La metafora può sembrare azzardata. Probabilmente lo è soltanto per chi continua a considerare impossibile mettere sullo stesso piano, almeno dal punto di vista del meccanismo di occupazione degli spazi lasciati vuoti, fenomeni apparentemente lontanissimi tra loro. Per decenni in Italia abbiamo utilizzato il concetto di Stato e antistato quasi esclusivamente parlando di criminalità organizzata: lo Stato arretra, non presidia un territorio, non garantisce un servizio, non costruisce una presenza credibile e qualcun altro occupa quello spazio. Naturalmente qui non si sta sostenendo che Google sia un’organizzazione mafiosa in senso giuridico: la formula “Google mafia” viene utilizzata come metafora editoriale di un sistema di potere economico, tecnologico, relazionale e algoritmico capace di entrare negli spazi che le istituzioni pubbliche lasciano progressivamente scoperti. Ed è proprio partendo da questa provocazione che la vicenda di Rai Scuola diventa molto più interessante della semplice chiusura di un canale televisivo seguito da poche persone.
Cosa leggere
Rai Scuola lascia il canale 57 e la Rai sceglie il territorio
Dal 1° ottobre il modello lineare di Rai Scuola viene superato e il canale 57 viene destinato al nuovo progetto dedicato al racconto dell’Italia, dei territori, delle tradizioni e delle eccellenze produttive. La Rai contesta formalmente la parola “chiusura” e sostiene che l’offerta educativa non verrà cancellata, ma trasferita e potenziata attraverso RaiPlay Scuola e Learning, piattaforma destinata a raccogliere produzioni di Rai Cultura, Teche Rai e contenuti tematici on demand. I numeri spiegano almeno una parte della decisione: Rai Scuola registrava uno share medio dello 0,14% nel 2024, dello 0,13% nel 2025 e dello 0,09-0,10% nei primi mesi del 2026. La televisione lineare dedicata alla scuola, insomma, era diventata una televisione di nicchia della nicchia. La stessa Rai ha spiegato ufficialmente il progetto RaiPlay Scuola e Learning e già il Cda aveva approvato il nuovo canale dedicato al territorio nazionale.
Si può anche accettare che un canale con quegli ascolti avesse bisogno di essere ripensato. Il problema è capire come sia stato possibile arrivare a quegli ascolti. Perché Rai Scuola non era una normale rete tematica commerciale. Era un presidio del servizio pubblico che avrebbe dovuto dialogare stabilmente con milioni di studenti, migliaia di istituti, insegnanti e famiglie. Ed è singolare che mentre il Paese discute continuamente di digitalizzazione, competenze STEM, intelligenza artificiale, dispersione scolastica e difficoltà di apprendimento, il servizio pubblico non sia riuscito a trasformare quella rete in uno strumento quotidiano della scuola italiana.
La contraddizione diventa ancora più evidente leggendo il Contratto nazionale di servizio Rai 2023-2028. La Rai non deve semplicemente produrre programmi culturali: tra i propri obiettivi ha il valore formativo ed educativo, l’attrazione del pubblico giovane, l’aumento delle competenze digitali e soprattutto la promozione, anche attraverso accordi con il Ministero dell’Istruzione, di sinergie con il mondo scolastico per sviluppare contenuti digitali funzionali alla didattica. È quindi legittimo domandarsi perché quelle sinergie non abbiano trasformato Rai Scuola in un riferimento sistematico per le classi italiane.
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Dove lo Stato non arriva, gli studenti sono già su YouTube
Il problema è che mentre Rai Scuola rimaneva confinata in uno share prossimo allo zero, la scuola digitale si stava già costruendo altrove. Da anni esistono su YouTube insegnanti, matematici, divulgatori, professori, animatori e creator che producono lezioni di algebra, fisica, storia, lingue, scienze, grammatica, chimica e praticamente qualunque altra materia. Alcuni realizzano semplici spiegazioni davanti a una lavagna, altri investono in grafica, animazioni, montaggio e ricostruzioni tridimensionali. Guadagnano qualcosa quando riescono a monetizzare, ma soprattutto hanno costruito nel tempo archivi che vengono consultati ogni giorno dagli studenti.
Non è neppure necessario sostenere questa tesi sulla base delle impressioni. È YouTube stessa a certificare la propria penetrazione nella scuola italiana. Una ricerca commissionata dalla piattaforma indicava nel 2025 che il 75% degli adolescenti italiani intervistati utilizzava YouTube per imparare qualcosa di nuovo per la scuola. Nel maggio 2026 Google ha rilanciato un altro studio secondo cui il 72% dei genitori considera i video dei creator educativi una risorsa accessibile, il 69% considera quel tempo un momento di apprendimento efficace e l’85% dichiara che i figli trovano contenuti educativi anche attraverso i suggerimenti della piattaforma. Il blog ufficiale di Google presenta apertamente YouTube come alleato dell’apprendimento.
Ed è proprio quell’85% che passa attraverso i suggerimenti a rendere il discorso molto più delicato. Perché un libro scolastico può essere scelto dal docente. Una lezione può essere programmata da un istituto. Un canale pubblico può rispondere a una responsabilità editoriale riconoscibile. Ma quando l’accesso alla conoscenza passa attraverso la raccomandazione automatica, entra nella didattica un nuovo soggetto: l’algoritmo. Matrice Digitale ha già sperimentato direttamente quanto la distribuzione di YouTube possa risultare opaca per chi produce informazione indipendente, arrivando a interrogarsi sul possibile shadow ban applicato ai contenuti giornalistici. La questione scolastica porta quello stesso problema su un livello ancora più sensibile: non soltanto quali notizie vediamo, ma quali spiegazioni imparano i ragazzi.
Geopop Scuola arriva esattamente nel momento giusto
Ed eccoci al passaggio che rende la coincidenza quasi perfetta. Pochissimi giorni dopo l’esplosione della polemica su Rai Scuola, Andrea Moccia annuncia Geopop Scuola. Il progetto, secondo quanto spiegato dallo stesso fondatore, nasce per offrire a studenti e insegnanti i programmi scolastici delle materie scientifiche in formato video Geopop su YouTube. Si inizierà dalle scuole medie e il debutto è previsto tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. Moccia chiarisce immediatamente un punto fondamentale: i video saranno un supporto complementare ai libri e alle lezioni, che restano insostituibili. L’annuncio di Andrea Moccia descrive direttamente impostazione e obiettivi di Geopop Scuola.

Ed è qui che parte la scena quasi comica: la presentazione viene accolta su LinkedIn da una platea entusiasta, con l’effetto tipico di certi ambienti digitali nei quali sembra che una cosa inizi ad esistere soltanto quando viene annunciata dal soggetto giusto. Come se per anni non fossero esistiti insegnanti e creator che caricavano lezioni gratuitamente. Come se migliaia di studenti non avessero già preparato interrogazioni ed esami attraverso YouTube. Come se la divulgazione scolastica online fosse stata inventata quella mattina.
I boomer entusiasti del nuovo giocattolo sembrano improvvisamente scoprire che i ragazzi studiano guardando video. Eppure lo fanno da anni.
Questo non significa che Geopop Scuola sia un progetto sbagliato. Al contrario. Geopop è un progetto editoriale valido, dispone di una macchina produttiva importante, di competenze, riconoscibilità e capacità narrativa difficili da contestare. Il punto non è demolire Andrea Moccia perché ha individuato uno spazio evidente. Sarebbe persino ridicolo. Il punto è capire perché quello spazio sia stato lasciato libero dal servizio pubblico e soprattutto quale soggetto controllerà l’infrastruttura sulla quale il nuovo modello educativo dovrà crescere.
Geopop, Fanpage e The Jackal: la forza di Ciaopeople
C’è poi un elemento industriale che spesso viene dimenticato quando Geopop viene raccontato come la semplice creatura personale nata dalla passione di un geologo napoletano. Il progetto fa parte di Ciaopeople, gruppo editoriale che comprende Fanpage, Geopop, The Jackal e altre realtà digitali. Lo stesso gruppo elenca ufficialmente Geopop, Fanpage e The Jackal tra le proprie proprietà editoriali.
È una struttura che negli anni ha dimostrato di conoscere estremamente bene l’economia delle piattaforme. Fanpage rappresenta il grande presidio informativo, Geopop quello divulgativo, The Jackal la componente più immediatamente riconoscibile sul terreno dell’intrattenimento e del branded content. Dire quindi che Geopop vive isolato sarebbe semplicemente sbagliato: è inserito in un gruppo che conosce il linguaggio di Facebook, Instagram, YouTube e delle piattaforme meglio di gran parte dell’editoria tradizionale italiana.
Ed è proprio questa capacità ad avere consentito a una realtà nata a Napoli di arrivare a Milano, entrare nei grandi circuiti commerciali e costruire una presenza nazionale. Il riconoscimento del lavoro svolto non contraddice la critica. Anzi, la rende più importante.
La Google mafia e i suoi colletti bianchi
Il problema nasce quando il successo naturale del creator incontra il potere della piattaforma. Google e YouTube hanno costruito nel tempo una propria classe di interlocutori privilegiati: creator, esperti, manager, comunicatori, partner e figure pubbliche che vengono portate agli eventi, valorizzate nei casi di successo e trasformate in esempi dell’ecosistema. Sono quelli che, nel lessico volutamente brutale di questo editoriale, possono essere definiti i colletti bianchi della Google mafia: non criminali, naturalmente, ma intermediari reputazionali capaci di rendere socialmente accettabile e persino desiderabile la presenza pervasiva della multinazionale.
Geopop non è estranea a questo circuito pubblico. Andrea Moccia è stato ospite di iniziative YouTube, Geopop ha ricevuto il Creator Award per il milione di iscritti e nel 2026 la stessa Google lo ha inserito tra i creator educativi di riferimento in Italia. A giugno Geopop era inoltre tra i protagonisti della presenza ufficiale di YouTube al Milano Film Fest. Google ha inserito direttamente Geopop nella propria programmazione del Milano Film Fest 2026.
Questo non dimostra l’esistenza di un favore algoritmico, ed è importante non confondere il sospetto editoriale con una prova che oggi non esiste pubblicamente. Dimostra però qualcosa di diverso e già sufficiente: Geopop è un interlocutore riconosciuto dentro l’ecosistema YouTube. E quando la piattaforma che distribuisce i contenuti, misura le performance, vende la pubblicità, finanzia la creator economy e decide le raccomandazioni riconosce alcuni soggetti come esempi virtuosi del proprio sistema, il tema della concorrenza non può essere liquidato con una scrollata di spalle. È lo stesso cortocircuito affrontato nell’analisi sul monopolio invisibile di Google Search e sulla dipendenza degli editori dagli algoritmi.
Quando YouTube entra al Quirinale per spiegare la Costituzione
A rendere ancora più simbolico questo rapporto c’è il passaggio istituzionale. Nel settembre 2025 la Presidenza della Repubblica ha presentato la seconda edizione della “Costituzione in Shorts”, progetto realizzato in collaborazione con YouTube: tra i creator coinvolti c’era Maria Bosco di Geopop. Il Quirinale documenta direttamente la collaborazione con YouTube e la partecipazione di Geopop. Nel giugno 2026 Geopop ha poi incontrato nuovamente Sergio Mattarella al Quirinale per una conversazione sull’articolo 1 e sul significato costituzionale del lavoro.
Ed ecco il paradosso. Una multinazionale americana diventa infrastruttura attraverso cui raccontare la Costituzione italiana alle nuove generazioni, mentre il sistema pubblico arretra nella costruzione di un proprio presidio educativo lineare. Non serve immaginare complotti. Basta guardare l’architettura.
Poi esiste il tema fiscale, che è persino più antico del dibattito sui creator. Le grandi multinazionali digitali sono da anni al centro del confronto europeo sull’elusione fiscale, sulla localizzazione dei profitti e sulla distanza tra fatturato generato nei singoli mercati e imposte effettivamente riconducibili a quei mercati. Non occorre trasformare una controversia fiscale in un’imputazione penale per cogliere l’ironia politica: lo Stato celebra la Costituzione insieme alle infrastrutture di una società globale mentre continua a interrogarsi su come tassare efficacemente proprio quel genere di società. Il contrasto tra responsabilità pubblica e potere delle piattaforme è lo stesso che emerge quando Google si comporta da editore attraverso YouTube ma rivendica le protezioni dell’intermediario tecnologico.
Geopop Scuola è un buon progetto. Ed è proprio questo il problema
Lo scrivente non può neppure liquidare il progetto di Andrea Moccia come una sciocchezza, perché negli anni del Covid ha sostenuto apertamente la necessità di utilizzare strumenti digitali e modelli didattici capaci di affiancare la lezione tradizionale. Il riferimento alla flipped classroom, anche guardando alle esperienze scandinave, nasceva proprio dalla convinzione che video, contenuti interattivi e materiali digitali potessero offrire un valore aggiunto nella preparazione degli studenti.
Allo stesso tempo, gli anni successivi hanno mostrato i limiti degli estremismi digitali. Diversi sistemi educativi stanno riscoprendo carta, scrittura manuale, concentrazione e valore del libro. E Andrea Moccia è abbastanza furbo da chiarirlo subito: Geopop Scuola non sostituirà libri e insegnanti. Li affiancherà.
È probabilmente la scelta corretta.
Ma proprio perché il progetto può essere molto buono, bisogna chiedersi perché dovrebbe diventare più forte di decine di altri canali educativi già esistenti. Per capacità produttiva? Sicuramente. Per competenza? Anche. Per forza editoriale di Ciaopeople? Certamente. Ma esiste poi un quarto elemento: opererà all’interno della piattaforma che già lo identifica pubblicamente come uno dei propri casi educativi di successo.
Il vero nodo non è Geopop ma chi controlla la distribuzione
La domanda non è quindi se Google ordinerà al proprio algoritmo di favorire Geopop Scuola. Non esiste oggi una prova pubblica che consenta di sostenerlo. La questione è più strutturale: può il proprietario della piattaforma essere contemporaneamente arbitro della distribuzione, venditore della pubblicità, promotore della creator economy e soggetto che individua pubblicamente i creator modello del settore educativo?
Per gli altri insegnanti e divulgatori cambia tutto. Hanno costruito per anni contenuti, community e cataloghi didattici, ma il loro accesso agli studenti dipende da un sistema di raccomandazione che non controllano. La vicenda del Content ID che riuscì persino a oscurare il video originale di Nvidia dopo una rivendicazione collegata a La7 ha già mostrato quanto potere possa concentrare un’infrastruttura automatizzata sulla circolazione dei contenuti.
Con la scuola la posta in gioco è molto più alta.
Google è già dentro le scuole italiane
E infatti YouTube rappresenta soltanto una parte del problema. Google è già infrastruttura scolastica attraverso Google Workspace for Education, Classroom, Drive, Documenti, Meet, Gmail e gli altri servizi utilizzati da numerosi istituti. La stessa documentazione Google distingue tra servizi principali e servizi aggiuntivi, come YouTube, e disciplina specificamente l’utilizzo da parte degli studenti minorenni. L’informativa Google Workspace for Education descrive direttamente raccolta e trattamento dei dati degli studenti.
Qui però bisogna evitare una semplificazione: sostenere che Google “profila i minorenni nelle scuole” nello stesso modo in cui profila un normale utente pubblicitario non descriverebbe correttamente il sistema dichiarato dall’azienda. Google afferma che nei servizi principali di Workspace for Education non vengono mostrati annunci personalizzati agli studenti delle scuole primarie e secondarie. Ciò non cancella il problema politico. Lo sposta.
Il problema diventa: quanta infrastruttura educativa di uno Stato può essere affidata a un unico soggetto tecnologico straniero? Chi decide strumenti, account, archiviazione, interfacce, intelligenza artificiale e modalità attraverso cui gli studenti imparano a lavorare digitalmente?
Il Garante Privacy ricorda infatti che le scuole restano titolari del trattamento e che i servizi attivati devono essere coerenti con le finalità didattiche, con particolare cautela quando sono coinvolti minori. Le indicazioni del Garante sulla scuola richiamano esplicitamente i rischi per la vita privata degli studenti. Qui torna la questione della sovranità digitale applicata alla formazione, lo stesso problema che emerge quando alfabetizzazione tecnologica e infrastrutture vengono affidate agli attori che hanno interesse economico a diventare indispensabili, come già osservato nell’analisi sulla dipendenza pedagogica dalle Big Tech nella formazione italiana.
YouTube può fare televisione senza diventare televisione?
Il passaggio successivo riguarda la concorrenza.
Rai, Mediaset e La7 devono sostenere strutture, redazioni, concessioni, responsabilità editoriali, normative pubblicitarie, vincoli sulla tutela dei minori e obblighi specifici. YouTube compete ormai direttamente per lo stesso tempo di visione, gli stessi investimenti pubblicitari, gli stessi talenti, gli stessi format e progressivamente anche per la stessa funzione educativa.
Eppure continua a essere qualcosa di differente da un’emittente televisiva tradizionale.
La Corte di giustizia dell’Unione europea ha già incrinato questa rappresentazione quando ha affrontato il ruolo di YouTube nei rapporti commerciali con i creator: quando la piattaforma conosce un canale, ne valuta i contenuti, decide se ammetterlo alla monetizzazione e condivide i ricavi, la sua posizione non può essere considerata automaticamente quella di un semplice magazzino neutrale. È esattamente il nodo affrontato nell’approfondimento su Google che fa l’editore quando incassa e invoca la neutralità quando arrivano le responsabilità.
Il rischio della scuola algoritmica
A questo punto lo scenario da evitare è chiaro. Non bisogna immaginare un omino di Google che ogni mattina abbassa manualmente la visibilità degli insegnanti indipendenti per aumentare quella di Geopop. Sarebbe una caricatura.
Il rischio reale è più moderno: una pulizia algoritmica prodotta dalla stessa logica della piattaforma, nella quale i soggetti con migliore produzione, maggiore capacità di trattenere gli utenti, rapporti commerciali più maturi, accesso anticipato alle funzioni, struttura pubblicitaria e riconoscimento istituzionale finiscono inevitabilmente per essere avvantaggiati rispetto al professore che da dieci anni registra lezioni dalla propria cameretta.
Non occorre una congiura.
Basta un algoritmo perfettamente coerente con il modello economico che lo ha prodotto.
Mediaset guarda Temptation Island mentre YouTube costruisce la scuola
Ed ecco perché questa vicenda dovrebbe preoccupare anche Mediaset. Una televisione commerciale che continua ad ancorarsi con enorme successo a Temptation Island, reality, intrattenimento e prodotti come La ruota della fortuna può anche continuare a macinare ascolti oggi. Ma dovrebbe chiedersi quale spazio occuperà tra dieci anni quando la generazione cresciuta con YouTube considererà naturale cercare sulla piattaforma non soltanto musica e intrattenimento, ma informazione, politica, cinema, divulgazione e perfino scuola.
Non è una questione moralistica sui programmi “alti” o “bassi”. È una questione industriale.
Se YouTube prende i creator, l’intrattenimento, la pubblicità, l’informazione e adesso anche una parte crescente dell’educazione, cosa resterà alle televisioni italiane oltre ai grandi eventi e a un pubblico progressivamente più anziano?
Il paradosso politico è ancora più interessante perché il governo mantiene al centro delle politiche sull’informazione Alberto Barachini, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria ed ex dirigente e giornalista Mediaset. È la biografia ufficiale della Presidenza del Consiglio a ricordarne il lungo percorso nel gruppo.
Eppure l’editoria italiana, soprattutto quella indipendente, continua a confrontarsi con un mercato nel quale una quota enorme della distribuzione, della pubblicità e della scoperta dei contenuti passa attraverso infrastrutture straniere. Matrice Digitale potrebbe anche limitarsi a farsi grosse risate osservando i vecchi gruppi editoriali scoprire oggi un problema che per gli indipendenti esiste da anni. Invece c’è poco da ridere.
Perché l’unificazione della narrazione tecnologica, informativa e progressivamente educativa nelle mani di pochi gatekeeper globali dovrebbe preoccupare tutti, non soltanto chi viene penalizzato oggi.
Stato e antistato: il paragone è davvero così assurdo?
Ed eccoci nuovamente alla metafora iniziale.
Quando lo Stato non controlla un territorio, qualcun altro entra.
Quando lo Stato non offre credito, qualcun altro presta denaro.
Quando lo Stato non offre protezione, qualcun altro costruisce protezione.
La storia italiana conosce fin troppo bene questa dinamica nella sua versione criminale.
Oggi la domanda è se la stessa struttura logica possa essere utilizzata, senza alcuna equivalenza penale, per descrivere il rapporto tra istituzioni pubbliche e piattaforme tecnologiche. Lo Stato non costruisce una grande piattaforma nazionale dell’educazione digitale? Arriva Google. Rai Scuola non diventa il riferimento quotidiano degli studenti? Arriva YouTube. Le istituzioni non costruiscono una filiera autonoma di contenuti didattici? Arrivano i creator. L’editoria nazionale perde distribuzione? Google offre Discover, News, Search e YouTube.
Ogni singolo servizio può essere eccellente.
Il problema è chi possiede il sistema intero.
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Almeno la Google mafia della scuola parla napoletano
Resta infine un dettaglio che Matrice Digitale, portale fieramente napoletano, non può ignorare. Se proprio questa storia deve finire con YouTube che entra ancora più profondamente nella scuola italiana, almeno bisogna riconoscere da dove arriva una parte consistente dei protagonisti. Andrea Moccia è napoletano, Ciaopeople nasce a Napoli e The Jackal hanno costruito dalla stessa città una delle esperienze più riuscite della creator economy italiana.
In una storia torbida nella quale istituzioni, multinazionali, editori, piattaforme e algoritmi finiscono continuamente per sovrapporsi, almeno un merito può essere assegnato senza esitazioni: se la scuola entrerà nelle case degli studenti attraverso gli ambasciatori del sistema YouTube e della Google mafia, una parte importante di quegli ambasciatori viene da Napoli.
E forse è proprio questa la fotografia più surreale dell’intera vicenda.
La Rai spegne il modello lineare di Rai Scuola perché gli studenti non lo guardano più. Google spiega che gli studenti sono già su YouTube. Geopop annuncia una scuola costruita precisamente per YouTube. Le istituzioni celebrano i creator. E il servizio pubblico, invece di avere occupato quello spazio per primo, arriva alla conclusione più semplice possibile:
bisogna andare dove sono gli studenti.
Il problema è che, quando finalmente se ne è accorto, Google era già lì da anni.
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