⚙️ Da sapere
- Washington applica dazi del 100% ai droni più sensibili e del 25% ai modelli più piccoli, con condizioni agevolate per alcuni Paesi alleati.
- La misura punta a ridurre la dipendenza estera della filiera UAS e a trasferire negli Stati Uniti produzione di droni e componenti critici.
- Taiwan ha esaminato 166 casi di presunte attività cinesi illegali nel tech; 36 procedimenti pubblicamente verificati si sono conclusi con condanne.
Gli Stati Uniti trasformano anche i droni in una questione di sicurezza nazionale e politica industriale. Dal 3 settembre 2026 sono entrati in vigore dazi fino al 100% su determinate categorie di sistemi unmanned e componenti importati, con aliquote ridotte per prodotti provenienti da alcuni alleati se rispettano precisi requisiti sulla provenienza della tecnologia critica. La misura colpisce soprattutto la dipendenza americana dalle filiere asiatiche e, indirettamente, la posizione dominante costruita dalla Cina nel settore. Parallelamente Taiwan intensifica la repressione delle società che avrebbero nascosto partecipazioni cinesi per operare nel settore tecnologico, reclutare ingegneri e accedere alle competenze della filiera dei semiconduttori. Due interventi differenti che convergono sulla stessa logica: la supply chain tecnologica viene ormai trattata come infrastruttura di sicurezza nazionale.
Cosa leggere
Washington porta i dazi sui droni fino al 100%
La misura americana nasce da una proclamazione firmata dal presidente Donald Trump il 13 agosto 2026 in base alla Section 232 del Trade Expansion Act. Nella proclamazione ufficiale della Casa Bianca l’amministrazione sostiene che quantità e caratteristiche delle importazioni di UAS, componenti e sottocomponenti rappresentino un rischio per la capacità produttiva e la sicurezza nazionale statunitense. Dal 3 settembre i droni con peso massimo al decollo superiore a 25 chilogrammi, quelli dotati di termocamere, determinate docking station e alcuni componenti critici sono sottoposti a un dazio ad valorem del 100%. Per gli UAS fino a 25 chilogrammi l’aliquota prevista è invece del 25%, mentre un altro gruppo di componenti riceverà lo stesso trattamento dal 9 febbraio 2027, dopo un periodo di 180 giorni pensato per consentire ai produttori americani di aumentare la capacità nazionale. Il bersaglio industriale è evidente, anche se il testo non istituisce formalmente un «dazio Cina» applicabile esclusivamente ai produttori cinesi: Pechino resta però fuori dal sistema preferenziale costruito per gli alleati e deve quindi confrontarsi con le aliquote piene. La mossa arriva dopo una progressiva trasformazione del settore già visibile nello scontro tra DJI e FCC, analizzato nel quadro del rischio Taiwan e della crescente politicizzazione americana dei droni e dei semiconduttori, dove autorizzazioni, certificazioni e sicurezza nazionale erano già diventate strumenti di competizione industriale.
Europa, Taiwan e alleati ottengono un tetto del 10-15%
La proclamazione introduce una distinzione importante tra fornitori. Per i prodotti provenienti da Unione europea, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Svizzera e Liechtenstein, l’aliquota complessiva non potrà superare il 15%, mentre per il Regno Unito il tetto viene fissato al 10%. La condizione è tuttavia sostanziale: gli importatori devono certificare che praticamente tutti i componenti critici e la tecnologia rilevante provengano dagli Stati Uniti o dai Paesi inclusi nel perimetro autorizzato. Un drone assemblato in Europa con elettronica, sensori o componentistica critica cinese non acquisisce quindi automaticamente il trattamento preferenziale soltanto perché il prodotto finale porta un’origine europea. È questo uno degli elementi più incisivi della misura: Washington non interviene soltanto sull’ultima fabbrica della catena, ma incentiva la ricostruzione della provenienza dell’intera distinta base. La politica si inserisce nel processo descritto dalla guerra tecnologica tra USA e Cina su chip, minerali e spazio, dove il controllo del prodotto finale conta sempre meno senza il controllo di materiali, componenti, know-how e capacità manifatturiera.
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I droni diventano una politica industriale oltre che militare
Washington non nasconde l’obiettivo di onshoring. Il Segretario al Commercio può predisporre un programma che conceda trattamento tariffario favorevole alle aziende disposte ad aprire nuovi impianti statunitensi per la produzione di UAS e componentistica. L’amministrazione collega direttamente la capacità produttiva civile alle esigenze militari e considera particolarmente sensibili i droni più pesanti, le termocamere e le docking station perché possono essere impiegati in sorveglianza, operazioni autonome e protezione o monitoraggio delle infrastrutture critiche. Il cambiamento è coerente con quanto sta avvenendo sul fronte militare, dove la US Navy ha già sperimentato la produzione di droni FPV direttamente sulle proprie unità navali. La guerra in Ucraina ha mostrato che la superiorità nel settore unmanned non dipende esclusivamente dalle prestazioni della singola piattaforma: contano costo, disponibilità dei componenti, capacità produttiva, velocità di sostituzione e controllo della supply chain. La Cina possiede un vantaggio proprio su questa scala industriale, maturato attraverso produttori di droni, batterie, motori, telecamere, radio, flight controller e componenti elettronici. Applicare tariffe alle importazioni senza costruire capacità alternativa interna aumenterebbe semplicemente i costi; per questo la Casa Bianca lega esplicitamente la barriera commerciale alla creazione di nuove fabbriche americane.
Taiwan segue la stessa logica proteggendo persone e competenze
A migliaia di chilometri di distanza, Taipei affronta lo stesso problema dal lato opposto. La normativa taiwanese impone agli investitori della Cina continentale di ottenere un’autorizzazione prima di operare nell’isola. Le regole ufficiali sugli investimenti provenienti dalla Cina includono inoltre società registrate in Paesi terzi quando il controllo effettivo riconduce a soggetti della Repubblica Popolare. È proprio su strutture societarie indirette, prestanome e società schermo che si concentra una parte delle indagini degli ultimi anni. Dati forniti dal Ministry of Justice Investigation Bureau alla testata Rest of World indicano 166 casi completati dal 2020 relativi a presunte attività aziendali cinesi illegali e reclutamento di talenti. La testata ha inoltre controllato i registri giudiziari pubblici relativi a 36 di questi procedimenti, trovando in tutti e 36 condanne per violazione delle regole che vietano di operare senza autorizzazione; 33 casi riguardavano aziende impegnate in ricerca e sviluppo o progettazione di chip. Non significa quindi che il MJIB abbia annunciato ufficialmente «36 condanne su 166»: il primo numero arriva dai dati forniti dall’agenzia, il secondo dalla verifica indipendente delle sentenze disponibili. Il dato si inserisce nella crescente rigidità con cui Taiwan protegge la propria base tecnologica, già evidente nella stretta sulle rotte utilizzate per trasferire chip NVIDIA verso la Cina.
Il capitale cinese interessa soprattutto perché porta al capitale umano
L’aspetto strategico delle indagini taiwanesi non riguarda soltanto chi possiede formalmente una società. Per Pechino uno dei vincoli più difficili da superare nella corsa ai semiconduttori è il know-how accumulato dagli ingegneri taiwanesi nella progettazione, produzione, packaging e gestione dei processi avanzati. Società riconducibili alla Cina sono state accusate nel corso degli anni di creare strutture locali non autorizzate per assumere personale con esperienza nell’industria dei chip, talvolta offrendo retribuzioni molto superiori a quelle del mercato locale. A luglio la procura specializzata taiwanese ha inoltre incriminato un ex manager di TSMC in un procedimento distinto riguardante la presunta acquisizione non autorizzata di 21 documenti contenenti segreti commerciali, parte dei quali classificati come tecnologie centrali per la sicurezza nazionale, con l’accusa che il materiale fosse destinato all’utilizzo nella Cina continentale. La questione supera quindi la tradizionale protezione della proprietà industriale. Taipei considera il trasferimento di competenze, personale e tecnologie avanzate come un possibile indebolimento del proprio vantaggio strategico, tanto più in un momento in cui TSMC e il cosiddetto Silicon Shield sono sottoposti contemporaneamente alle pressioni di Washington e Pechino.
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Droni, chip e talenti entrano nello stesso perimetro di sicurezza nazionale
I due dossier mostrano quanto il decoupling tecnologico sia diventato più sofisticato del semplice divieto di esportazione. Gli Stati Uniti usano tariffe differenziate per rendere meno conveniente acquistare sistemi unmanned costruiti attraverso filiere considerate strategicamente rischiose e contemporaneamente premiano chi trasferisce produzione sul territorio americano. Taiwan agisce invece sulla struttura societaria e sul capitale umano, cercando di impedire che imprese cinesi aggirino i controlli attraverso società estere, intermediari e attività locali formalmente scollegate dalla casa madre. Il punto comune è il superamento della vecchia distinzione tra economia e difesa: un flight controller, una termocamera, un progettista di chip, una docking station o una linea produttiva diventano asset strategici quando la dipendenza dall’estero può trasformarsi in vulnerabilità. La competizione tra Stati Uniti e Cina entra così in una fase nella quale non basta controllare il commercio del prodotto finale. Washington vuole conoscere l’origine dei componenti; Taipei vuole conoscere l’origine effettiva del capitale; entrambe vogliono sapere dove vengono costruite e soprattutto dove rimangono le competenze. La nuova frontiera della guerra tecnologica non è quindi soltanto impedire alla Cina di acquistare determinate tecnologie, ma rendere politicamente tracciabile l’intera filiera che le produce.
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