🐧 Novità principali
- Il Parlamento californiano approva l’esenzione per software open source dal Digital Age Assurance Act; manca ancora la firma del governatore Gavin Newsom.
- GPL, MIT, BSD e Apache rientrano nella nuova definizione, liberando dalla misura distribuzioni come Debian, Fedora, Ubuntu e Arch Linux.
- In Italia Refund4Freedom fornisce moduli e procedure per chiedere il rimborso della licenza Windows preinstallata quando l’EULA viene rifiutata.
Software libero e sistemi proprietari tornano al centro di due battaglie che riguardano il controllo effettivo del computer acquistato dall’utente. In California il Parlamento ha approvato una modifica al Digital Age Assurance Act che esclude dalla futura verifica dell’età i sistemi operativi e le applicazioni distribuiti con licenze che consentono copia, redistribuzione e modifica del codice, salvando di fatto gran parte dell’ecosistema Linux e BSD. In Italia, invece, Italian Linux Society e Free Software Foundation Europe rilanciano Refund4Freedom, il progetto che aiuta gli acquirenti a chiedere il rimborso della licenza Windows preinstallata non accettata. Sono due vicende differenti ma accomunate dallo stesso principio già centrale nella storia dei 35 anni di Linux: il controllo del software deve restare separabile dal controllo dell’hardware.
Cosa leggere
La California corregge la legge sulla verifica dell’età prima dell’entrata in vigore
Il nodo nasce dal Digital Age Assurance Act, approvato nel 2025 e destinato a entrare in vigore il 1° gennaio 2027. La normativa sposta parte della verifica dell’età verso il sistema operativo: durante la configurazione del dispositivo viene definita una fascia anagrafica, che può successivamente essere trasmessa alle applicazioni interessate attraverso un segnale dedicato. Una prima formulazione molto ampia della legge rischiava però di considerare “operating system provider” anche sviluppatori e distributori di sistemi Linux, imponendo obblighi difficili da applicare a progetti decentralizzati e liberamente modificabili. La revisione contenuta in AB 1856 corregge proprio questo punto e ha superato entrambe le camere del Parlamento californiano, ma al momento resta necessaria la firma del governatore Gavin Newsom prima che il testo diventi legge. La distinzione tra piattaforme centralizzate e software comunitario riflette la stessa differenza strutturale che separa distribuzioni Linux costruite intorno a libertà, fork e controllo locale dai sistemi operativi governati da un singolo vendor.
GPL, MIT, BSD e Apache escono dal perimetro degli obblighi
Il testo approvato ridefinisce il concetto di provider escludendo chi distribuisce sistemi operativi o applicazioni con licenze che consentono al destinatario di copiare, redistribuire e modificare il software. Il criterio copre direttamente modelli di licenza come GPL, MIT, BSD e Apache, quindi distribuzioni quali Debian, Fedora, Ubuntu, Arch Linux e diversi sistemi BSD non dovrebbero essere soggetti all’obbligo di raccogliere l’età durante il setup. Non è un’esenzione nominale concessa a Linux, ma una distinzione costruita sulla natura giuridica e tecnica della distribuzione del codice. Il principio valorizza precisamente le caratteristiche che distinguono il kernel GNU Linux-libre e i progetti che eliminano componenti proprietari per mantenere una catena software completamente modificabile. Un progetto che può essere forkato e ridistribuito da chiunque non dispone infatti necessariamente di un’entità centrale capace di verificare identità, età o account degli utenti finali.
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Anche package manager e componenti software ricevono maggiore protezione
La modifica non si limita ai sistemi operativi. Vengono esclusi dalla definizione di applicazione anche determinati componenti che non vengono offerti ai consumatori come applicazioni eseguibili standalone attraverso un app store coperto dalla legge. È una precisazione importante per repository e package manager, perché librerie e dipendenze distribuite attraverso strumenti come apt, dnf o pacman non funzionano secondo il modello centralizzato degli store mobile. Costringere ogni pacchetto a gestire un segnale sull’età avrebbe creato un problema tecnico quasi insolubile in ecosistemi composti da migliaia di maintainers indipendenti. La questione mostra quanto le normative costruite intorno ad Apple App Store e Google Play possano funzionare male quando vengono applicate a infrastrutture più modulari, come dimostra la varietà di installer, repository e sistemi di aggiornamento utilizzati dalle distribuzioni Linux contemporanee.
SteamOS resta il caso più ambiguo
SteamOS rappresenta invece un caso meno netto. La base del sistema deriva da Arch Linux e una parte significativa dello stack è open source, ma Valve distribuisce contemporaneamente il client Steam proprietario e un ecosistema commerciale centralizzato. Questo rende più difficile stabilire se l’intera piattaforma possa beneficiare automaticamente dell’esenzione prevista per software liberamente copiabile e modificabile. Il problema mostra che la distinzione tra open source e piattaforma proprietaria può diventare molto meno semplice quando un sistema combina kernel Linux, componenti comunitari, servizi cloud e marketplace chiusi. È lo stesso tipo di convergenza già visibile nei sistemi da gaming dove Linux può eseguire software Windows attraverso Proton, Wine e ambienti virtualizzati senza rinunciare alla propria architettura aperta. La versione finale della normativa e la sua applicazione concreta dovranno quindi chiarire dove venga collocato il confine.
In Italia torna la battaglia contro la licenza Windows preinstallata
Sul fronte europeo il tema non è la verifica dell’età, ma il bundling di Windows sui PC nuovi. Italian Linux Society e Free Software Foundation Europe hanno costruito Refund4Freedom per guidare gli utenti che acquistano un computer con Windows preinstallato ma non intendono accettare né utilizzare la licenza. Il sito fornisce procedure, moduli e materiale documentale da inviare ai produttori. La campagna parte da una questione storica per gli utenti Linux: gran parte del mercato consumer vende notebook configurati con Windows anche quando tecnicamente lo stesso hardware potrebbe funzionare con sistemi alternativi. La crescita della compatibilità hardware Linux, visibile anche nel supporto ormai molto ampio garantito dai kernel recenti a GPU, storage, networking e notebook moderni, rende oggi questa scelta meno marginale rispetto al passato.
Microsoft stessa rimanda al produttore per le procedure di rimborso
Il principio non deriva soltanto dalle associazioni del software libero. Nelle condizioni delle licenze OEM Microsoft è previsto che chi cerchi un rimborso per software preinstallato su un dispositivo debba rivolgersi al produttore o all’installatore, seguendone le procedure specifiche. Microsoft chiarisce inoltre che tali politiche possono arrivare a richiedere la restituzione del software insieme all’intero dispositivo. La battaglia di Refund4Freedom riguarda proprio questo passaggio: ottenere procedure semplici, trasparenti e proporzionate senza trasformare il rimborso di una licenza in un percorso economicamente sconveniente. La relazione tra OEM e Windows resta infatti centrale nel modello commerciale Microsoft, anche se l’azienda oggi convive apertamente con Linux dentro Windows attraverso WSL e con una crescente interoperabilità tra i due ecosistemi. Dal punto di vista contrattuale, però, la licenza preinstallata continua a essere un prodotto distinto dall’hardware.
Refund4Freedom consiglia di non cancellare Windows prima di documentare il rifiuto
La procedura suggerita da Refund4Freedom parte dal primo avvio del computer. L’utente dovrebbe fotografare o registrare le schermate della EULA e documentare la clausola relativa alla mancata accettazione. Il progetto raccomanda, quando possibile, di non formattare immediatamente l’unità di storage, perché conservare lo stato originale del dispositivo può diventare utile in una successiva contestazione. Il secondo passaggio consiste nel contattare il produttore, preferibilmente attraverso mezzi che lascino traccia scritta come email, PEC o chat, conservando tutta la corrispondenza. Solo in caso di risposta negativa viene proposta una diffida formale già predisposta. È una procedura particolarmente rilevante per chi acquista un PC con l’intenzione di installare immediatamente una distribuzione Linux, soprattutto ora che le moderne distribuzioni rolling e desktop possono sostituire Windows senza sacrificare supporto grafico, gaming o hardware recente.
I rimborsi documentati non valgono automaticamente 175 dollari
Il titolo circolato negli Stati Uniti parla di possibili rimborsi fino a circa 175 dollari, ma il dato richiede contestualizzazione. Refund4Freedom documenta in Italia casi nei quali utenti hanno ottenuto 42 euro da Lenovo, 47 euro da Lenovo, 51 euro da Dell e 61 euro per Windows 10 Home e Office 365 in un procedimento contro HP. Importi più elevati possono includere spese legali o altre componenti e non rappresentano quindi il valore standard della sola licenza Windows 11. Non esiste inoltre una cifra unica perché prezzo OEM, modello del PC, produttore e percorso seguito cambiano da caso a caso. La questione è significativa anche economicamente perché il mercato PC resta fortemente condizionato dalla vendita combinata di hardware e sistema operativo, nonostante Linux abbia ormai raggiunto una maturità tale da rappresentare un’alternativa concreta anche sui desktop moderni.
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Due battaglie differenti riportano al centro la neutralità del dispositivo
California e Refund4Freedom affrontano problemi giuridicamente differenti, ma convergono sulla stessa domanda: chi controlla realmente un computer general purpose dopo l’acquisto? L’esenzione californiana riconosce implicitamente che un sistema liberamente copiabile e modificabile non può essere regolato come una piattaforma centralizzata che possiede store, account e infrastruttura identitaria. La campagna italiana sostiene invece che acquistare l’hardware non dovrebbe obbligare automaticamente il consumatore a pagare per un sistema operativo che rifiuta di utilizzare. È una distinzione che accompagna Linux fin dalla sua origine e continua a rappresentare uno dei principali elementi di differenziazione rispetto agli ecosistemi proprietari, come dimostra l’evoluzione del software libero da alternativa di nicchia a infrastruttura utilizzata da cloud, server, dispositivi embedded e sistemi consumer. Nel 2026 la libertà del software non è quindi soltanto una questione ideologica: sta diventando un problema concreto di regolamentazione, contratti e diritti del consumatore.
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