📌 In Sintesi
- Negli Stati Uniti Meta affronta un processo sulla progettazione di Facebook e Instagram, accusati di favorire dipendenza e danni tra bambini e adolescenti.
- Scroll infinito, raccomandazioni algoritmiche, profilazione e polarizzazione non sono novità: costituiscono da anni il modello economico dell’economia dell’attenzione.
- La vera questione riguarda anche chi ha prosperato dentro questo sistema e oggi prova a riposizionarsi come critico delle stesse piattaforme.
Negli Stati Uniti è iniziato quello che molti stanno presentando come un processo storico contro Meta. Storico può diventarlo per le conseguenze giudiziarie, certamente. Molto meno per ciò che sta facendo emergere. Una coalizione di 29 procuratori generali statunitensi accusa Meta di avere progettato Facebook e Instagram per aumentare l’engagement dei giovani, favorendo comportamenti compulsivi, di avere minimizzato pubblicamente i rischi e di non avere rispettato adeguatamente le regole sulla presenza dei minori di tredici anni. Il processo federale in corso a Oakland vede in prima linea California, Colorado, Kentucky e New Jersey. La parte realmente sorprendente, però, è assistere alla nascita improvvisa di un esercito di commentatori che sembra avere scoperto nel 2026 ciò che le piattaforme praticano da oltre un decennio.
Cosa leggere
Il processo a Meta è nuovo, il problema certamente no
La ricostruzione ufficiale del procuratore generale della California è abbastanza chiara: l’accusa sostiene che Facebook e Instagram siano stati progettati per trattenere bambini e adolescenti sempre più a lungo, trasformando il coinvolgimento in ricavi e minimizzando contemporaneamente i rischi per la salute e la sicurezza. Il procedimento comprende anche contestazioni relative al Children’s Online Privacy Protection Act, con il giudice che già a giugno ha respinto il tentativo di Meta di chiudere il caso prima del processo e ha riconosciuto criticità sul consenso parentale per gli under 13. Meta respinge la ricostruzione e, nella propria posizione pubblica sulla tutela degli adolescenti, sostiene che la salute mentale dei giovani sia un fenomeno multifattoriale e che l’azienda abbia investito per anni in Teen Accounts, parental control, restrizioni dei contenuti e sistemi di verifica dell’età. È corretto riportare entrambe le posizioni. Ciò che invece sarebbe storicamente scorretto è fingere che dipendenza, scroll infinito, profilazione, polarizzazione e sfruttamento dell’attenzione siano questioni scoperte nel tribunale di Oakland nell’agosto 2026. Soltanto un mese fa la Commissione europea contestava a Meta proprio un design capace di favorire comportamenti compulsivi, indicando tra gli elementi problematici scorrimento infinito, autoplay, notifiche e raccomandazioni fortemente personalizzate. Il punto non è quindi la scoperta. È il momento nel quale il problema è diventato abbastanza grande da non poter essere più raccontato come una paranoia di chi criticava le piattaforme.
Benvenuti nell’era dei lestofanti digitali
Ed è qui che compare una categoria molto riconoscibile: quella dei lestofanti digitali. Non sono necessariamente truffatori in senso giuridico e il termine non serve ad attribuire reati a qualcuno. È una definizione editoriale per descrivere un comportamento molto più banale e diffuso: adattarsi perfettamente a un sistema quando conviene e denunciarlo quando cambia il vento. Per anni una parte dell’intellighenzia digitale ha spiegato che le piattaforme erano società private e quindi potevano stabilire autonomamente regole, moderazione, visibilità e criteri di accesso. Ha costruito pubblico, reputazione, carriere e in alcuni casi rapporti professionali proprio attraverso quelle infrastrutture. Oggi, quando governi, tribunali e autorità iniziano a mettere in discussione quel modello, gli stessi meccanismi vengono descritti con stupore filosofico e citazioni solenni sulla libertà, sull’etica e sulla fragilità delle nuove generazioni. È un fenomeno già osservato nell’improvvisa corsa occidentale a difendere i minori dopo vent’anni di social senza freni: la tutela è sacrosanta, ma non cancella la cronologia. Chi oggi dice “lo sapevamo” dovrebbe mostrare dove si trovava quando l’algoritmo premiava i suoi contenuti, quando la reach cresceva, quando la moderazione colpiva altri e quando la dipendenza era chiamata semplicemente engagement.
L’algoritmo non misura soltanto ciò che facciamo
Una delle illusioni più resistenti consiste nel pensare che un social network conosca l’utente soltanto attraverso ciò che pubblica, mette like o commenta. La profilazione comportamentale è molto più sofisticata. Già negli anni precedenti alla nascita dell’attuale dibattito sui modelli capaci di “mappare la mente”, la ricerca mostrava quanto fosse informativo anche il consumo passivo dei contenuti. Studi pubblicati nel 2015 evidenziavano che utilizzare Facebook limitandosi a osservare il News Feed senza interagire poteva influenzare il benessere e aumentare sentimenti di invidia. La stessa Facebook riconosceva nel 2017 il problema del passive consumption, annunciando modifiche al News Feed per privilegiare interazioni considerate più significative. In altre parole, ciò che un utente guarda senza cliccare non è assenza di informazione. È informazione. Il tempo trascorso davanti a un contenuto, la frequenza con cui si torna sullo stesso profilo, la velocità con cui si passa oltre, ciò che si osserva senza lasciare una traccia pubblica: tutto contribuisce a descrivere interessi, attrazioni, repulsioni e vulnerabilità. Già nel 2017, in La prigione dell’umanità, il problema veniva posto in termini molto semplici: il social non ha bisogno che l’utente dichiari cosa prova se può dedurlo da come si comporta. Oggi chi parla con stupore di profilazione psicologica dovrebbe almeno riconoscere che non stiamo assistendo alla nascita del fenomeno, ma alla sua maturazione industriale.
Lo scroll infinito non è un incidente di progettazione
Il famoso infinite scroll non è comparso per errore perché qualcuno si è dimenticato di inserire il pulsante “pagina successiva”. È la rappresentazione grafica più perfetta dell’economia dell’attenzione: non offrire mai un punto naturale nel quale fermarsi. Una pagina tradizionale finisce. Un articolo finisce. Un libro finisce. Lo scroll infinito continua. Il movimento del dito diventa automatico, il contenuto successivo arriva prima che l’utente abbia deciso se desidera davvero vederlo e il sistema può osservare in tempo reale quali stimoli producono una sosta di mezzo secondo in più. È esattamente questo tipo di architettura che oggi finisce sotto esame negli Stati Uniti e in Europa. Ma l’ecosistema che ne è derivato non riguarda soltanto i ragazzi. Gli adulti sono stati addestrati allo stesso modello. Contenuti sempre più brevi, titoli ridotti a reazioni, indignazione istantanea, polarizzazione, premi algoritmici per ciò che divide e impoverimento progressivo del contesto. La Relazione AGCOM 2026 mostra che Meta, Google e Amazon dominano ancora l’economia pubblicitaria digitale, mentre Facebook e Instagram continuano a raggiungere decine di milioni di italiani. Parlare della dipendenza dei minori ignorando l’architettura economica che remunera il tempo degli adulti significa osservare soltanto la parte più emotivamente efficace del problema.
Il social scoring occidentale era accettabile finché funzionava per gli altri
C’è poi un secondo tabù: il social scoring. Per anni l’Occidente ha utilizzato questa espressione quasi esclusivamente per descrivere la Cina, presentandola come simbolo di un modello incompatibile con la democrazia liberale. Nel frattempo le piattaforme occidentali hanno costruito sistemi nei quali un utente può perdere visibilità, funzioni, possibilità di pubblicare, accesso pubblicitario o direttamente il proprio profilo sulla base di decisioni automatizzate spesso difficili da contestare. Non è il social credit system statale cinese e sarebbe tecnicamente scorretto equiparare le due strutture. Ma il principio politico che merita attenzione è un altro: un soggetto privato assegna conseguenze concrete al comportamento digitale di una persona dentro uno spazio diventato essenziale per comunicazione, lavoro e informazione. Chi resta sempre dentro i confini premiati dalla piattaforma può credere che il sistema sia libero semplicemente perché non ne ha sperimentato la sanzione. Chi viene colpito scopre invece quanto sia fragile il diritto di appello. L’esperienza del blocco e successivo ripristino dei profili di Matrice Digitale da parte di Meta ha mostrato esattamente questo squilibrio: il problema non è soltanto essere bannati, ma non sapere con chiarezza chi decide, secondo quale procedura e con quale interlocutore effettivo sia possibile contestare la decisione. È curioso che oggi molti critici delle piattaforme non abbiano avuto gli stessi dubbi quando il sistema puniva persone con cui non erano d’accordo.
TikTok era guerra cognitiva, Facebook era semplicemente mercato
La contraddizione diventa ancora più evidente quando entra in scena TikTok. Per anni la piattaforma cinese è stata descritta negli Stati Uniti e in Europa come un possibile strumento di influenza, raccolta dati e perfino guerra cognitiva, capace di impoverire l’attenzione delle nuove generazioni attraverso video brevi e raccomandazioni algoritmiche. Le preoccupazioni non erano inventate: già nel 2023 l’utilizzo di TikTok tra i bambini sollevava questioni su contenuti, dati e tempo trascorso sulla piattaforma. Ma se il problema è il meccanismo cognitivo e non il passaporto dell’azienda, diventa difficile spiegare perché lo stesso ragionamento non sia stato applicato con identica severità a Facebook, Instagram, YouTube o alle altre piattaforme occidentali. Quando l’algoritmo cinese modifica comportamenti viene chiamato influenza strategica; quando l’algoritmo americano massimizza l’engagement viene chiamato modello di business. Eppure l’essere umano sottoposto allo stimolo è lo stesso. Se una struttura progettata per catturare attenzione modifica il modo in cui una generazione legge, reagisce, discute e costruisce la propria identità, la natura dell’effetto non cambia perché dietro esiste una società quotata al Nasdaq anziché un’impresa cinese sottoposta a Pechino.
La guerra cognitiva del mercato non aveva bisogno di un ministero
Qui si arriva al punto più scomodo. Una guerra cognitiva non deve necessariamente essere ordinata da uno Stato per produrre effetti cognitivi sulla società. Le piattaforme americane non hanno avuto bisogno di un comando governativo che imponesse loro di rendere gli utenti più polarizzati o dipendenti. È bastato un incentivo molto più semplice: il mercato. Più tempo significa più impression pubblicitarie, più dati, più capacità di profilazione e più ricavi. Il risultato può essere sistemicamente simile a quello attribuito alle operazioni di influenza: alterazione delle priorità, frammentazione dell’attenzione, rafforzamento delle bolle, accelerazione dei conflitti e selezione algoritmica di ciò che ottiene visibilità. Questo non significa sostenere che Meta abbia condotto una guerra cognitiva governativa contro l’Occidente. Significa porre una domanda diversa: perché abbiamo riconosciuto immediatamente il rischio quando l’obiettivo era geopolitico e lo abbiamo normalizzato per quindici anni quando l’obiettivo era economico? La distinzione giuridica tra impresa privata e Stato resta fondamentale, ma non cancella il potere infrastrutturale raggiunto dalle piattaforme americane, che controllano porzioni determinanti della comunicazione, della pubblicità, dell’identità digitale e della distribuzione dell’informazione.
I genitori hanno responsabilità, ma non possono competere con un laboratorio comportamentale
Naturalmente anche le famiglie hanno responsabilità. Un bambino di nove o dieci anni non dovrebbe trovarsi liberamente su una piattaforma vietata agli under 13, e nessuna causa contro Meta può sostituire la funzione educativa dei genitori. Ma fermarsi a questo significa utilizzare la responsabilità familiare per assolvere la struttura industriale. Un genitore dovrebbe conoscere applicazioni, impostazioni, algoritmi, sistemi di messaggistica, account secondari, metodi per aggirare i controlli e trend che cambiano ogni mese, mentre dall’altra parte lavorano migliaia di ingegneri, data scientist, psicologi, product manager e sistemi di machine learning il cui obiettivo professionale è comprendere cosa mantiene l’utente davanti allo schermo. È una competizione evidentemente asimmetrica. La stessa Meta oggi utilizza AI per stimare l’età degli utenti, Teen Accounts, restrizioni predefinite e alert ai genitori, dimostrando implicitamente che la capacità tecnica per riconoscere e trattare diversamente i minori esiste. La domanda della causa americana è anche quanto questa capacità avrebbe potuto essere utilizzata prima e con maggiore decisione.
La nuova verginità digitale non cancella vent’anni di convenienza
Il processo americano arriverà alle proprie conclusioni e saranno i giudici a stabilire quali accuse siano dimostrate. L’errore da evitare è trasformarlo nell’anno zero della consapevolezza digitale. Non stiamo scoprendo nel 2026 che l’attenzione è una merce, che gli algoritmi selezionano la visibilità, che lo scroll infinito favorisce l’uso prolungato o che i minori rappresentano una fascia particolarmente vulnerabile. Stiamo semplicemente entrando nella fase nella quale questi elementi diventano abbastanza costosi politicamente e giudiziariamente da obbligare tutti a parlarne. Ed è proprio adesso che i lestofanti digitali tenteranno la propria metamorfosi: quelli che hanno accumulato follower rispettando perfettamente le regole dell’engagement, quelli che hanno considerato normale la censura finché colpiva altri, quelli che hanno goduto dei vantaggi della distribuzione algoritmica e oggi spiegano al pubblico quanto sia pericolosa. Per riconoscerli non servono sofisticati strumenti di intelligence. Basta un esercizio molto più semplice: guardare cosa dicono oggi e cercare cosa dicevano quando quelle stesse piattaforme distribuivano loro visibilità, credibilità e potere. Il processo a Meta può diventare storico. La dipendenza digitale, la profilazione e la manipolazione dell’attenzione, invece, hanno una storia molto più lunga. E soprattutto hanno avuto molti più complici di quanti oggi siano disposti ad ammetterlo.
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