nell’ambito delle iniziative europee dedicate al contrasto della disinformazione. La ricostruzione della struttura italiana del cosiddetto «Ministero della verità» non descriveva l’esistenza letterale di un ministero incaricato di stabilire la verità. Individuava un sistema più sofisticato, composto da università, grandi gruppi editoriali, aziende tecnologiche, fact-checker, fondazioni, piattaforme e società statunitensi di valutazione delle fonti.

Questa infrastruttura non emette sentenze e non dispone formalmente la chiusura dei giornali. Stabilisce però standard, crea database, produce liste di fonti inaffidabili, orienta gli inserzionisti, collabora con le piattaforme e offre alle istituzioni metriche attraverso le quali interpretare il dibattito pubblico.

Il rischio democratico nasce dalla concentrazione. Chi valuta l’informazione può essere partner delle testate valutate, consulente delle istituzioni che finanziano il progetto e fornitore dei governi interessati alle narrazioni monitorate. Anche quando ogni singolo rapporto è dichiarato e legittimo, l’insieme produce un potere di classificazione difficilmente sottoposto a un controllo esterno.

Dal Covid alla guerra, il problema delle verità premature

Il medesimo conflitto era emerso durante la pandemia. NewsGuard aveva monitorato le narrazioni sul Covid, attribuito valutazioni alle testate e contestato articoli relativi all’origine del virus, ai vaccini e alle misure sanitarie. Molte informazioni erano effettivamente false o prive di fondamento. Altre riguardavano questioni scientifiche ancora aperte, sulle quali le valutazioni cambiarono con l’emergere di nuovi documenti e nuove ricerche. L’inchiesta sulle classificazioni preventive dei giornalisti durante il dibattito sull’origine del Covid pose un interrogativo che resta valido:

che cosa accade quando una società privata trasforma una tesi non ancora dimostrata in un indicatore di inaffidabilità professionale?

La verifica giornalistica richiede di distinguere una falsità accertata da un’ipotesi non provata. Dichiarare che un evento è certamente avvenuto senza elementi è scorretto; dichiarare che non può essere avvenuto quando l’indagine è ancora aperta può esserlo altrettanto. Il fact-checking diventa propaganda quando non verifica il grado di certezza di una dichiarazione, ma la sua compatibilità con la posizione istituzionale dominante in quel momento. Il caso di Marta Ottaviani e della falsa immagine utilizzata per attribuirle un messaggio mai pubblicato dimostrò inoltre che la delegittimazione non colpiva soltanto le voci considerate vicine alla Russia. Anche una giornalista impegnata nello studio dell’infowar russa poteva diventare bersaglio di un contenuto manipolato. La propaganda non rispetta gli schieramenti: utilizza le identità, le contraddizioni e le appartenenze percepite per produrre reazioni emotive.

Le altre querele e il caso Giorgio Bianchi

Dopo la pubblicazione della lista, anche il fotoreporter Giorgio Bianchi e altri soggetti annunciarono azioni legali contro il Corriere. Bianchi contestava di essere stato definito un attivista politico-propagandistico filorusso e sosteneva che il quotidiano gli avesse attribuito anche rapporti e responsabilità non corrispondenti alla realtà. Le diverse iniziative giudiziarie non hanno necessariamente seguito lo stesso percorso. Una richiesta di archiviazione, un’opposizione, un procedimento civile e una querela penale rispondono a regole e standard probatori differenti. Dalle fonti pubbliche consultabili non è possibile certificare con la stessa precisione lo stato aggiornato di tutte le controversie promosse dalle persone inserite nell’articolo. La sentenza favorevole a Orsini non si estende automaticamente agli altri soggetti, ma crea un precedente argomentativo rilevante sulla necessità di dimostrare la relazione tra le persone indicate e una rete organizzata di propaganda.

Particolarmente significativo è il racconto di Bianchi sulla conversazione avuta con Fiorenza Sarzanini. Secondo il fotoreporter, la giornalista avrebbe distinto tra l’essere inseriti in una lista di agenti filorussi e il fatto che determinate dichiarazioni fossero utilizzate dalla propaganda del Cremlino. Anche ammettendo questa seconda interpretazione, rimane il problema della rappresentazione offerta ai lettori: il titolo, le fotografie e il richiamo agli apparati potevano suggerire un’appartenenza personale molto più grave della semplice circolazione di alcune opinioni nei media russi.

Una condanna piccola nei conti, enorme per il giornalismo

Trentamila euro circa, considerando risarcimento e spese, non modificano l’equilibrio economico di RCS. La sentenza arriva inoltre a quattro anni di distanza, quando l’effetto reputazionale della pubblicazione si è già prodotto. Il nome di Orsini è stato associato migliaia di volte alle espressioni «putiniano», «propagandista» e «megafono del Cremlino». Nessun risarcimento può cancellare completamente quella sedimentazione nei motori di ricerca, negli archivi digitali e nella memoria del pubblico.

È questa l’asimmetria che caratterizza la diffamazione nell’ecosistema digitale. Il danno viaggia alla velocità di un titolo; la correzione procede con i tempi della giustizia. La prima pagina raggiunge milioni di persone in poche ore, mentre una sentenza di primo grado, quattro anni dopo, interessa una parte limitata dello stesso pubblico.

Il precedente non impone ai giornali di rinunciare alle inchieste sull’influenza russa. Impone l’esatto contrario: realizzarle con maggiore rigore. Seguire i flussi finanziari, ricostruire le reti digitali, verificare i rapporti tra associazioni, media, ambasciate e apparati, identificare campagne coordinate e distinguere gli errori dalle operazioni intenzionali. L’inchiesta comincia dove finisce l’etichetta.

La libertà di stampa comprende anche il diritto di sbagliare

Il problema sollevato dal caso Orsini riguarda infine la natura stessa della libertà di stampa. Un giornalista o un professore deve poter formulare una previsione sbagliata, criticare il proprio governo, contestare la strategia della Nato o sostenere una trattativa senza essere automaticamente trasformato in un agente straniero. Allo stesso modo, un giornale deve poter criticare duramente quelle posizioni, dimostrarne gli errori e analizzarne l’utilizzo da parte della propaganda russa.

La libertà non elimina la responsabilità. Protegge il diritto di esprimere opinioni, non quello di attribuire fatti non provati. Definire una persona «putiniana» come giudizio politico può rientrare nella polemica; presentarla come componente di una rete individuata dagli apparati di sicurezza richiede un fondamento molto più solido.

La sentenza di Milano, pur non definitiva, rompe il meccanismo secondo cui il richiamo alla sicurezza nazionale sarebbe sufficiente a sospendere le regole ordinarie del giornalismo. Una fonte riservata non è un lasciapassare, un report privato non è una sentenza e un sistema di classificazione non può sostituire l’accertamento dei fatti. Nel 2022 l’emergenza bellica trasformò il pluralismo in un problema da gestire. Nel 2026 il caso Orsini mostra il costo di quella scelta. La questione non è stabilire se il professore avesse sempre ragione, ma se un grande giornale potesse collocarlo nella «rete di Putin» senza dimostrare l’esistenza della rete, del rapporto e del monitoraggio attribuito allo Stato.

La risposta del primo grado è negativa. Ed è una risposta che riguarda Orsini, il Corriere e NewsGuard, ma soprattutto un modello di informazione nel quale il potere di definire la verità rischia di essere affidato a una filiera composta dagli stessi governi, apparati, gruppi editoriali, piattaforme e società private che dovrebbero essere sottoposti al controllo del giornalismo.

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