Robot al posto dei lavoratori: chi pagherà le tasse quando l’uomo non servirà più?

I robot hanno ancora bisogno di tempo prima di poter sostituire gli esseri umani su larga scala, soprattutto nei lavori che richiedono capacità di adattamento, manualità complessa, decisione, relazione e gestione dell’imprevisto. La fotografia più recente della robotica umanoide cinese dimostra proprio questo: le macchine sanno correre, ballare, eseguire dimostrazioni spettacolari e iniziano a entrare nelle fabbriche, ma siamo ancora lontani dal robot universale capace di prendere il posto di un operaio in qualsiasi ambiente. Questo però non significa che il problema non esista. Significa semplicemente che sta iniziando adesso. La robotica industriale lavora già da decenni accanto all’uomo e l’avanzata degli umanoidi aggiunge progressivamente alla macchina braccia, gambe, visione artificiale, modelli linguistici e capacità di interagire con il mondo reale. È il passaggio che trasforma l’intelligenza artificiale da software in capitale fisico capace di lavorare, scenario già evidente nell’espansione dei robot umanoidi cinesi verso la produzione di massa. Il problema nasce quando quel robot smette di essere una dimostrazione tecnologica e viene comprato da un’azienda perché costa meno di una persona nell’intero ciclo di vita produttivo. Il lavoratore ha uno stipendio, ferie, malattie, turni, contributi, formazione, sicurezza, assicurazioni e inevitabilmente limiti biologici. La macchina ha un costo iniziale, manutenzione, energia, aggiornamenti e ammortamento, ma può teoricamente lavorare ventiquattro ore al giorno con pause minime e con prestazioni sempre più prevedibili. È questo il punto nel quale la trasformazione del lavoro prodotta dall’intelligenza artificiale smette di riguardare soltanto programmatori, traduttori, grafici o operatori di call center e raggiunge il lavoro fisico. Quando AI e robotica convergono, l’automazione non suggerisce più all’essere umano come lavorare: può iniziare a lavorare al posto suo. Ed è precisamente a quel punto che ritorna una vecchia idea: se un robot prende il posto di una persona, qualcuno dovrà pagare le tasse che prima pagava quella persona. Bill Gates l’aveva proposta pubblicamente già nel 2017 e il tema era diventato anche parte del dibattito italiano, rilanciato negli anni nell’area di Beppe Grillo. Il blog di Grillo tornava nel 2018 sulla necessità di discutere una tassa sui robot e nel 2023 pubblicava esplicitamente un intervento intitolato “Tassare i robot o perdere il lavoro”. Ma la questione è tornata di straordinaria attualità perché Gates, il 26 agosto 2026, l’ha riproposta con ancora maggiore chiarezza: nel suo nuovo intervento sull’era turbolenta dell’AI sostiene che robot e token di intelligenza artificiale dovrebbero contribuire fiscalmente quando sostituiscono lavoro umano. Nel suo intervento ufficiale Gates parte proprio dalla perdita di imposte sul reddito e contributi.

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Bill Gates rispolvera la tassa sui robot perché il lavoratore non è soltanto lavoro

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Il ragionamento di Gates è molto meno fantasioso di quanto potesse sembrare nel 2017. Un lavoratore non rappresenta soltanto un costo aziendale. È contemporaneamente produttore, consumatore e contribuente. Negli Stati Uniti un dipendente versa imposte sul reddito e contribuisce a Social Security e Medicare; una parte dei contributi viene versata anche dal datore di lavoro. Nel 2026 la Social Security applica il 6,2% al lavoratore e un altro 6,2% all’impresa, mentre Medicare prevede l’1,45% per ciascuna delle due parti. Un dipendente genera quindi automaticamente una catena fiscale che alimenta il sistema pubblico. La macchina no. Gates individua esattamente questa asimmetria: assumere una persona produce payroll taxes; comprare una macchina significa invece acquistare un bene produttivo che il sistema fiscale può consentire di ammortizzare o dedurre. Nel momento in cui il lavoro umano viene progressivamente subordinato all’automazione, il problema smette di essere filosofico e diventa ragioneria dello Stato. La questione è quindi semplice: se un lavoratore da 50.000 dollari viene sostituito da una macchina, perché il gettito fiscale generato da quel posto dovrebbe semplicemente scomparire? Gates utilizza da anni proprio questo esempio. Non propone di mettere un codice fiscale al robot e mandargli il modello 730 a casa. Propone di riequilibrare fiscalmente capitale e lavoro, facendo pagare a chi ottiene produttività attraverso l’automazione una parte del costo sociale della sostituzione. Il gettito potrebbe finanziare riqualificazione, protezione sociale e nuove attività riservate agli esseri umani. È una questione destinata ad accompagnare anche l’Europa, dove l’AI Act disciplina già gli impieghi più delicati dell’intelligenza artificiale nel lavoro ma non risolve il problema fiscale della sostituzione del capitale umano.

Il paradosso americano: fiscalmente conviene comprare la macchina

Gates lo dice senza troppi giri di parole: il sistema fiscale può spingere l’impresa verso la macchina. Se assumere una persona significa sostenere salario, contributi e costi accessori, mentre un investimento in automazione genera ammortamenti, deduzioni e soprattutto produttività crescente, il management non deve necessariamente odiare gli esseri umani per licenziarli. Gli basta guardare un foglio Excel. È lo stesso meccanismo economico che spinge l’AI fuori dallo schermo e dentro robot e sistemi fisici: quando il costo per unità prodotta scende abbastanza, il passaggio diventa razionale.

Amazon ha già un milione di robot

E per capire quanto il problema sia concreto basta guardare Amazon. L’azienda ha annunciato nel giugno 2025 di avere superato un milione di robot distribuiti nella propria rete operativa, una delle più grandi flotte robotiche industriali esistenti. Non si parla di prototipi portati sul palco di una conferenza. Si parla di macchine che spostano scaffali e prodotti, movimentano merci, aiutano nella selezione degli articoli e trasformano concretamente i centri logistici. Amazon ha inoltre sviluppato DeepFleet, modello AI destinato a coordinare i movimenti della flotta e che, secondo l’azienda, può aumentare del 10% l’efficienza degli spostamenti. La stessa direzione conduce verso fabbriche e centri logistici nei quali Nvidia sta portando l’Agentic AI direttamente dentro sistemi autonomi e robot industriali. Amazon sostiene, correttamente dal proprio punto di vista, che la robotica non abbia finora significato una semplice eliminazione del lavoro umano e ricorda di avere creato nuove professionalità e formato centinaia di migliaia di dipendenti. Ma sarebbe ingenuo fermarsi alla fotografia attuale. Andy Jassy ha scritto agli azionisti che la robotica rappresenta un cambiamento di livello nella capacità di ridurre costi, aumentare velocità e automatizzare movimenti svolti oggi dalle persone, aggiungendo che Amazon considera ancora iniziale il proprio sfruttamento della tecnologia. Il punto industriale non è quindi stabilire se domani mattina Amazon licenzierà un milione di persone. È capire perché un’impresa investa miliardi in automazione: per aumentare la produttività e diminuire progressivamente il costo unitario della produzione e della logistica. La crescita di realtà che puntano ad automatizzare persino la costruzione dei data center, come racconta il progetto SoftBank Roze per la robotizzazione delle infrastrutture AI, dimostra quanto estesa possa diventare questa trasformazione.

Il capitale sopporta il costo iniziale perché compra produttività futura

Un robot industriale può richiedere investimenti iniziali importanti e non esiste un documento pubblico Amazon che confermi una regola universale dei “tre o quattro anni in perdita” prima del guadagno. Ma la logica economica indicata è corretta: si sostiene oggi un costo fisso elevato per ottenere domani maggiore efficienza operativa e riduzione dei costi variabili. Nei propri documenti depositati alla SEC, Amazon dichiara apertamente di cercare una diminuzione del costo variabile per unità e un miglioramento continuo dell’efficienza della propria rete di fulfillment. Nel secondo trimestre 2026 continuava a investire nella rete logistica mentre le efficienze operative compensavano parte dei costi. È l’economia classica dell’automazione applicata a una scala gigantesca, la stessa che sta trasformando l’intelligenza artificiale fisica in una vera infrastruttura produttiva.

La Cina corre ancora più velocemente

Poi c’è la Cina. E qui i numeri cambiano completamente l’ordine di grandezza del discorso. Secondo l’International Federation of Robotics, nel 2024 sono stati installati nel mondo circa 542.000 nuovi robot industriali. Ben 295.000 sono finiti in Cina: il 54% dell’intero mercato mondiale in un solo Paese. Lo stock operativo cinese ha superato i due milioni di robot e Pechino ha inserito la robotica al centro del quindicesimo Piano quinquennale 2026-2030. Non è quindi soltanto un mercato che compra automazione. È uno Stato che considera robotica ed embodied AI infrastrutture strategiche della propria crescita industriale. La Cina ha già dimostrato di saper trasformare i prototipi umanoidi in una filiera industriale e il passaggio successivo è portarli nelle fabbriche su scala crescente. Questo rende la questione occupazionale ancora più delicata. Non perché un miliardo di cinesi verrà sostituito dai robot, affermazione che nessuno può seriamente sostenere, ma perché parliamo di un Paese con oltre un miliardo di abitanti, una gigantesca base manifatturiera e un sistema politico-industriale capace di accelerare molto più rapidamente dell’Occidente quando individua una tecnologia strategica. La crescita contemporanea di Unitree, Agibot, Ubtech e delle altre società cinesi dimostra che il robot umanoide non è più soltanto un esercizio da laboratorio. Anche le vulnerabilità scoperte su Unitree G1 EDU, capaci di consegnare accesso root alla macchina, ricordano quanto rapidamente questi sistemi stiano assumendo tutte le caratteristiche di computer aziendali con braccia e gambe.

Xiaomi dimostra come sarà la fabbrica

Xiaomi offre forse l’esempio più chiaro del modello verso cui si sta andando. Nel luglio 2024 il gruppo ha inaugurato a Pechino la nuova Xiaomi Smart Factory, investimento da 2,4 miliardi di yuan e capacità teorica di dieci milioni di smartphone flagship l’anno. Nella propria relazione semestrale Xiaomi dichiara di avere raggiunto il 100% di automazione dei processi chiave e il 100% di digitalizzazione della produzione industriale. Anche Xiaomi EV applica lo stesso modello: HyperCasting, stampaggio, assemblaggio della carrozzeria, verniciatura e processi decisivi vengono descritti dall’azienda come altamente automatizzati, con una capacità produttiva che arriva a un SU7 ogni 76 secondi. L’integrazione tra smartphone, automobili, chip e robotica già emerge nella strategia con cui Xiaomi prepara hardware proprietario destinato anche ai sistemi robotici. Non è necessario raccontare la Smart Factory come una struttura nella quale nessun essere umano mette mai piede. Sarebbe una semplificazione. È molto più significativo ciò che Xiaomi stessa certifica: i processi industriali centrali possono raggiungere livelli di automazione quasi completa e il software può coordinare produzione, controllo qualità, scheduling e diagnostica. Questo significa che una fabbrica capace di produrre più beni può farlo con un rapporto tra quantità prodotta e lavoro umano radicalmente differente rispetto alle generazioni precedenti. La sfida tra Cina e Stati Uniti sulla supremazia nell’intelligenza artificiale e nella capacità industriale non si giocherà quindi soltanto sui benchmark dei modelli, ma sul numero di macchine che quei modelli riusciranno a controllare nel mondo reale.

Il lavoratore americano paga anche il sistema che lo protegge

Negli Stati Uniti questa trasformazione contiene un ulteriore elemento esplosivo perché il posto di lavoro è intrecciato profondamente con il sistema sanitario. Secondo il Census Bureau, nel 2024 l’assicurazione collegata all’occupazione era la forma di copertura sanitaria più diffusa nel Paese, raggiungendo il 53,8% della popolazione almeno per una parte dell’anno. Il Bureau of Labor Statistics rilevava nel marzo 2025 che il 72% dei lavoratori dell’industria privata aveva accesso a un piano sanitario attraverso il lavoro. Il dipendente americano non perde quindi necessariamente soltanto lo stipendio quando viene espulso dalla produzione: può perdere o dover riorganizzare anche una componente fondamentale della propria copertura sanitaria. È uno dei motivi per cui la robotizzazione non può essere analizzata soltanto attraverso il parametro della produttività. Qui si vede il cortocircuito di un sistema iperprivatizzato. L’impresa automatizza perché aumenta l’efficienza. Il mercato premia l’impresa perché aumentano margini e produttività. Ma se l’automazione riduce strutturalmente l’occupazione, lo Stato può perdere una parte del gettito sul lavoro proprio mentre aumenta il numero delle persone che potrebbero avere bisogno di formazione, assistenza, sostegni al reddito o nuove forme di copertura sociale. Gates lo dice esplicitamente: i governi rischiano di incassare meno imposte esattamente nel momento in cui la transizione tecnologica richiederà maggiori risorse pubbliche. È la contraddizione fondamentale di un capitalismo digitale nel quale la concentrazione economica delle grandi piattaforme ha già dimostrato di poter modificare interi mercati.

Chi sostituirà fiscalmente l’essere umano?

Ed eccoci al punto vero. Il lavoratore paga le tasse perché produce reddito. Il datore di lavoro versa contributi perché impiega quel lavoratore. Il lavoratore consuma perché riceve uno stipendio. Attraverso consumi, imposte e contributi finanzia una parte dello Stato che gli restituisce strade, scuole, pensioni, sanità, sicurezza e servizi. Se una macchina assorbe progressivamente quella funzione produttiva, il valore economico non scompare. Anzi, potenzialmente cresce. Ma cambia il luogo nel quale viene accumulato: dal reddito distribuito a migliaia di lavoratori al capitale posseduto dall’impresa. È esattamente lo stesso problema di concentrazione già osservato quando AI, cloud e infrastrutture digitali trasformano servizi distribuiti in dipendenza da pochi operatori. Ed è qui che il discorso sulle tasse diventa molto più scomodo. Perché per decenni gli Stati hanno costruito sistemi fiscali nei quali il lavoro è estremamente semplice da tassare. Il dipendente è registrato, lo stipendio è conosciuto, la ritenuta viene effettuata automaticamente e i contributi viaggiano insieme alla busta paga. Il capitale globale è invece molto più mobile. Profitti, proprietà intellettuale, holding, servizi, licenze e strutture societarie possono attraversare giurisdizioni differenti. Prima ancora di discutere su quanto tassare un robot bisogna quindi chiedersi chi possiederà quel robot e dove verrà tassato il profitto generato dalla sua attività. È un interrogativo particolarmente rilevante in una società nella quale le Big Tech hanno già conquistato quote dominanti di interi mercati digitali italiani.

Dalla concorrenza al monopolio, adesso arriva l’automazione

Ed è impossibile non vedere l’ironia. Le grandi multinazionali tecnologiche hanno conquistato mercati nazionali competendo con aziende locali, comprimendo prezzi, sfruttando scala globale, proprietà intellettuale, dati e infrastrutture. Molte imprese tradizionali non sono riuscite a sopravvivere a questa competizione. In numerosi settori si è passati da una fase di concorrenza estrema a mercati dominati da pochi gatekeeper globali. L’economia digitale italiana mostra ormai una concentrazione enorme nelle mani di Alphabet, Meta, Amazon e degli altri grandi operatori. Ora quegli stessi ecosistemi stanno finanziando l’intelligenza artificiale e la robotica destinate ad aumentare ulteriormente la produttività. Ed è qui che torna la provocazione dell’1%. Non serve trasformarla in un’aliquota universale che tutte le multinazionali avrebbero effettivamente pagato, perché non sarebbe tecnicamente corretto: aliquote nominali, imposte effettive, fatturati nazionali e utili imponibili sono grandezze differenti. Il punto politico resta però intatto. Se gli Stati hanno già avuto enormi difficoltà nel tassare efficacemente una parte del valore prodotto dall’economia digitale globale, perché dovremmo essere certi che riusciranno a tassare il valore creato dalla prossima economia automatizzata? Il problema della sovranità fiscale si aggiunge quindi a quello della sovranità tecnologica, già visibile quando l’Europa delega infrastrutture essenziali ai grandi operatori stranieri.

La tassa sui robot non è una tassa contro la tecnologia

Tassare l’automazione non significa necessariamente combattere l’innovazione. È questa la parte più interessante del ragionamento di Gates. La macchina può produrre più dell’essere umano, ridurre gli incidenti, eliminare attività usuranti e rendere beni e servizi più economici. Nessun Paese razionale dovrebbe rinunciare a questi vantaggi. Ma se la produttività aumenta grazie a una sostituzione strutturale del lavoro, una parte della nuova ricchezza deve necessariamente tornare nella società che ha perso quel lavoro. In caso contrario il guadagno viene privatizzato mentre il costo della transizione viene socializzato. Le imprese incassano l’aumento di produttività e lo Stato finanzia disoccupazione, formazione e welfare. La crescita delle fabbriche autonome coordinate attraverso agenti AI rende questo problema molto meno teorico di qualche anno fa. La discussione dovrebbe quindi spostarsi dalla domanda infantile “i robot ci ruberanno il lavoro?” a una questione molto più adulta: come deve essere distribuito il valore prodotto da una società nella quale il lavoro umano non è più indispensabile nella stessa quantità di prima? Si può tassare direttamente il robot. Si può aumentare la tassazione del capitale. Si possono eliminare incentivi fiscali che rendono artificialmente più conveniente sostituire persone. Si possono tassare profitti straordinari o quantità di capacità computazionale utilizzata. Gates propone addirittura di tassare i token AI perché sono un’unità misurabile, evitando il problema filosofico di decidere quando una macchina possa essere definita formalmente “robot”. La formula può cambiare. L’esigenza fiscale rimane.

E se invece i robot creassero nuovi lavori?

Naturalmente esiste l’obiezione storica: ogni rivoluzione tecnologica ha distrutto professioni e ne ha create altre. È vero. I trattori hanno eliminato una quantità gigantesca di lavoro agricolo, i computer hanno cancellato attività amministrative, gli ATM hanno automatizzato operazioni bancarie e Internet ha fatto sparire intere industrie mentre ne costruiva di nuove. Anche Amazon sostiene di avere creato centinaia di nuove tipologie professionali proprio grazie all’automazione. Ma non esiste nessuna legge economica secondo cui ogni posto eliminato debba essere necessariamente sostituito da un nuovo posto equivalente, nello stesso luogo, con lo stesso stipendio e accessibile alla stessa persona. La robotica adattiva sta entrando perfino in lavori tradizionalmente considerati troppo variabili per essere automatizzati. Ed è questa velocità di espansione a rendere diversa la fase che sta arrivando.

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I robot pagheranno davvero abbastanza tasse da mantenere in piedi gli Stati?

Ed eccoci alla domanda finale, quella che probabilmente vale più di tutte le dimostrazioni di robot che fanno kung fu, corrono, spostano scatole o assemblano smartphone.

Chi pagherà lo Stato quando una parte crescente degli esseri umani non sarà più necessaria alla produzione?

Non chi produrrà la ricchezza: quella risposta è semplice. La produrranno macchine, software, algoritmi, capitale, infrastrutture, energia e aziende che li possiedono.

La domanda è chi contribuirà.

Perché fino a oggi l’essere umano non è stato soltanto il soggetto da sostituire perché lento, costoso, stanco o inefficiente. È stato quello che ogni mese riceveva uno stipendio e contemporaneamente finanziava il sistema nel quale viveva. Pagava imposte sul reddito. Pagava contributi. Pagava tasse sui consumi. Alimentava previdenza e sanità. Comprava la casa, l’automobile, il cibo, i vestiti e i servizi che facevano funzionare altre imprese.

Il robot può produrre di più.

Ma non compra una casa.

Non va al ristorante.

Non cresce dei figli.

Non versa volontariamente contributi.

Non ha bisogno di un ospedale.

E soprattutto non paga le tasse se la legge non obbliga il suo proprietario a pagarle al posto suo.

La sfida della robotica non sarà quindi soltanto costruire una macchina capace di sostituire un essere umano. Quella, prima o poi, l’industria riuscirà a vincerla.

La vera sfida sarà convincere i proprietari di quelle macchine a restituire agli Stati una quota di ricchezza almeno sufficiente a sostituire ciò che prima arrivava attraverso milioni di lavoratori.

Perché se la storia dell’economia digitale ci ha insegnato quanto possa essere complicato tassare aziende globali che controllano software, piattaforme e proprietà intellettuale, immaginare che tutto diventi automaticamente più semplice quando quelle stesse aziende controlleranno anche il lavoro fisico è un atto di fede.

Bill Gates ha quindi rispolverato la tassa sui robot.

Beppe Grillo ne discuteva anni fa.

Amazon ha superato il milione di robot.

Xiaomi automatizza completamente i processi chiave delle proprie fabbriche.

La Cina possiede oltre due milioni di robot industriali operativi.

E il resto del mondo corre nella stessa direzione.

Ora rimane soltanto una domanda.

Quando il capitale umano verrà sostituito, i robot pagheranno l’equivalente delle tasse necessarie a mandare avanti i Paesi e garantire tutti i servizi essenziali?

Naturalmente.

Andrà tutto bene.

Robot e AI sostituiscono sempre più lavoratori: Bill Gates rilancia la tassa sulle macchine per evitare il collasso fiscale del welfare.

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