L’offerta avanzata da Guido Crosetto a Mykhailo Fedorov non riguarda soltanto la consulenza di un tecnico esperto di droni. Il ministro italiano ha aperto la porta della Difesa a un ex componente del governo ucraino che, dopo la rimozione dall’incarico, ha assunto il profilo di un possibile concorrente di Volodymyr Zelensky. Fedorov porta con sé competenze maturate durante la guerra, relazioni con l’industria tecnologica occidentale, esperienza nel coordinamento delle operazioni digitali e una crescente legittimazione politica interna. Roma potrebbe quindi importare non soltanto conoscenze militari, ma un vero centro di influenza collegato a uno Stato straniero ancora coinvolto in un conflitto. La scelta arriva mentre l’Italia costruisce una filiera dei droni insieme a partner turchi, israeliani, europei e ucraini. La questione centrale non è la nazionalità di Fedorov, ma il controllo italiano su informazioni, investimenti, proprietà intellettuale, relazioni industriali e decisioni strategiche.
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L’offerta di Crosetto non è ancora un incarico
Crosetto ha raccontato di avere telefonato a Fedorov il giorno successivo alla sua uscita dal governo ucraino e di avergli chiesto quando sarebbe stato disponibile a trasferirsi a Roma per lavorare come suo consigliere. L’offerta è stata presentata come una manifestazione di amicizia e di stima verso un dirigente capace, secondo il ministro italiano, di cambiare le regole del combattimento attraverso la tecnologia. Non esiste però ancora una nomina pubblica, non risultano un decreto, un contratto, una durata, un compenso o un perimetro operativo. Non è noto neppure se Fedorov abbia accettato. La distinzione è decisiva perché il dibattito italiano sta trattando come acquisita una collaborazione che, allo stato attuale, resta una proposta politica. Fedorov ha inoltre rifiutato il ruolo alternativo offertogli da Zelensky, sostenendo che soltanto la Presidenza, il comando delle forze armate e il ministero della Difesa possiedano il potere necessario per incidere realmente sulla guerra. È difficile immaginare che lo stesso uomo possa accettare a Roma una funzione puramente ornamentale. L’offerta di Crosetto assume quindi una portata superiore a quella di una normale consulenza tecnica: o l’incarico sarà dotato di capacità effettiva, oppure difficilmente soddisferà le condizioni poste dallo stesso Fedorov.
Fedorov è diventato un concorrente politico di Zelensky
Fedorov non è più soltanto il dirigente che ha digitalizzato l’amministrazione ucraina o il volto pubblico dell’industria dei droni. La sua rimozione dal ministero della Difesa ha provocato manifestazioni insolite per un Paese sottoposto alla legge marziale e impegnato da oltre quattro anni in una guerra ad alta intensità. Il dato politico più rilevante emerge dal sondaggio pubblicato il 22 luglio 2026 da Rating Group: la fiducia nei confronti di Fedorov è salita al 65 per cento, superando il 59 per cento attribuito a Zelensky. In una simulazione presidenziale, Fedorov ha ottenuto il 13,4 per cento, collocandosi al terzo posto dietro Zelensky e l’ex comandante Valerii Zaluzhnyi. Non è stato designato come successore del presidente e le elezioni restano subordinate alla fine della legge marziale, ma la sua trasformazione in possibile candidato è ormai un fatto politico. La sua immagine sintetizza tecnologia, rinnovamento generazionale, lotta alla burocrazia militare e promessa di ridurre il costo umano della guerra attraverso droni e automazione. È una narrazione potente perché offre agli ucraini un’alternativa sia alla gestione presidenziale sia alla vecchia cultura militare di derivazione sovietica.
Roma potrebbe ospitare un futuro candidato presidenziale
L’Italia deve quindi valutare Fedorov per ciò che è diventato, non soltanto per ciò che ha fatto. La sua eventuale presenza a Roma potrebbe offrirgli una piattaforma internazionale, accesso ai vertici della difesa europea, relazioni con le imprese partecipate italiane e una posizione dalla quale consolidare la propria credibilità politica. L’ipotesi che possa diventare primo ministro o presidente viene discussa apertamente dagli analisti ucraini e occidentali, anche perché la sua uscita dal governo è stata interpretata come il tentativo di Zelensky di impedire la formazione di un centro autonomo di potere. Crosetto rischia quindi di assumere come consigliere un potenziale protagonista della successione politica ucraina. Non sarebbe necessariamente un errore, ma richiederebbe una valutazione diversa da quella prevista per un ingegnere, un ricercatore o un consulente industriale. L’Italia dovrebbe considerare le conseguenze diplomatiche nei rapporti con l’attuale Presidenza ucraina, gli effetti sulla comunità presente nel Paese e la possibilità che Roma diventi il luogo nel quale Fedorov costruisce una rete politica esterna a Kiev.
Dalla campagna di Zelensky allo Stato digitale
La carriera di Fedorov nasce nella comunicazione politica. Prima dell’ingresso nel governo ha gestito la strategia digitale della campagna presidenziale di Zelensky, contribuendo a trasformare un attore televisivo in un candidato capace di scavalcare i partiti tradizionali. Nel 2019 ha ricevuto la guida del nuovo ministero della Trasformazione digitale e ha costruito Diia, l’applicazione attraverso la quale milioni di cittadini possono utilizzare documenti, registrare imprese, richiedere certificati e accedere ai servizi pubblici. Il progetto ha reso Fedorov il simbolo dello “Stato nello smartphone” e ha ricevuto sostegno tecnico e finanziario da Stati Uniti, Regno Unito e organizzazioni internazionali. L’applicazione, secondo l’architettura dichiarata dal governo ucraino, non conserva centralmente i documenti personali, ma li recupera dai registri pubblici quando vengono richiesti. Non esistono prove sufficienti per sostenere che Fedorov abbia consegnato le banche dati dei cittadini alle multinazionali statunitensi. Esiste invece una dipendenza documentata da finanziamenti, consulenze, infrastrutture e imprese occidentali. USAID ha sostenuto Diia dal 2019, mentre la trasformazione digitale ucraina è stata integrata progressivamente nelle strategie occidentali di cooperazione e sicurezza. La sovranità formale dei dati non elimina quindi la dipendenza tecnologica da chi finanzia, sviluppa o mantiene una parte dell’ecosistema.
La guerra ha trasformato il ministero digitale in una macchina operativa
Con l’invasione russa del febbraio 2022, il ministero guidato da Fedorov ha smesso di essere soltanto un laboratorio di amministrazione elettronica. Diia è stata utilizzata per raccogliere fondi, comunicare con la popolazione e segnalare movimenti militari. Fedorov ha fatto pressione sulle piattaforme tecnologiche affinché interrompessero i rapporti con la Russia, ha ottenuto il sostegno di Elon Musk per la distribuzione dei terminali Starlink e ha promosso una rete internazionale di aziende, sviluppatori e donatori. Il passaggio decisivo è avvenuto con la creazione della IT Army of Ukraine, annunciata pubblicamente dal ministro nei primi giorni della guerra. Migliaia di volontari sono stati indirizzati verso obiettivi russi e bielorussi attraverso canali Telegram, mentre una parte delle operazioni DDoS è stata successivamente automatizzata, come ricostruito nell’analisi sulla rete ucraina di attacchi informatici coordinati. Fedorov ha così costruito il proprio profilo sulla fusione tra amministrazione pubblica, imprese private, volontari digitali, raccolte internazionali e operazioni di guerra. È questa capacità organizzativa, più ancora delle conoscenze ingegneristiche, che interessa a Crosetto.
IT Army, Anonymous e NAFO restano strutture differenti
La IT Army non può essere confusa con Anonymous o con i NAFO. Anonymous è un’identità decentralizzata utilizzata da gruppi e singoli attivisti che, dopo l’invasione, hanno dichiarato guerra informatica alla Russia. Alcune operazioni hanno seguito gli obiettivi diffusi dai canali ucraini, ma non esiste una prova di subordinazione stabile al ministero di Fedorov. I NAFO, invece, appartengono soprattutto al campo della guerra informativa: utilizzano meme, campagne coordinate, raccolte fondi e azioni di pressione contro giornalisti, politici e utenti considerati filorussi. L’analisi sui propagandisti di Kiev attivi in Italia ha rilevato migliaia di account dichiaratamente schierati e centinaia di migliaia di interazioni nel dibattito italiano. Le tre realtà hanno origini e strutture diverse, ma occupano lo stesso ecosistema: quello nel quale un governo in guerra mobilita soggetti non statali per colpire l’avversario, raccogliere risorse e orientare l’opinione pubblica internazionale. La distanza formale tra apparati pubblici, attivisti e comunità digitali non elimina la convergenza degli interessi.
Fedorov ha costruito il mercato ucraino della guerra robotizzata
La reputazione di “signore dei droni” non nasce dall’invenzione di una singola piattaforma. Fedorov ha creato le condizioni amministrative e finanziarie per trasformare centinaia di aziende, officine, start-up e reparti militari in un sistema produttivo distribuito. Attraverso Army of Drones, Brave1 e piattaforme digitali di acquisto, le richieste provenienti dal fronte vengono trasferite ai produttori, i prototipi vengono testati direttamente in combattimento e i risultati tornano alle imprese sotto forma di dati operativi. Il ciclo di sviluppo dura settimane, non anni. L’Ucraina ha così prodotto droni FPV, velivoli da ricognizione, intercettori, sistemi a lungo raggio, mezzi controllati tramite fibra ottica e veicoli terrestri senza pilota. Il programma per schierare 50.000 robot terrestri nelle forze armate mostra il passaggio da una guerra assistita dai droni a una dottrina fondata sull’integrazione tra piattaforme aeree, terrestri, software, guerra elettronica e analisi dei dati. Gli attacchi alle raffinerie e alle infrastrutture russe hanno dimostrato anche il valore strategico dei sistemi a lungo raggio, capaci di produrre effetti economici e militari molto superiori al costo della singola arma. Fedorov non ha inventato il drone ucraino: ha costruito il sistema che permette di produrlo, finanziarlo, provarlo e sostituirlo rapidamente.
Il dossier Innocenter resta un’ombra da verificare
Nel passato di Fedorov compare una vicenda collegata a Innocenter, un progetto che prometteva metodi innovativi per il dimagrimento e che sarebbe stato promosso in Ucraina tra il 2016 e il 2017. Diversi siti ucraini e russi hanno pubblicato presunti documenti della polizia informatica, sostenendo che Fedorov fosse stato coinvolto in un’indagine per frode insieme ad altre persone. Le ricostruzioni parlano di centinaia di clienti e di somme incassate attraverso una rete di vendita online. La documentazione disponibile non permette però di affermare che Fedorov sia stato condannato, rinviato a giudizio o sottoposto a un processo ancora aperto. Non emergono una sentenza verificabile, un atto giudiziario completo o un numero di procedimento consultabile attraverso una fonte ufficiale affidabile. La vicenda non può essere trasformata in una condanna giornalistica, ma non può neppure essere ignorata da chi intende affidargli un ruolo nella difesa italiana. Prima di qualsiasi incarico, il governo dovrebbe acquisire attraverso i propri canali diplomatici e di intelligence la documentazione originale, verificare la posizione giudiziaria dell’interessato e accertare eventuali rapporti societari ancora esistenti. La due diligence richiesta per un consulente della Difesa deve essere più rigorosa di quella riservata a una normale nomina politica.
Il polo italiano dei droni è già transnazionale
L’offerta di Crosetto arriva mentre l’Italia sta costruendo una filiera militare che non è più esclusivamente nazionale. La joint venture tra Leonardo e Baykar, partecipata al 50 per cento da entrambe le aziende, punta a combinare i sensori, l’elettronica e i sistemi di missione italiani con l’esperienza produttiva del gruppo turco. Il governo ha autorizzato l’operazione esercitando il golden power e imponendo condizioni sulla classificazione delle tecnologie, sulle esportazioni e sui Paesi nei quali la società potrà operare. La scelta conferma due elementi. Il primo è che Roma considera i droni un asset strategico da proteggere. Il secondo è che l’Italia ritiene di non poter recuperare rapidamente il ritardo senza integrare competenze straniere. La stessa logica anima la EU-Ukraine Drone Alliance, creata per unire l’esperienza bellica ucraina alla capacità industriale europea. Fincantieri figura tra i membri fondatori e sta investendo nei mezzi navali e subacquei autonomi, mentre Leonardo continua ad ampliare le proprie alleanze nella cybersecurity, nello spazio e nei sistemi militari, in una strategia già visibile nella sua rete di partnership europee.
Leonardo e Regulus mostrano il modello della dipendenza controllata
La collaborazione tra Leonardo DRS e la società israeliana Regulus mostra che il problema non riguarda soltanto la produzione dei droni, ma anche la loro neutralizzazione. Il sistema Ring C-UxS combina rilevamento in radiofrequenza, guerra elettronica, manipolazione dei collegamenti dati e tecniche applicate ai segnali satellitari per individuare e bloccare piccoli velivoli senza pilota. La soluzione ha ottenuto il primo posto in una competizione del Dipartimento della Difesa statunitense dedicata ai sistemi counter-UAS. Il risultato conferma che Leonardo è già inserita in un’architettura nella quale tecnologie italiane, israeliane e statunitensi vengono integrate per il mercato occidentale. Il sistema sviluppato con Regulus rappresenta il modello che potrebbe essere esteso alle competenze ucraine: non autarchia, ma dipendenza reciproca sottoposta a regole. Il rischio nasce quando l’integrazione non garantisce all’Italia il controllo sul codice, sulle chiavi crittografiche, sulla telemetria, sugli aggiornamenti e sulle componenti sostituibili.
La sovranità si misura sui dati e non sulle bandiere
La presenza di Fedorov non renderebbe automaticamente ucraina la difesa italiana e non gli garantirebbe un accesso indiscriminato alle informazioni classificate. Un consulente può essere confinato a procedure industriali, modelli di acquisto, sperimentazione e rapporti con le start-up. Il problema è stabilire chi definisce quel confine e come viene controllato. I droni moderni producono una quantità enorme di dati: immagini, coordinate, firme elettromagnetiche, capacità dei sensori, vulnerabilità dei sistemi, prestazioni dei motori, modalità di comunicazione e comportamento degli algoritmi. Anche informazioni apparentemente industriali possono rivelare dottrine operative e limiti militari. La compromissione delle telecamere utilizzate per osservare la logistica delle armi dirette in Ucraina ha dimostrato che perfino un sensore civile può diventare una fonte strategica. L’Italia deve quindi stabilire se Fedorov opererà sui programmi nazionali, sulle joint venture internazionali, sui rapporti con Kiev o sulla riforma amministrativa. Senza questa delimitazione, la parola sovranità perde significato e diventa una semplice copertura politica.
La comunità ucraina in Italia è una realtà politica potenziale
Al 31 dicembre 2024 risultavano 392.389 cittadini ucraini regolarmente soggiornanti in Italia, pari al 10,3 per cento della popolazione extraeuropea presente nel Paese. Quella ucraina è la prima comunità non comunitaria per consistenza numerica, con insediamenti consolidati in Lombardia, Campania, Emilia-Romagna e nelle principali aree metropolitane. La comunità non costituisce in sé una minaccia per la sicurezza nazionale e qualsiasi automatismo tra cittadinanza e rischio di intelligence sarebbe ingiustificato. La dimensione numerica, però, crea inevitabilmente uno spazio sociale, economico e comunicativo nel quale possono operare associazioni, raccolte fondi, organizzazioni politiche, reti informative e soggetti collegati alle istituzioni di Kiev. In presenza di un possibile candidato presidenziale ucraino stabilito a Roma, questo spazio potrebbe assumere anche una funzione elettorale e diplomatica. Il problema non riguarda gli ucraini residenti in Italia, ma la possibilità che apparati statali o gruppi politici utilizzino comunità transnazionali, organizzazioni civili e piattaforme digitali come canali di mobilitazione e influenza. È una dinamica comune a numerosi Stati e rientra nelle minacce ibride nelle quali attori pubblici impiegano soggetti non statali nei domini informativo, economico e politico.
Il conflitto divide e ricompone il centro politico italiano
La guerra russo-ucraina ha già ridisegnato una parte del sistema politico italiano. Per anni esponenti, movimenti e giornalisti contrari all’invio di armi sono stati descritti come filorussi, spesso senza distinguere tra vicinanza a Mosca, pacifismo, neutralismo e critica alla NATO. Il caso Orsini e le strutture private di controllo dell’informazione ha mostrato quanto il conflitto sia stato utilizzato per costruire categorie di affidabilità politica e mediatica. Oggi si osserva il fenomeno opposto: il sostegno permanente a Kiev diventa un elemento identitario del centro europeista, utilizzato per delimitare alleanze, selezionare interlocutori e separare i partiti considerati responsabili da quelli ritenuti ambigui. Azione e +Europa hanno assunto le posizioni più nette sull’integrazione ucraina, sull’invio di armi e sul rafforzamento della difesa europea. Anche componenti del Partito democratico e di Fratelli d’Italia utilizzano il sostegno a Kiev come criterio di legittimazione internazionale. Non esistono prove che questi partiti siano stati creati o finanziati dall’Ucraina. Esiste però una frattura politica strutturata intorno al conflitto, nella quale la linea su Russia e Ucraina diventa più importante di economia, lavoro e politiche sociali.
L’influenza non richiede necessariamente un finanziamento illecito
L’influenza straniera non coincide sempre con il pagamento diretto di un partito. Può passare attraverso accesso privilegiato ai governi, conferenze, fondazioni, reti associative, consulenze, investimenti industriali, campagne social, rapporti con i media e selezione degli esperti ammessi nel dibattito. I NAFO italiani hanno mostrato come una comunità numericamente limitata possa produrre una quantità elevata di contenuti, esercitare pressione sugli esponenti politici e trasformare il sostegno all’Ucraina in una prova di appartenenza occidentale. L’arrivo di Fedorov potrebbe rafforzare questo spazio perché offrirebbe un riferimento politico prestigioso, dotato di relazioni istituzionali e di un profilo presidenziale. Il rischio non è la nascita dichiarata di un “partito ucraino”, ma la formazione di un’area politica italiana la cui identità dipende sempre più dagli interessi, dalle narrazioni e dalle priorità di uno Stato straniero. È un rischio che deve essere valutato con gli stessi criteri utilizzati per le reti filorusse, senza doppi standard determinati dall’appartenenza alle alleanze occidentali.
I fondi destinati a Kiev hanno prodotto anche opacità
L’Ucraina ha ricevuto dall’Unione europea decine di miliardi di euro in assistenza macrofinanziaria, sostegno al bilancio, prestiti e programmi per la ricostruzione. La Ukraine Facility prevede fino a 50 miliardi di euro tra il 2024 e il 2027, mentre il nuovo sostegno per il 2026 e il 2027 comprende risorse destinate direttamente alla capacità industriale della difesa. Una parte dei fondi viene erogata sulla base di riforme e verifiche, ma il sistema ucraino ha mostrato vulnerabilità documentate. Le autorità anticorruzione hanno indagato su contratti alimentari gonfiati per oltre 17 milioni di dollari, conflitti nella gestione degli acquisti militari e una rete di tangenti negli appalti dei droni con percentuali richieste fino al 30 per cento. Questi casi non dimostrano che tutti gli aiuti occidentali siano stati sottratti o spesi senza controllo. Dimostrano però che la guerra ha creato una massa finanziaria enorme, gestita in condizioni emergenziali e attraversata da interessi politici, militari e imprenditoriali difficili da controllare. Proprio per questo la Commissione europea ha istituito un Audit Board incaricato di verificare l’utilizzo dei fondi e individuare frodi, corruzione, conflitti di interesse e debolezze strutturali.
Dai finanziamenti alla capacità economica di influenza
I finanziamenti europei non rimangono confinati nel bilancio ucraino. Producono contratti, società, start-up, intermediari, programmi di ricerca, partnership industriali e nuovi gruppi economici interessati alla prosecuzione della cooperazione militare. L’Ucraina ha trasformato la propria esperienza di guerra in un capitale negoziale: offre tecnologie testate sul campo, accesso ai dati operativi e competenze che l’industria europea non può ottenere durante le esercitazioni. In cambio riceve denaro, capacità produttiva e accesso ai mercati dell’Unione. Questa relazione genera potere economico e politico, ma non prova che fondi europei o militari siano stati utilizzati per finanziare partiti italiani. Una simile accusa richiederebbe movimenti bancari, intermediari e documenti che oggi non risultano disponibili. Il rischio concreto è più sofisticato: aziende e organizzazioni cresciute grazie agli aiuti possono entrare nei circuiti industriali italiani, finanziare attività di rappresentanza, assumere consulenti, costruire rapporti con fondazioni e orientare le priorità della difesa europea. L’influenza può quindi nascere da operazioni formalmente lecite e diventare difficile da distinguere dalla normale cooperazione internazionale.
Crosetto deve chiarire mandato e controlli
Prima di formalizzare l’incarico, Crosetto dovrebbe rendere pubblico almeno il suo perimetro essenziale. Il governo deve chiarire chi nomina Fedorov, chi lo remunera, a chi risponde e su quali programmi potrà intervenire. Deve indicare se avrà rapporti con Leonardo, Fincantieri, Baykar, le imprese ucraine o la Commissione europea, se potrà partecipare a riunioni riservate e se accederà a dati tecnici classificati. Devono essere verificati i suoi interessi societari, le relazioni con investitori, fornitori militari, organizzazioni finanziate da Stati esteri e apparati ucraini. Va definita la proprietà delle analisi e delle tecnologie sviluppate durante la consulenza, così come il divieto di trasferire informazioni, contatti o risultati verso soggetti non autorizzati. È necessario sapere se l’incarico sia stato concordato con Zelensky, se risponda a un progetto NATO o europeo e se Fedorov manterrà un’attività politica rivolta all’Ucraina. Senza queste risposte, l’offerta personale del ministro rischia di trasformarsi in una delega opaca su un settore strategico nazionale.
Un consulente per i droni o un attore politico a Roma
Fedorov possiede competenze che l’Italia non può costruire rapidamente. Ha amministrato una trasformazione digitale nazionale, mobilitato aziende globali, organizzato una forza cibernetica volontaria, accelerato la produzione di droni e sperimentato sistemi militari durante una guerra reale. Sarebbe irrazionale ignorare questo patrimonio soltanto perché proviene da uno Stato straniero. Sarebbe però altrettanto irresponsabile trattarlo come un tecnico neutrale. Fedorov è ormai un attore politico con consenso, ambizioni e una propria visione della guerra, potenzialmente alternativa a quella di Zelensky. Il suo arrivo potrebbe rafforzare l’industria italiana, ma anche trasferire in Italia una parte dello scontro interno ucraino, alimentare nuove reti di influenza e legare ancora di più la politica nazionale agli equilibri di Kiev. La sovranità non consiste nel rifiutare ogni collaborazione internazionale. Consiste nel mantenere il controllo sui dati, sui contratti, sulle decisioni e sulle conseguenze politiche. Se Crosetto saprà imporre questi limiti, Fedorov potrà rappresentare un vantaggio competitivo. Se il mandato resterà affidato alla sola amicizia personale, l’Italia rischierà di importare un centro di potere straniero dentro il proprio sistema della difesa.
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