Violenza digitale e radicalizzazione online: due indagini della Polizia

🛡️ Executive Summary

  • A Lecce la Polizia Postale ha perquisito un 60enne indagato per cyberstalking e diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite.
  • Un 16enne del Comasco è stato arrestato per terrorismo internazionale dopo un’indagine su propaganda jihadista, neonazista e antisemita diffusa online.
  • Le due indagini mostrano il ruolo centrale dell’analisi dei dispositivi e delle attività telematiche nel contrasto a violenza digitale e radicalizzazione.

Due indagini della Polizia di Stato mostrano lati differenti della criminalità che utilizza Internet come strumento di pressione, propaganda e progressiva escalation delle condotte. A Lecce, la Polizia Postale ha perquisito un sessantenne salentino indagato per cyberstalking e revenge porn nei confronti della compagna. Nel secondo caso, un 16enne residente nella provincia di Como è stato arrestato a Grosseto nell’ambito di un’indagine per terrorismo internazionale, dopo l’individuazione di profili utilizzati per diffondere materiale jihadista, neonazista e antisemita. Il quadro si inserisce nella crescita della radicalizzazione dei minori attraverso gli ambienti online e della violenza digitale che utilizza immagini e piattaforme come strumenti di controllo.

A Lecce immagini intime utilizzate come strumento di pressione

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I poliziotti della Postale di Lecce hanno eseguito una perquisizione personale nei confronti di un uomo di 60 anni residente nel Salento, nell’ambito di un procedimento nel quale vengono contestate, allo stato delle indagini, condotte riconducibili ad atti persecutori e diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite. Secondo quanto riferisce la Polizia di Stato nel comunicato sull’indagine per cyberstalking e revenge porn, l’attività investigativa è partita dalla denuncia della donna e riguarda immagini intime che sarebbero state acquisite senza il suo consenso durante la relazione e successivamente utilizzate come strumento di pressione. L’uomo avrebbe inoltre minacciato ulteriori diffusioni del materiale per condizionare la volontà della compagna. La dinamica rappresenta una delle forme più invasive della violenza digitale, nella quale il possesso di un contenuto privato diventa uno strumento per prolungare controllo e intimidazione anche fuori dalla relazione. Sullo stesso terreno si collocano la condanna per il phishing contro oltre 750 donne attraverso Snapchat, le campagne di sextortion che sfruttano FaceTime e iMessage e la più recente operazione contro la diffusione di deepfake sessuali, fenomeni differenti ma accomunati dall’utilizzo di immagini, identità e comunicazioni digitali per aumentare la capacità di ricatto sulla vittima. Il procedimento leccese si trova nella fase delle indagini preliminari e l’indagato resta assistito dalla presunzione di non colpevolezza fino a un eventuale accertamento definitivo.

Cyberstalking e revenge porn richiedono di conservare le prove digitali

L’intervento della Polizia Postale ha consentito di interrompere le condotte oggetto dell’indagine e di acquisire elementi utili agli accertamenti. Nei reati contro la persona commessi attraverso strumenti digitali, messaggi, chat, fotografie, video, account social e metadati possono assumere un peso decisivo nella ricostruzione della sequenza delle condotte. La stessa Polizia di Stato, nella propria documentazione sulla prevenzione della violenza di genere, indica tra gli elementi utili da conservare screenshot, link, chat, fotografie, video e comunicazioni relative alla diffusione non consensuale di contenuti intimi. L’azione della Postale si colloca in una pressione investigativa più ampia sui reati digitali contro la persona, già emersa nel caso dello stalker identificato attraverso elementi prodotti con ChatGPT e nelle attività della Polizia Postale contro abusi online, sextortion e criminalità digitale. La progressiva sovrapposizione tra vita privata e servizi digitali rende inoltre più difficile separare nettamente stalking tradizionale e cyberstalking: le condotte possono passare dalle molestie fisiche alle comunicazioni online, dalla sorveglianza dei profili alla minaccia di pubblicare materiale privato. Anche la strategia della Polizia Postale sulle nuove forme di violenza online ha individuato questa continuità come uno dei fronti in crescita della sicurezza digitale italiana.

Un 16enne arrestato per terrorismo internazionale e propaganda online

Il secondo intervento riguarda un 16enne della provincia di Como, arrestato a Grosseto, dove si trovava in vacanza con la famiglia. La Polizia di Stato descrive l’operazione come un’indagine per terrorismo internazionale e propaganda jihadista coordinata dalla sezione Antiterrorismo della Digos di Milano, con il supporto della Digos di Como, della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione e sulla base di una segnalazione dell’Aisi. L’attenzione investigativa si sarebbe concentrata inizialmente su diversi profili utilizzati su una piattaforma di messaggistica istantanea per diffondere propaganda jihadista e materiale favorevole allo Stato Islamico. Gli accertamenti telematici avrebbero poi ricondotto gli account al minorenne, che non risultava precedentemente noto agli investigatori per frequentazioni in ambienti radicali. Il caso arriva a pochi giorni dall’indagine sulla 17enne pavese radicalizzata online e indicata come pronta al martirio e dopo le operazioni che hanno portato la Digos a intervenire contro radicalizzazione jihadista ed estremismo in Italia. La centralità dei minorenni nei circuiti estremisti era emersa anche nell’azione di Europol contro The Com e migliaia di contenuti estremisti online.

VPN, propaganda Isis e materiale neonazista nelle attività online

Gli investigatori avrebbero individuato un profilo con riferimenti espliciti allo Stato Islamico, insieme a chat attraverso le quali il sedicenne condivideva contenuti di matrice jihadista, neonazista e antisemita. Dalle attività tecniche è emerso anche il frequente utilizzo di VPN e strumenti destinati a offuscare i dati di connessione, impiegati per raggiungere un sito di propaganda del Daesh. La successiva perquisizione personale e informatica avrebbe permesso di acquisire un quantitativo rilevante di file sullo Stato Islamico in più lingue, materiale relativo ad addestramento ed esecuzioni, canti propagandistici e contenuti di matrice suprematista e neonazista. Il quadro presenta elementi già osservati nelle operazioni contro minori coinvolti contemporaneamente in ambienti jihadisti e suprematisti e nell’indagine con cui la Digos ha denunciato minori per odio razziale diffuso sui social. Anche il precedente intervento della Polizia contro un quindicenne accusato di attività riconducibili al Daesh aveva mostrato quanto i percorsi di auto-radicalizzazione possano svilupparsi attraverso comunità digitali, propaganda e contatti telematici prima di produrre segnali visibili nel mondo fisico.

Nel dispositivo anche un video sulla costruzione di un ordigno

Tra i contenuti sequestrati sarebbe stato trovato anche un video in lingua russa, idioma compreso dal ragazzo, recante il simbolo dello Stato Islamico e dedicato alla costruzione di un ordigno esplosivo improvvisato con materiali facilmente reperibili. Gli investigatori hanno inoltre ricostruito conversazioni nelle quali il minore avrebbe manifestato sostegno all’Isis e riferito una precedente collaborazione alla produzione di materiale propagandistico. Secondo il quadro investigativo che ha portato alla misura cautelare, il sedicenne avrebbe quindi raggiunto uno stadio avanzato nel percorso di radicalizzazione. La presenza di materiale operativo accanto alla propaganda rappresenta un elemento particolarmente delicato perché può indicare il passaggio dalla semplice fruizione ideologica alla ricerca di conoscenze utilizzabili concretamente. È lo stesso salto qualitativo che ha caratterizzato precedenti indagini italiane contro giovani coinvolti nella propaganda neonazista e operazioni nelle quali Europol ha colpito le infrastrutture digitali di Terrorgram. Anche in questo procedimento le contestazioni devono essere considerate nella fase cautelare: responsabilità e fondatezza delle accuse saranno sottoposte alla valutazione dell’autorità giudiziaria e il minore resta assistito dalla presunzione di non colpevolezza.

Le piattaforme digitali diventano terreno comune per reati molto diversi

Le indagini di Lecce e Como non sono collegate e riguardano fenomeni criminali profondamente diversi, ma mostrano quanto l’ambiente digitale sia ormai parte integrante dell’attività investigativa. Nel primo caso immagini intime e comunicazioni sarebbero state utilizzate per esercitare pressione sulla vittima; nel secondo profili online, messaggistica, propaganda, VPN e file digitali avrebbero documentato un percorso di radicalizzazione. La rete non costituisce quindi un ambito criminale separato dalla realtà, ma un’infrastruttura attraverso la quale condotte già penalmente rilevanti possono essere amplificate, rese persistenti e indirizzate verso pubblici molto più ampi. L’evoluzione era già evidente nelle operazioni della Polizia contro propaganda terroristica diffusa attraverso podcast e contenuti digitali e nell’azione europea che ha smantellato nodi della rete estremista The Com. Nei due casi italiani il punto operativo comune resta la capacità di trasformare tracce digitali, account, dispositivi e relazioni online in elementi investigativi prima che minacce, persecuzioni o percorsi di estremizzazione producano conseguenze ulteriori.

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