Lavitola salva Ranucci dall’indagine, ma non Report: Giletti o Mottola i prossimi conduttori?

La confessione di Valter Lavitola cambia radicalmente la prospettiva dell’attentato contro Sigfrido Ranucci. Dopo l’arresto del 10 agosto, l’ex direttore dell’Avanti! ammette di essere stato il mandante dell’azione contro il conduttore di Report, aprendo però uno scenario molto diverso da quello delineato inizialmente dall’accusa e già ricostruito da Matrice Digitale al momento dell’arresto. Secondo la versione fornita da Lavitola, l’obiettivo non sarebbe stato quello di provocare conseguenze gravi alla vittima: agli uomini incaricati dell’azione avrebbe chiesto di non “andarci troppo forte”. Il risultato fu invece un’esplosione che distrusse due automobili davanti all’abitazione del giornalista. È proprio questa contraddizione a rendere ancora più grottesca una vicenda che per mesi è stata rappresentata attraverso una cornice completamente diversa. L’attentato a Ranucci era diventato rapidamente un simbolo nazionale delle intimidazioni contro il giornalismo, accompagnato da una mobilitazione politica, mediatica e istituzionale e da richiami pubblici ai grandi casi della storia italiana. Oggi, invece, il presunto mandante non emerge da un ambiente ostile al conduttore di Report, ma dal suo stesso sistema di relazioni personali: Lavitola era una persona vicina a Ranucci, un interlocutore con il quale il giornalista intratteneva un rapporto di amicizia. È questo il punto che rende la vicenda molto più difficile da liquidare con gli schemi utilizzati fino a poche settimane fa.

L’ammissione di Lavitola cambia il quadro dell’attentato

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La confessione risolve innanzitutto uno dei problemi principali dell’inchiesta: l’individuazione del mandante. Lavitola si attribuisce quel ruolo e sostiene di avere organizzato l’azione con una finalità paradossale, cioè proteggere Ranucci attraverso un attentato dimostrativo che avrebbe dovuto determinare un rafforzamento della sua sicurezza personale. La scorta del giornalista, effettivamente, viene successivamente rafforzata. Questo racconto non rende naturalmente meno grave ciò che è avvenuto. Introduce però una distinzione fondamentale tra ciò che Lavitola sostiene di avere ordinato e quello che gli esecutori hanno materialmente realizzato.

Se il mandato era quello di mettere in scena un’intimidazione senza conseguenze gravi e gli uomini incaricati hanno invece utilizzato modalità molto più pesanti, la distanza tra volontà del mandante ed esecuzione materiale diventa uno dei punti centrali della vicenda. Ed è proprio qui che si inserisce il problema del metodo mafioso e dell’ipotesi di strage.

La linea che emerge dalla confessione di Lavitola punta inevitabilmente a separare la sua responsabilità dall’aggravamento prodotto dalle modalità concretamente utilizzate dagli esecutori. Se questa ricostruzione dovesse essere accolta sul piano giudiziario, la posizione dell’ex direttore dell’Avanti! potrebbe uscire dalla cornice più pesante costruita attorno al metodo mafioso e alla dimensione potenzialmente stragista dell’azione, con conseguenze importanti anche sul trattamento sanzionatorio e sulle misure cautelari. Non significa che quelle contestazioni decadano automaticamente per il semplice fatto che Lavitola abbia confessato. Significa però che la confessione costruisce una linea precisa: ammettere il mandato, circoscriverne la finalità e attribuire agli esecutori l’eventuale superamento dei limiti stabiliti. È una differenza sostanziale perché trasforma il problema processuale: non si discute più soltanto se Lavitola abbia partecipato alla vicenda, ma quale azione abbia effettivamente ordinato e quanto di ciò che è accaduto davanti alla casa di Ranucci fosse realmente compreso nella sua volontà.

Ranucci non viene accusato, ma resta una domanda irrisolta

C’è poi il capitolo più delicato, quello relativo a Sigfrido Ranucci. La confessione di Lavitola non afferma che il giornalista fosse a conoscenza dell’attentato. Ma non nasce neppure come una dichiarazione destinata a rispondere a questa domanda. Lavitola ammette di essere il mandante e fornisce la propria spiegazione dell’operazione: avrebbe voluto creare attorno all’amico una situazione di pericolo tale da determinarne una maggiore protezione. Sul piano giudiziario, questo passaggio consente alla Procura di concentrarsi sulla responsabilità di chi ha organizzato e realizzato l’attentato senza trasformare necessariamente la consapevolezza di Ranucci nel presupposto indispensabile per accertare la responsabilità di Lavitola. L’ammissione del mandante non dimostra una conoscenza preventiva da parte della vittima e il silenzio su questo punto non può essere trasformato in una prova del contrario.

Ma la questione giudiziaria e quella della credibilità pubblica non coincidono.

Ed è proprio questa distinzione che oggi diventa decisiva per Ranucci. Il conduttore resta la vittima dell’attentato e non esiste, sulla base di questa confessione, un elemento che consenta di trasformarlo in corresponsabile dell’azione. Allo stesso tempo, però, il rapporto con Lavitola diventa inevitabilmente ancora più problematico sotto il profilo professionale, perché il mandante confesso dell’attentato è anche una persona che apparteneva alla rete personale e informativa del giornalista. È la contraddizione già affrontata da Matrice Digitale quando Ranucci era passato da vittima dell’attentato a “imputato” mediatico: frequentare una fonte, anche opaca, non significa automaticamente esserne condizionati. Ma quando quella fonte diventa il mandante confesso di un attentato contro lo stesso giornalista, la natura del rapporto smette inevitabilmente di essere un dettaglio secondario.

Il problema adesso è soprattutto dentro la Rai

È qui che l’inchiesta giudiziaria comincia a produrre conseguenze molto più ampie sul piano televisivo. Matrice Digitale aveva già ricostruito in anteprima nazionale lo scontro interno alla Rai tra Ranucci, Lavitola e Massimo Giletti, quando le diverse versioni del caso avevano iniziato a trasformarsi in una battaglia tra programmi, fonti, anticipazioni investigative e rapporti personali. La confessione di Lavitola rende oggi quello scontro ancora più pesante. Le ricostruzioni e le anticipazioni rilanciate da Massimo Giletti acquistano inevitabilmente un peso diverso rispetto a poche settimane fa. Allo stesso tempo cresce la pressione su Ranucci all’interno della Rai, dove il problema non è più soltanto giudiziario. È soprattutto editoriale e reputazionale. Le ipotesi sulla futura conduzione di Report — dalla possibilità di un ruolo maggiore per Giletti fino all’eventualità di una soluzione interna attraverso una figura come Mottola per accontentare l’opposizione — restano, allo stato attuale, valutazioni e scenari politici e televisivi, non decisioni già assunte. Sarebbe quindi sbagliato presentarli come sviluppi definitivi. Quello che invece appare evidente è che la posizione di Ranucci è diventata più difficile. Non perché la confessione di Lavitola dimostri una responsabilità del giornalista, ma perché modifica completamente il terreno sul quale la Rai dovrà valutare la sua permanenza alla guida di uno dei programmi d’inchiesta più importanti del servizio pubblico.

Una cosa è essere la vittima di un attentato proveniente da un universo criminale esterno. Un’altra è scoprire che il mandante dell’azione era una persona con la quale esisteva un rapporto personale stretto.

La responsabilità penale appartiene ai tribunali. La credibilità editoriale, invece, appartiene inevitabilmente anche ai telespettatori.

Il problema della rappresentazione del giornalista come vittima

La vicenda produce inoltre una frattura nella narrazione costruita negli ultimi anni attorno al giornalismo italiano. Una parte della stampa, delle associazioni professionali, degli Ordini e delle rappresentanze sindacali tende a mobilitarsi con enorme forza quando emerge un grande caso nazionale capace di diventare simbolico, mentre appare molto meno presente davanti alle difficoltà quotidiane che riguardano migliaia di giornalisti senza grandi televisioni, grandi editori, scorte, programmi in prima serata o reti politiche capaci di amplificarne le vicende. Il caso Ranucci era diventato precisamente uno di questi grandi simboli.

L’attentato era stato inserito nella narrazione del giornalista minacciato per le proprie inchieste, trasformando comprensibilmente la solidarietà verso la vittima in una battaglia generale per la libertà di stampa. La confessione di Lavitola non cancella la gravità dell’attentato e soprattutto non cancella il fatto che Ranucci ne sia stato vittima. Demolisce però una parte della semplicità con cui la vicenda era stata raccontata.

Il mandante non sarebbe un misterioso potere colpito dalle inchieste di Report. Non sarebbe, almeno nella ricostruzione confessoria di Lavitola, un’organizzazione intenzionata a eliminare un giornalista scomodo. Sarebbe un amico che sostiene di avere organizzato un attentato dimostrativo con l’obiettivo paradossale di aumentare la protezione dello stesso Ranucci. È una realtà molto meno eroica, molto più confusa e soprattutto molto più difficile da utilizzare come simbolo. Ed è qui che anche le istituzioni rappresentative del giornalismo rischiano una nuova perdita di credibilità. Non perché abbiano sbagliato a solidarizzare con un giornalista vittima di un attentato, cosa doverosa, ma perché ancora una volta emerge la distanza tra la mobilitazione assoluta attorno ai grandi nomi dell’informazione e la tutela assai meno visibile garantita nei casi ordinari, quelli che non producono campagne nazionali, interrogazioni parlamentari o prime serate televisive.

Il centro-destra adesso può alzare il tiro su Report

Le conseguenze politiche sono altrettanto evidenti. Il centro-destra dispone oggi di un argomento molto più forte per mettere in discussione la permanenza di Ranucci alla guida di Report. Anche in questo caso è necessario distinguere i piani: la politica non può trasformare la confessione di Lavitola in una prova di responsabilità del conduttore, perché quella prova non esiste. Può però interrogarsi sulla credibilità editoriale di una trasmissione del servizio pubblico e sui rapporti sviluppati negli anni dal suo responsabile con una figura come Lavitola. Il problema per Ranucci diventa quindi profondamente diverso. Per i magistrati è necessario stabilire chi abbia ordinato l’attentato, che cosa abbia realmente ordinato, chi abbia materialmente eseguito l’azione e con quali modalità. Per i telespettatori e per la Rai la domanda è invece se Sigfrido Ranucci possieda ancora la stessa credibilità necessaria per guidare un programma che fonda gran parte della propria autorevolezza sulla capacità di indagare i rapporti opachi tra politica, affari, istituzioni e potere. Sono due domande diverse e devono restare tali.

La conseguenza politica favorisce Giorgia Meloni

Dentro questo scenario c’è infine una conseguenza politica che riguarda direttamente Giorgia Meloni. Negli ultimi anni Report ha dedicato una quantità molto rilevante di servizi e puntate alla presidente del Consiglio, al suo ambiente politico e anche a vicende riguardanti la sua sfera familiare. Ranucci è diventato così, indipendentemente dalle proprie intenzioni, uno dei protagonisti di quella parte dell’informazione televisiva percepita dal centro-destra come particolarmente ostile alla premier. La vicenda Lavitola produce quindi un effetto politico favorevole a Meloni senza che la presidente del Consiglio debba necessariamente intervenire.

È una dinamica particolare: più si indebolisce la credibilità di una parte del sistema mediatico che negli ultimi anni l’ha attaccata con maggiore continuità, più Meloni può presentarsi come la destinataria di una narrazione giornalistica eccessivamente politicizzata che oggi mostra le proprie contraddizioni.

Non significa che le inchieste di Report su Meloni diventino false per effetto della confessione di Lavitola. Sarebbe un salto logico privo di fondamento. Significa invece che il soggetto che quelle inchieste ha rappresentato pubblicamente perde inevitabilmente una parte della posizione di superiorità morale dalla quale erano state spesso presentate. Ed è questa, probabilmente, la conseguenza politica più pesante dell’intera vicenda. Lavitola, confessando il proprio ruolo, cerca di ridefinire la natura dell’attentato e di separare il mandato attribuito a se stesso dalle modalità più gravi adottate dagli esecutori. La Procura ottiene contemporaneamente una risposta fondamentale sul livello della committenza. Ranucci resta la vittima dell’attentato e la confessione non dimostra alcuna sua partecipazione o preventiva conoscenza, ma il problema per lui si sposta ormai dal terreno penale a quello professionale, editoriale e reputazionale. Ed è precisamente su questo terreno che la storia diventa più scomoda per Report, per la Rai e per quella parte del giornalismo che aveva trasformato il caso in uno dei simboli della libertà di stampa italiana. Perché una volta caduta la rappresentazione più semplice, resta una storia molto più difficile da raccontare: quella di un giornalista colpito da un attentato organizzato, secondo la confessione del mandante, da uno dei suoi amici più vicini per proteggerlo attraverso la paura. Una storia che non assolve nessuno dalle proprie responsabilità, ma che costringe il sistema dell’informazione a fare i conti con una realtà molto diversa da quella raccontata fino a oggi.

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