🤖 Cosa cambia
- Ricercatori della National University of Defence Technology propongono di riscrivere un corso AI inserendo scenari militari e bisogni operativi della guerra intelligente.
- Hong Kong punta al 35% di studenti universitari nelle discipline STEAM entro il 2026-27 e amplia i percorsi legati ad AI, cybersecurity e data science.
- I due modelli mostrano la stessa trasformazione: l’AI non è più materia aggiuntiva, ma competenza strutturale attorno a cui riprogettare formazione e talenti.
La Cina sta portando l’intelligenza artificiale direttamente dentro la formazione degli ufficiali, mentre Hong Kong la utilizza come leva per ridisegnare università, orientamento e sviluppo dei talenti. Alla National University of Defence Technology, ricercatori militari propongono di rivedere il corso “Principles and Practice of Artificial Intelligence” affinché gli esempi accademici siano sostituiti da scenari più vicini alla guerra intelligente. A Hong Kong, il primo Global Education Summit ha invece concentrato il confronto su AI generativa, nuove competenze e percorsi universitari, mentre il governo punta ad avere entro il 2026-27 il 35% degli studenti undergraduate nelle discipline STEAM. Due contesti differenti che mostrano la stessa trasformazione: l’AI sta diventando una componente della formazione strategica, non una semplice materia opzionale.
Cosa leggere
L’università militare cinese vuole spostare l’AI dalla teoria agli scenari operativi
La proposta arriva dal College of Intelligence Science and Technology della National University of Defence Technology, una delle istituzioni più importanti dell’apparato accademico militare cinese. I ricercatori hanno proposto di ridisegnare il corso “Principles and Practice of Artificial Intelligence”, introdotto nell’autunno 2022 per studenti postgraduate di materie scientifiche e ingegneristiche non specializzati in AI. Secondo quanto pubblicato nel numero di luglio della rivista Defence Industry Conversion in China, gli esempi utilizzati oggi avrebbero un “carattere militare” insufficiente e dovrebbero essere sostituiti da scenari legati più direttamente alle necessità operative. La proposta si inserisce in una trasformazione che il Ministero della Difesa cinese descrive da anni. Un documento ufficiale dedicato all’educazione militare nell’era della guerra intelligente chiede di ristrutturare i corsi combinando formazione generale, modellazione matematica, reti, intelligenza artificiale, neuroscienze cognitive e system engineering, con l’obiettivo esplicito di preparare personale capace di risolvere problemi complessi di addestramento e combattimento. L’evoluzione è coerente con la progressiva integrazione cinese tra AI, robotica, infrastrutture civili e mobilitazione della difesa.
“Educare per la guerra” significa cambiare anche il metodo con cui viene insegnata l’AI
La formula centrale utilizzata dai ricercatori è “educating for war”, che non indica soltanto l’aggiunta di qualche caso militare dentro un corso tradizionale. L’obiettivo è collegare algoritmi, dati e modelli a situazioni nelle quali gli ufficiali dovrebbero utilizzare sistemi intelligenti per pianificazione, analisi, supporto decisionale, logistica, gestione delle informazioni o controllo di piattaforme. Il passaggio ha già precedenti nell’istruzione militare cinese. Nel maggio 2026 il Ministero della Difesa ha descritto la riforma dei corsi della Army Engineering University attraverso problemi matematici inseriti direttamente in scenari operativi e un “capability matrix” costruito partendo dalle esigenze concrete delle unità. La stessa National University of Defence Technology mostra sul proprio portale una linea formativa sempre più orientata all’integrazione tra ricerca, esercitazioni e addestramento. Non è quindi un programma improvvisato attorno all’ultima generazione di modelli generativi: rappresenta una strategia più ampia con cui il PLA cerca di ridurre la distanza tra conoscenza tecnica e applicazione sul campo. È uno sviluppo coerente con quanto già emerso nella competizione tra ecosistemi AI statunitensi e cinesi, entrambi sempre più dual use.
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Hong Kong affronta lo stesso problema dal lato civile: quali competenze servono dopo l’AI generativa
A poche centinaia di chilometri, Hong Kong affronta la stessa trasformazione da una prospettiva completamente diversa. Il Global Education Summit, organizzato dal South China Morning Post e HSBC Premier, ha riunito migliaia di policymaker, docenti, responsabili delle ammissioni e famiglie per discutere AI generativa, sviluppo dei talenti e nuove traiettorie universitarie. Il dato politico più significativo arriva però dal governo locale. La Secretary for Education Christine Choi Yuk-lin ha ribadito l’obiettivo di portare al 35% entro l’anno accademico 2026-27 la quota di undergraduate iscritti a discipline STEAM nelle università finanziate con fondi pubblici. Nel triennio 2025-28 gli atenei stanno inoltre introducendo 27 nuovi programmi undergraduate collegati a STEAM, comprendendo intelligenza artificiale, cybersecurity, data science, industrie creative e sviluppo sostenibile. La linea segue un investimento già visibile nella politica educativa cittadina: l’Education Bureau ha dedicato nel giugno 2026 un intero International Summit all’utilizzo dell’AI nell’apprendimento e nell’insegnamento, trasformando la Digital Education Week in una piattaforma per integrare modelli generativi e metodologie didattiche.
L’università non può più limitarsi a insegnare l’uso degli strumenti
Il nodo discusso a Hong Kong riguarda però qualcosa di più profondo dell’introduzione di chatbot e tutor AI nei corsi. Se modelli generativi possono produrre codice, traduzioni, riassunti, analisi preliminari e contenuti, il valore dell’università tende a spostarsi verso capacità di giudizio, selezione delle fonti, formulazione dei problemi, verifica dei risultati e applicazione disciplinare. È la stessa direzione che sta portando Google a trasformare Gemini in una piattaforma strutturata per notebook, quiz e percorsi di studio personalizzati, come mostrato dall’espansione degli strumenti AI dedicati agli studenti universitari. La conseguenza non è che le competenze tradizionali diventino inutili. Al contrario, più l’AI automatizza le operazioni standard, più l’istruzione deve insegnare allo studente a riconoscere errori, ambiguità, limiti e implicazioni dei risultati generati. Hong Kong lega questa trasformazione anche alla propria strategia economica: attrarre studenti internazionali, aumentare l’offerta universitaria e collegare formazione, industria e ricerca serve a costruire un bacino di capitale umano capace di sostenere la crescita tecnologica regionale.
Formazione militare e università civile convergono sulla stessa parola: adattamento
La distanza tra un corso del PLA e un summit internazionale sull’education resta enorme sul piano delle finalità, ma la pressione tecnologica è la stessa. In entrambi i casi la domanda non è più se inserire l’intelligenza artificiale nei programmi, ma come cambiare l’intera struttura della formazione quando l’AI diventa uno strumento permanente. Per il sistema militare cinese significa addestrare ufficiali capaci di leggere dati, simulazioni e sistemi autonomi dentro scenari operativi realistici. Per le università civili significa preparare studenti che possano utilizzare l’AI senza trasformarsi in semplici operatori di software. Hong Kong ha già affiancato questa trasformazione ai programmi per imprese e lavoratori, come mostrato dall’espansione dei corsi AI gratuiti rivolti a PMI, professionisti e talenti locali. Il capitale umano diventa quindi una componente della stessa competizione che coinvolge chip, cloud e modelli fondazionali.
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La competizione sull’AI passa ormai anche dalle persone che sapranno usarla
La nuova fase della corsa all’intelligenza artificiale non riguarda soltanto chi possiede il modello più potente. Serve personale capace di integrarlo dentro organizzazioni complesse, interpretarne gli output e trasformarlo in vantaggio operativo. Pechino lo rende esplicito nel linguaggio militare: la formazione deve essere orientata alle esigenze della guerra moderna. Hong Kong usa un lessico civile e competitivo: nuovi percorsi, STEAM, mobilità internazionale e talent development. Ma entrambi i sistemi riconoscono che acquistare modelli e acceleratori non basta. Senza ufficiali, ingegneri, ricercatori, docenti e professionisti capaci di utilizzarli dentro processi reali, l’AI resta una capacità tecnica non convertita in potere. È per questo che la formazione sta diventando uno dei fronti meno visibili ma più strategici della competizione tecnologica: i modelli possono essere aggiornati in pochi mesi, mentre costruire una generazione di persone capaci di usarli in modo competente richiede anni.
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