🛡️ Executive Summary
- Leonardo Ukraine è stata registrata a Kiev per ricerca e sviluppo in comunicazioni, navigazione, software, elettronica e tecnologie ottiche legate alla difesa.
- La scelta arriva mentre l’Ucraina trasforma esperienza operativa, droni e robotica in una filiera industriale alla quale governi e aziende europee vogliono accedere.
- L’offerta di Crosetto a Fedorov aggiunge una dimensione politica: acquisire competenze ucraine può essere vantaggioso, ma impone garanzie su dati, tecnologia e sovranità.
La nascita di Leonardo Ukraine può essere presentata come una sorpresa soltanto dimenticando ciò che è accaduto all’industria europea della difesa dal febbraio 2022. La società italiana ha registrato a Kiev una controllata dedicata a ricerca e sviluppo mentre l’Ucraina è diventata il più grande laboratorio operativo occidentale per droni, guerra elettronica, sistemi autonomi, comunicazioni e difesa aerea. La decisione arriva inoltre poche settimane dopo la proposta di Guido Crosetto di portare in Italia come advisor Mykhailo Fedorov, protagonista della trasformazione digitale e militare ucraina. Presi separatamente sono due fatti. Osservati insieme descrivono una strategia molto più interessante: Roma vuole entrare nel capitale tecnologico prodotto dalla guerra prima che quel capitale venga redistribuito nel mercato europeo della difesa.
Cosa leggere
Leonardo Ukraine non nasce improvvisamente: arriva quando la guerra diventa mercato
Leonardo Ukraine risulta costituita a Kiev dal 20 maggio 2026, controllata attraverso Leonardo International e con attività concentrate su ricerca scientifica e ingegneristica, comunicazioni, navigazione, software, servizi IT ed elettronica e ottica. La società era già comparsa nella documentazione finanziaria semestrale del gruppo ed entra in un percorso industriale che Leonardo aveva impostato molto prima: partnership internazionali, sistemi multidominio, droni, cyber e integrazione tra sensori e piattaforme. Il Piano industriale 2026-2030 di Leonardo punta a 142 miliardi di ordini cumulati, ricavi da 21 miliardi nel 2026 a 30 miliardi nel 2030 e nuove opportunità nel multidominio. Non è quindi un’azienda che “scopre” oggi Kiev. Già cybersecurity, spazio e alleanze europee stavano trasformando Leonardo in un gruppo sempre più integrato nella nuova architettura militare continentale. L’Ucraina aggiunge ciò che difficilmente può essere acquistato in laboratorio: esperienza operativa accumulata ogni giorno contro un avversario reale.
La guerra ha moltiplicato il valore di Leonardo, ma la Borsa pretende continuità
Il collegamento con il ciclo economico della guerra è altrettanto evidente, pur evitando scorciatoie causali. Nel febbraio 2022 Leonardo valeva circa 8 euro per azione; nell’agosto 2026 il titolo si muove intorno ai 58-60 euro. Non è quindi semplicemente raddoppiato: il valore si è moltiplicato diverse volte mentre l’Europa aumentava drasticamente la spesa militare. Dopo il massimo annuale di 66,26 euro raggiunto a marzo 2026, il titolo è però sceso fino a 44,25 euro a giugno, recuperando successivamente buona parte del terreno. Questo non dimostra che Leonardo debba aprire a Kiev per sostenere la quotazione, ma chiarisce il problema industriale: la rivalutazione di un gruppo della difesa deve prima o poi tradursi in ordini, capacità produttiva, tecnologie proprietarie e nuovi mercati. I risultati 2025 mostrano già ordini a 23,8 miliardi e ricavi a 19,5 miliardi, mentre la guidance 2026 punta a circa 25 miliardi di nuovi ordini. Il punto non è celebrare o condannare il profitto della difesa. È riconoscere che, quando gli Stati decidono di riarmarsi, la guerra smette inevitabilmente di essere soltanto politica estera e diventa politica industriale.
La Norvegia ha capito che aiutare Kiev significa anche costruire la filiera del dopo
Anche il caso norvegese merita una correzione rispetto alla narrazione più semplice. La Norvegia non è il maggiore finanziatore assoluto dell’Ucraina, ma ha trasformato la propria enorme capacità fiscale in uno dei programmi di sostegno più aggressivi d’Europa. Per il 2026 Oslo ha stanziato 85 miliardi di corone norvegesi, circa l’1,9% del PIL tendenziale della Norvegia continentale: 70 miliardi alla componente militare e 15 a quella civile. Il programma Nansen raggiunge così 274,5 miliardi di NOK per il periodo 2023-2030. Il dettaglio più significativo è che parte rilevante dei fondi viene destinata direttamente agli acquisti dall’industria militare ucraina e alla cooperazione industriale, con droni, difesa aerea e munizionamento tra le priorità. Non serve quindi immaginare un complotto finanziario: basta leggere i programmi pubblici. Chi investe oggi nell’Ucraina della guerra sta finanziando contemporaneamente la resistenza e una capacità produttiva che domani potrà competere, collaborare e vendere nel mercato europeo della difesa.
Crosetto e Fedorov rendono la scelta di Leonardo anche una questione politica
È qui che torna Mykhailo Fedorov. Quando Crosetto gli ha offerto di lavorare come advisor in Italia, la questione non riguardava soltanto un esperto di droni. Fedorov ha guidato la digitalizzazione dello Stato ucraino, promosso IT Army, Army of Drones e Brave1 ed è diventato uno dei simboli del modello nel quale startup, procurement pubblico e fronte militare dialogano quasi in tempo reale. Oggi Brave1 dichiara oltre 2.500 aziende, più di 5.000 prodotti e centinaia di produttori di UAV, sistemi EW, AI e robotica, mentre l’Ucraina punta a schierare decine di migliaia di sistemi terrestri senza pilota. Fedorov è inoltre diventato un possibile protagonista del futuro politico ucraino dopo la rottura con Zelensky, ma non esiste alcuna designazione come successore se non la propaganda occidentale che sta esercitando pressioni, anche attraverso proteste popolari in loco, dopo 4 anni di non voto nel suo paese. Fedorov è secondo alcune fonti un “ex cybercriminale”: esistono ricostruzioni controverse sul suo passato, ma non emerge una condanna verificabile. L’accusa secondo cui avrebbe “venduto i dati degli ucraini alle multinazionali” è documentata dal forte sostegno occidentale a Diia e perfino il progetto di utilizzare Microsoft Azure per una sua evoluzione. Un progetto che fu bloccato all’epoca e che rese vane le ambizioni di Fedorov che è poi ritornato in auge grazie al conflitto.
L’Ucraina è stata un laboratorio bellico: la vera domanda è chi possiederà ciò che ha imparato
Negare che il conflitto abbia funzionato anche come gigantesco banco di prova tecnologico significa ignorare quattro anni di evoluzione militare. Droni FPV, navigazione sotto jamming, fibra ottica, swarm, robot terrestri, software di targeting, intelligence distribuita e produzione decentralizzata sono stati provati, distrutti, modificati e nuovamente prodotti con cicli che in tempo di pace avrebbero richiesto anni. Questo non significa sostenere che la guerra sia stata combattuta per sperimentare tecnologia, né ridurre la tragedia degli ucraini a una prova industriale. Significa riconoscere una conseguenza inevitabile: chi ha finanziato, prodotto e osservato quella guerra possiede oggi conoscenze che valgono miliardi. È esattamente il punto già posto quando Crosetto ha riportato cyber, droni e multidominio dentro una visione esplicitamente militare della sovranità italiana. Leonardo che apre a Kiev è quindi perfettamente razionale. L’Italia può entrare in contatto con produttori, ingegneri e tecnologie che nessuna esercitazione NATO può replicare integralmente. Il problema comincia nel momento in cui cooperazione industriale e dipendenza diventano indistinguibili. Bisognerà sapere chi possiede il codice, chi accede alla telemetria, dove vengono conservati i dati operativi, quali tecnologie entrano nei programmi nazionali e quali informazioni possono circolare tra imprese italiane, ucraine e alleate. Se l’operazione consentirà a Leonardo di incorporare competenze mantenendo controllo industriale e proprietà intellettuale, Kiev potrà diventare un vantaggio strategico. Se invece l’Italia si limiterà ancora una volta ad acquistare capacità costruite altrove e a chiamarle sovranità, cambierà soltanto il fornitore. La guerra ha già prodotto il suo laboratorio. Adesso comincia la battaglia per capire chi trasformerà quei risultati in industria, potere politico e tecnologia del prossimo decennio.
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